I Nefilim (giganti) nel Midrash - Metafore Poetiche della Caduta e un confronto con l’Hybris Greca (di Sergio Daniele Donati)
Al
cuore dell’enigma biblico che circonda i Nefilim (נְפִילִים - giganti)
di cui a Genesi 6:4, si staglia anche una dimensione poetica che non è mera
ornamentazione stilistica, bensì il veicolo stesso attraverso cui la
tradizione ebraica trasforma un frammento mitico in un monito etico
universale.
Il medium poetico, come cercheremo di dimostrare, poi, assume un questo un ruolo centrale.
Il
verso biblico in questione, nella sua concisione lapidaria, si presenta come un relitto di
epica primordiale, eppure la Torah lo inserisce in un contesto che ne
sovverte il potenziale politeistico, orientandolo verso una
riflessione sulla caduta morale dell’umanità.
È
qui che l’ermeneutica dei midrashim
(da midrash, מִדְרָשׁ)¹
interviene, non tanto come commento pedante, ma come prosecuzione creativa
di quel linguaggio poetico, espandendo le metafore della “caduta”
in un tessuto narrativo e simbolico che riecheggia, pur
distinguendosi nettamente, dalle forme dell’hybris (ὕβρις)²
greca.
Attraverso questo filo conduttore – la poesia come strumento
di demistificazione e di ammonimento morale – si dipana un possibile ragionamento che collega il testo biblico alle sue interpretazioni
rabbiniche, alle tradizioni poetiche dell’Antico Testamento e,
infine, a un confronto critico con la tragedia ellenica, rivelando
come l’ebraismo abbia forgiato una visione della grandezza umana in parte radicalmente alternativa.
Ma
è soprattutto nella dimensione filosofica che questo filo si rivela
in tutta la sua profondità: i Nefilim incarnano la tensione
esistenziale tra l’aspirazione umana al divino e il richiamo alla
responsabilità etica, una dialettica che culmina nella Teshuvah
(teshuvah, תְּשׁוּבָה)³
come atto di ritorno autentico, capace di redimere la caduta stessa.
Il
punto di partenza è il testo stesso di Genesi 6:4, che si impone
all’attenzione per la sua struttura ritmica e parallelistica,
tipica anche della poesia biblica ebraica. In ebraico, il verso si articola
così:
הַנְּפִילִים
הָיוּ בָאָרֶץ בַּיָּמִים הָהֵם וְגַם
אַחֲרֵי־כֵן אֲשֶׁר יָבֹאוּ בְּנֵי
הָאֱלֹהִים אֶל־בְּנוֹת הָאָדָם וְיָלְדוּ
לָהֶם הֵמָּה הַגִּבֹּרִים אֲשֶׁר
מֵעוֹלָם אַנְשֵׁי הַשֵּׁם
(Ha-nefilim
hayu va-aretz ba-yamim ha-hem ve-gam acharei-chen asher yavo’u bnei
ha-elohim el-benot ha-adam ve-yaldu lahem hemah ha-gibborim asher
me-olam anshei ha-shem.
Traduzione:
«I Nefilim erano sulla terra in quei giorni – e anche dopo –
quando i figli di Dio si univano alle figlie degli uomini e queste
partorivano loro dei figli: sono questi gli eroi dell’antichità,
uomini famosi.»⁴
Questa
disposizione non è prosa narrativa pura, come il resto del capitolo,
ma un esempio di parallelismo sinonimico e, allo stesso tempo, antitetico.
L’espressione
«in quei giorni – e anche dopo», infatti, crea un ritmo di continuità
temporale che evoca l’eternità mitica, mentre «Nefilim...
gibborim... anshei ha-shem» forma una progressione che culmina nella
fama tragica.
