(Redazione) - A proposito di "Curênt" (Marco Saya Edizioni, 2024) di Davide Romagnoli - nota critica di Sergio Daniele Donati



Curênt – “Corrente” – è la seconda raccolta poetica in dialetto milanese/lombardo di Davide Romagnoli, pubblicata da Marco Saya nel 2024, dopo l’esordio El silensi d’i föj druâ (2018, riedito nel 2020 con prefazione di Franco Loi).
Finalista a premi prestigiosi come il Città di Como e il Gozzano, il libro si impone come tappa matura di un “canto di pianura” personale: un flusso continuo che non si arresta neppure di fronte alla desolazione periferica, ai lutti, alle assenze, alle “seggiole infinitamente sfondate” di un hinterland milanese che Romagnoli abita e interroga con ostinata visionarietà.
Romagnoli, nato a Milano nel 1988, insegnante di letteratura e autore di saggi (tra cui una monografia su Charlie Kaufman che rivela la sua attenzione al linguaggio visivo e narrativo contemporaneo), sceglie il dialetto non come esercizio nostalgico o folkloristico, ma come strumento espressivo “speciale e specifico”.
È una lingua parzialmente reinventata, libera da codificazioni rigide: la grafia privilegia il suono percepito (vûs invece di vus, curênt con ê allungato) per catturare un ritmo antico eppure vivo, radicato nei paesaggi fangosi e nebbiosi della bassa sud-est milanese (Melegnano e dintorni), ma contaminato da letture (Delio Tessa, Franco Loi) e da una sensibilità contemporanea dolente e introspettiva.
Il bilinguismo del volume è uno dei suoi punti di forza: la traduzione italiana a fronte non è letterale né servile.
Sacrifica volutamente, al contrario, fedeltà metrica e lessicale per conservare l’intenzione estetica e il “sentire” profondo dell’originale. Ne nasce un dialogo tra due registri complementari: da un lato il dialetto ruvido, sonoro, terroso, carico di odori di fango, polvere di luce e respiro sabbioso; dall’altro l’italiano più fluido, riflessivo, quasi meditativo.
I due testi non si sovrappongono mai davvero: si ascoltano, si sfiorano, si interrogano a vicenda, creando una tensione che amplifica la profondità esistenziale della poesia.
Il titolo Curênt evoca in chi qui vi scrive la parola ebraica Ruach – vento, respiro, spirito, soffio vitale – e si fa principio motrice dell’intera opera.
Ma, lontano da non so dire quanto condivisibili suggestioni, è sicuramente vero che in Romagnoli che il titolo non richiama una mera metafora naturale: è la forza che anima il tempo, la memoria, il pensiero, la vita stessa, anche quando sembra sospesa o negata.
L’Ouverture lo dichiara con immediatezza visionaria: “Curênt, pass n’i estâ, e pö amò, piant speciâ, rifless de chi foss due emm mai nudâ: età d’umbra, spirit che sa de sabia, lüs, viva e insema desmentegada, respîr d’un temp scundü”.
Estati che scorrono via, piante riflesse in fossi mai nuotati, età d’ombra e spirito sabbioso, luce viva eppure dimenticata, respiro di un tempo sepolto: gli opposti si accumulano (viva/desmentegada, lüs/umbra, memoria/perdita) senza risolversi in sintesi consolatoria.
Il paesaggio non sta mai fermo in questa scrittura: si muove con i pensieri che “non tacciono”, i visi di amici perduti, la musica antica delle foglie, voci da un “alter post”.Gli anni sono “massâ e pö tirâ a lüster” (ammazzati e poi lucidati come abiti da festa), la memoria impressa sulla “pelicula de l’aria”.
Il tempo è preciso, cerimoniale (“temp precis d’i umber i d’i sò basaman”), quasi rituale; eppure è sempre circolare: ancora noi nelle stesse foto, negli stessi disegni infantili di quando eravamo “bej, giujn e luntan”.
L’invocazione finale, quasi una preghiera laica e fragile, sigilla questa tensione tra persistenza e dissolvenza: Buffa, curênt, dàgh furma a chi specc, lassegh ’na caressa che cui öcc sbassâ a stell e crucifiss, a man incrusâ tra la pulver de la lüs, semm amò chi, tra’l vîv e’l sugnà che la vita chi, ch’emm vist dumà strüsass la pell.
Soffia, corrente, dai forma agli specchi, lascia una carezza: siamo ancora qui, sospesi tra il vivere e il sognare, sfiorati appena dalla vita che striscia sulla pelle. È un’immagine di estrema delicatezza: la corrente non salva, non redime, ma accarezza, dà forma effimera al riflesso, al pulviscolo luminoso, agli occhi abbassati verso stelle e crocifissi.
La sezione centrale, “El gîr d’i gloria” (Il giro delle preghiere), si apre con la citazione da Rilke (Herbsttag): “Herr: es ist Zeit. Der Sommer war sehr groß. / Leg deinen Schatten auf die Sonnenuhren, / und auf den Fluren laß die Winde los.” Il tempo è maturo, l’estate eccessiva: ora distendi l’ombra, libera i venti.
Romagnoli trasforma questo appello stagionale in un dialogo intimo col Tempo personificato, bello proprio nel suo silenzio dove nasce il fango, nel luogo dei santi e delle carte (forse il destino, il gioco, la devozione popolare). Lì inizia un sentiero tra le piante, una voce assente che soffia da altrove.
Il poeta cerca di non perdersi (“per truàss – ‘me te disevet – o almen per perdess no”), portando in mente parole di nebbia, l’anima quieta nelle mani, in cerca della propria natura “fiulèta tra chi curnîs”.
Il “giro” è qui spazio vitale (“in quel spassi due se vîv davêr e no dumà se abita”): tra due finestre aperte all’inizio e alla fine, in mezzo a ciò che si può chiamare Nient, eppure disseminato di tracce residue – sassolini lasciati, mucchietti di fango, “Arbres Magique”, sapore selvatico.
Il movimento dell’opera è dunque insieme circolare e lineare: la corrente scorre e torna su se stessa; il tempo avanza portando ombra e vento, ma deposita residui (riflessi, ricordi, polvere di luce). Il paesaggio resta periferico, nebbioso, fangoso: fossi, muri scrostati, madonnine sbiadite, crocifissi arrugginiti, juke-box dimenticati, domeniche sportive svanite. Non c’è consolazione facile, nessuna redenzione romantica: solo una tensione continua tra presenza e assenza, tangibile ed evanescente, “vîv” e “sugnà”.
Un piccolo confronto con Franco Loi si impone esplicitamente, essendo Loi stesso citato nella nota linguistica come modello per l’uso letterario del milanese lirico.
Entrambi reinventano parzialmente il dialetto come lingua viva, capace di esprimere un sentire territoriale profondo.
In Loi ciò si esprime attraverso un amore panico per il naturale, un flusso vitale di elementi (aria, fiato, vento) che celebra il mondo in modo spesso cosmico e fraterno; in Romagnoli una curênt più sabbiosa e nascosta, respiro che accarezza ma non afferra, spirito che interroga il Nient ontologico.
Entrambi, in ogni caso, intrecciano tempo, memoria e fragilità (contro il nulla serale in Loi, contro il “temp scundü” e il silenzio del Tempo in Romagnoli).
Ma, mentre Loi tende a una celebrazione fraterna, Romagnoli accentua una solitudine introspettiva, accumulando opposti irrisolti in un paesaggio più ombroso, periferico, quasi desolato – dove la corrente dà scossa, ma anche rischio di affondare “nel fondale della mia fine”.

