(Redazione) - A proposito di “Sopravvivenza in acqua” (Arcipelago Itaca ed., 2025) di Alba Gnazi - nota critica di Sergio Daniele Donati
Ci sono libri che non cercano di raccontare un lutto, ma di abitare, come se la lingua fosse l’unico luogo in cui la perdita potesse ancora respirare.
Sopravvivenza in acqua (Arcipelago Itaca ed., 2025) di Alba Gnazi appartiene a questa famiglia di opere: non un diario del dolore, non un memoriale, ma un movimento continuo tra immersione e riemersione, dove la voce poetica si lascia attraversare da ciò che resta e da ciò che continua a mancare.
La raccolta procede come un corpo che
ricorda: non per capitoli, ma per stagioni interne.
L’estate
dell’infanzia, l’autunno della malattia, l’inverno della morte,
la primavera di un ritorno che non consola ma accompagna.
Le sezioni
non funzionano nella raccolta come tappe, ma appaiono essere climi emotivi, ognuno con una
propria densità d’aria.
In questo senso, il libro non si legge: si
attraversa, assieme e con la graziosa guida della poeta.
Il lessico di Gnazi è una materia porosa,
capace di tenere insieme la concretezza della vita contadina e
l’apertura cosmica del mito personale.
Le parole della casa –
orto, panni, vino, cucina – convivono con immagini che allargano il
campo percettivo: «interstizi di tempo», «un Big Bang a moto
inverso», «vento» come principio di ogni compimento.
Non c’è
mai frattura tra questi registri: la lingua li lascia scorrere uno
nell’altro, come se il quotidiano fosse già un varco verso
l’infinito.
Per questo leggere la raccolta diviene anche una sorta di viaggio in cui i due poli (quotidiano/spirituale) si sfiorano sempre, mai completamente opponendosi, in un gioco dai sentori lievemente erotici (nonostante le tematiche siano molto distanti da quei registri).
La metrica, prevalentemente libera, segue il
ritmo del fiato più che quello del verso. Gli enjambement con Gnazi sembrano essere piccole cadute di assestamento che non
spezzano: trattengono, come un respiro che si prolunga per non
perdere ciò che sta dicendo.
In testi come: «il tuo cuore / così
grande / il tuo cuore / così stanco» il ritmo diventa quasi
cardiaco, se sono i lemmi a guidarci: un’oscillazione che imita la fragilità del corpo
osservato.
O forse respiratorio in quattro tempi (inspirazione/apnea/espirazione/apnea), se ne seguiamo solo le cadenze.
Il tema del padre attraversa l’intera
raccolta senza mai irrigidirsi in un ritratto asettico.
È un padre quello qui descritto che
lavora, che tace, che si ammala, che muore, che ritorna nei sogni,
che continua a cucire lembi di tempo.
È un padre terrestre e
cosmico, radice e vento, presenza e traccia.
La poesia di Gnazi non tenta di
trattenerlo: tenta di seguirne il movimento, come si segue un’onda
che non smette di tornare.
Tra
i testi più emblematici, Non
il vento,
ma il tuo respiro che concentra in sé l’intero arco emotivo del libro, a nostro avviso.
La riporto qui
sotto integralmente.
NON
IL VENTO, MA IL TUO RESPIRO
Non il vento, ma il tuo respiro
tutto qui compone e sgrana,
dal greto spinoso del fosso,
dal campo già pronto per l'orto
alle trame di terra ora chiara ora bruma,
a quando (ricordi?) mi smarrivo tra le spighe
e gli echi vitrei di una voce sempre più lontana
e in quel zigzag a perdifiato
tra i fusti e le ombre,
col gri-gri delle rane poco oltre,
straripante e sola in me
ti chiamavo, e tu comparivi di colpo:
eri uno schianto d'erba secca
e gioia impazzita,
eri dio, il mio sole corrucciato e ridente,
infinito.