Umberto Cassuto, nel suo commento magistrale, riconosce
in questi versi un «frammento di poesia epica israelita antica»,
paragonabile ai canti conservati nel Libro
del Giusto (Giosuè
10:13; 2 Samuele 1:18), dove la Torah incorpora tradizioni orali
preesistenti per poi subordinarle al monoteismo.⁵
Cassuto
sottolinea come la Bibbia utilizzi questo stile elevato per
“ebraicizzare” miti vicini-orientali: i Nefilim non sono semidei
invincibili, ma figure la cui grandezza è ridotta a un monito sulla
mortalità umana e sulla corruzione etica.⁶
Questa
poeticità intrinseca del verso si radica nella più ampia tradizione
della poesia biblica, dove il parallelismo – non di suono, ma di
pensiero – è il principio strutturante.
Robert
Alter, nel suo studio pionieristico sulla Bibbia come letteratura,
descrive la poesia ebraica come un’arte del “movimento di idee”:
un’idea viene enunciata, poi ripresa, ampliata o contrastata,
creando un effetto di eco e tensione che non si affida a rime o metri
fissi, ma alla profondità semantica e ritmica del linguaggio.⁷
In
Genesi 6:4, il parallelismo non è decorativo: serve, invece, a evocare
l’antichità leggendaria («eroi dell’antichità») per poi
sottoporla a un giudizio implicito.
La fama (shem,
nome) di questi esseri è legata alla violenza (chamas)
che precede il Diluvio (Genesi 6:11), e questo contrasto genera un
effetto tragico che Alter definisce “ironia biblica”: la
grandezza umana, celebrata in termini epici, si rivela effimera e
moralmente corrotta.
Si tratta di un procedimento simile a quello dei
Salmi o di Giobbe, dove immagini mitiche – giganti, cadute dal
cielo – sono piegate a un discorso teologico.
Pensiamo, ad esempio, al Salmo 82,
che descrive i «figli dell’Altissimo» che «cadono» (tippolu)
per la loro ingiustizia: un’eco diretta del nafal
(cadere) che dà nome ai Nefilim.
O
ancora a Isaia 14:12, con la caduta di Lucifero («come sei caduto
dal cielo, o astro del mattino»), che i rabbini collegano
esplicitamente alla corruzione pre-diluviana.⁸
La
poesia biblica, in questo senso, non celebra l’eroe, ma lo usa come
specchio dell’umana fragilità di fronte al divino, anticipando già
quella tensione filosofica tra finitezza e trascendenza che troverà
piena espressione nel midrash.
È
nel midrash che questa dimensione poetica si espande in un vero e
proprio tessuto metaforico, trasformando l’enigma in una narrazione
drammatica e polifonica. L’etimologia stessa del termine Nefilim,
da nafal
(«cadere»), diventa il perno di un gioco linguistico che i rabbini
elevano a poesia tragica.
In
Bereshit Rabbah 26:7, si legge: עַל
שֵׁם שֶׁנָּפְלוּ וְהִפִּילוּ אֶת
הָעוֹלָם (Al
shem she-naflu ve-hipilu et ha-olam),
«Furono chiamati Nefilim perché caddero e fecero cadere il mondo».⁹
Rabbi
Shlomo Yitzchaki (Rashi), nel suo commento a Genesi 6:4, riprende
questa immagine con lapidaria intensità: הַנְּפִילִים
– עַל שֵׁם שֶׁנָּפְלוּ וְהִפִּילוּ אֶת
הָעוֹלָם (Ha-nefilim
– al shem she-naflu ve-hipilu et ha-olam),
sottolineando una doppia caduta: dal cielo (o dal potere) e nel caos
morale.¹⁰
Qui la metafora non è statica: evoca una dinamica
cosmica, come stelle che precipitano (eco di Isaia 14:12), ma
ancorata alla terra, alla società umana corrotta.