Concludendo, Curênt è poesia di domanda radicale e coraggiosa: cosa muove davvero la vita?
Qual è la forza che spinge il respiro, il ricordo, il tempo, persino nel panorama di perdite e seggiole sfondate? La risposta non è data in astratto, ma incarnata nel verso stesso: un dialetto umile, ruvido, luminoso nella sua penombra, che soffia, accarezza, dà forma momentanea allo specchio dell’esistenza. Un libro che invita a lasciarsi muovere da questa corrente – sapendo che sfiora appena la pelle, che non si ferma, che non salva, ma proprio in quel tocco fugace, in quella carezza effimera, rivela una verità profonda e persistente sull’essere mortali.
Un’opera matura, rischiosa, necessaria.

il caporedattore - Sergio Daniele Donati


BIO-BIBLIOGRAFIA DELL’AUTORE

Davide Romagnoli (Milano, 1988) è poeta, insegnante e autore di saggi e traduzioni. Laureato in Letteratura Italiana presso l’Università Statale di Milano, ha proseguito la sua formazione in ambito critico e giornalistico, frequentando tra l’altro l’Accademia Nazionale Silvio D’Amico di Roma. Scrive in dialetto sangiuliese (una variante milanese influenzata dalle parlate della bassa padana), con un’intensa vocazione elegiaca e civile.
La sua opera si muove tra poesia, saggistica cinematografica e sperimentazione musicale. È fondatore del progetto Goodbye, Kings, con cui esplora sonorità post-rock e ambient.
Nel 2018 ha pubblicato la sua prima raccolta poetica in dialetto, El silensi d’i föj druâ (Marco Saya Edizioni, poi ripubblicata nel 2020 con prefazione di Franco Loi), accolta con favore da critica e pubblico e premiata al Premio Antonio Fogazzaro (2019) e al Premio Gozzano (2020).
Nel 2020 ha firmato il saggio Sineddoche, Charlie Kaufman, monografia sul regista americano, testimonianza della sua attenzione al linguaggio visivo e narrativo contemporaneo.
Nel 2024 pubblica Curênt (Marco Saya Edizioni), seconda tappa del suo personale “canto di pianura”, in cui prosegue la sua ricerca poetica sul paesaggio, la memoria e l’assenza, attraverso una lingua umile e profonda, carica di visioni e radicata nei luoghi della bassa milanese. 
Romagnoli vive e lavora tra Milano e la sua pianura.

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