Ora è la stagione, dicono, della caccia;
non mi sono persa più tra le spighe,
ma altrove sì - di lei, dicono,
nemmeno più una traccia -;
le tue dita bianche cuciono i lembi
tra le onde del tempo, nel passo lento
che ogni vita a sé riduce
tu anziano mai vecchio,
tu bimbo mai sazio,
un Big Bang a moto inverso
dalla fine all'inizio,
dove attesa
è svolgimento,
è tempesta e cedimento,
e sono padre e tu sei figlia,
mio il respiro nel tuo passo,
tuo il principio di ogni compimento;
te-me, noi-te moltiplicati per cento,
e su ogni cosa (ascolta bene, senti),
su ogni cosa, sempre
il vento
La
poesia si apre con un gesto di spostamento: non il vento, ma il
respiro del padre è ciò che “compone e sgrana” il mondo.
È quindi un
atto di fondazione: il paesaggio non esiste da solo, esiste perché è
attraversato da una presenza. Il lessico iniziale è terrestre, quasi
tattile: «greto spinoso», «campo già pronto», «trame di terra».
La memoria dell’infanzia emerge come un luogo in cui la voce del
padre si allontana e si avvicina, un’eco che guida e smarrisce; emerge con una voce dai timbri tra il nostalgico e il tenuto che non possono non commuovere il lettore.
Il
cuore della poesia è qui l’epifania dell'intera poesia: «eri uno schianto d’erba secca
/ e gioia impazzita».
L’immagine, lo vedete, unisce fragilità e potenza,
secchezza e esplosione, come se il padre fosse un fenomeno naturale
più che un individuo.
La definizione «dio, il mio sole corrucciato
e ridente», poi, non è un innalzamento retorico, ma un modo per dire che
la figura paterna è stata, per la voce poetica, un centro
gravitazionale.
Il presente, inoltre, irrompe con una frase quasi
colloquiale – «Ora è la stagione, dicono, della caccia» – che
introduce la perdita.
Non ci si perde più tra le spighe, ma altrove
sì: il lutto è uno smarrimento diverso, più adulto, più
silenzioso.
La parte finale è per noi una metamorfosi: il padre diventa
un essere che cuce il tempo, che attraversa le età senza fissarsi in
nessuna, «anziano mai vecchio / bimbo mai sazio». La cosmologia
personale culmina nel «Big Bang a moto inverso», immagine che
rovescia la nascita e la morte in un unico movimento di ritorno.
Il
verso «mio il respiro nel tuo passo, / tuo il principio di ogni
compimento» è uno dei più intensi dell’intera raccolta: la
relazione padre‑figlia diventa un circuito di trasmissione,
un’eredità che non riguarda gli oggetti ma il ritmo stesso
dell’esistere.
Il finale, con il vento che ritorna, chiude il
cerchio: ciò che all’inizio era escluso – non il vento – ora
diventa la forma in cui il padre continua a manifestarsi. Non come
sostituto, ma come eco.
Sopravvivenza
in acqua è una raccolta che non cerca di consolare, ma di
trasformare.
La voce di Alba Gnazi non si limita a raccontare un padre: lo
ricrea, lo ricuce, lo lascia fluire attraverso immagini che non
smettono di generare senso.
Il lutto, quindi, non è un punto d’arrivo, ma
un luogo di passaggio in cui la lingua si fa corpo, respiro, vento.
La poesia diventa così un gesto di sopravvivenza: non per trattenere
chi non c’è più, ma per continuare a muoversi nella sua
direzione, perchè in fondo, ed anche in superficie, c'è ancora e per sempre.
È un libro che accompagna, un libro che scava
nell’interiorità del lettore perché parla la sua stessa lingua.
Per la Redazione de Le parole di Fedro
il caporedattore - Sergio Daniele Donati
Nota bio-bibliografica
Alba Gnazi è nata e risiede in provincia di Roma. Insegna nella scuola pubblica. Le sue raccolte edite, oltre a quella che qui si commenta, sono: Luccicanze (Cicorivolta Editore 2015; con prefazione di Antonino Caponnetto); Verdemare - Cronologia inversa di un andare (La Vita Felice Edizioni 2018); In quel minimo che cade (Il Convivio Editore 2021; con postfazione di Franca Alaimo).

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