I rabbini elencano
sette nomi per questi esseri (Bereshit
Rabbah 26:7) –
אֵימִים,
רְפָאִים,
גִּבּוֹרִים,
זַמְזֻמִּים,
עֲנָקִים,
אָבִים,
נְפִילִים
(Eimim,
Refa’im, Gibborim, Zamzummim, Anakim, Avim, Nefilim)
– ognuno un pennello metaforico: gli Eimim
ispirano eimah
(paura), gli Anakim
riducono gli osservatori a «cavallette» (Numeri 13:33), i Gibborim
ironizzano sulla fama vana.¹¹
È
una poesia del rovesciamento: la grandezza fisica o sociale diventa
simbolo di squilibrio spirituale, quando i potenti abusano dei
deboli.
La
narrazione angelica, poi, eleva questa metafora a dramma epico. Nel
Pirkei de-Rabbi Eliezer
22, gli angeli Shemchazai e Azael scendono per riformare l’umanità,
ma cedono alla seduzione delle figlie di Caino, che «camminano nude,
con la carne esposta e gli occhi truccati come prostitute».¹²
Il
testo ebraico è vivace e visivo: רַבִּי
אוֹמֵר:
רָאוּ
הַמַּלְאָכִים שֶׁנָּפְלוּ מִמְּקוֹם
קְדֻשָּׁתָן מִן הַשָּׁמַיִם אֶת בְּנוֹת
קַיִן מְהַלְּכוֹת גְּלוּיוֹת בָּשָׂר
עֶרְוָה וּמְכַחֲלוֹת עֵינֵיהֶן כְּזוֹנוֹת
(Rabbi
omer: Ra’u ha-mal’achim she-naflu mi-mekom kedushatan min
ha-shamayim et benot Kayin mehalchot geluyot basar ervah u-mechalot
eineihen ke-zonot).¹³
La discesa verticale dal cielo alla carne, la bellezza come trappola,
i giganti come frutto avvelenato: tutto concorre a una metafora della
hybris
non come sfida individuale agli dèi, ma come abuso collettivo del
potere.
Rabbi Moshe ben Nachman (Ramban), nel suo commento a Genesi
6:4, accoglie questa lettura come «più adatta al linguaggio del
testo», pur bilanciandola con quella razionale dei «figli dei
giudici».¹⁴
Il
midrash,
dunque, non spiega: poeticizza, rendendo la caduta un’immagine viva
che invita alla riflessione morale.
Questo
uso poetico del midrash
si inserisce in una continuità con la poesia biblica più ampia,
dove il mito è sempre al servizio dell’etica. Nei Salmi, per
esempio, la grandezza umana è effimera: «L’uomo, nel suo
splendore, non dura; è come le bestie che periscono» (Salmo 49:13),
un’eco della mortalità imposta in Genesi 6:3. In Giobbe, le
domande sui giganti primordiali (Giobbe 26:5) si risolvono nella
sottomissione al Creatore.
La Torah, quindi, non elimina il
linguaggio epico – comune al Vicino Oriente antico, dai testi
ugaritici ai miti mesopotamici – ma lo reinterpreta: i Nefilim non
sono titani da ammirare, ma figure la cui “caduta” prefigura il
giudizio divino.
Cassuto lo ha colto con acutezza: la sezione è una
polemica contro i miti pagani, riducendo i demigodi a mortali la cui
vita è limitata a 120 anni.¹⁵ Avivah Gottlieb Zornberg, maestra
contemporanea del midrash,
legge questi testi come esplorazioni del “biblical unconscious”:
la caduta dei Nefilim non è solo evento storico, ma metafora
psicologica del desiderio incontrollato, un dramma interiore che la
poesia biblica e rabbinica portano alla luce per favorire la crescita
spirituale.¹⁶
È
a questo punto che il confronto con l’hybris
greca si impone con forza, rivelando abissi di differenza pur nelle
somiglianze superficiali. L’hybris
ellenica – l’arroganza che sfida il limite divino – è
incarnata in figure come Icaro o Prometeo: un eccesso individuale,
tragico, che scatena la nemesis
in un ciclo di fato impersonale. Aristotele, nella *Poetica*, ne fa
il motore della catarsi: l’eroe cade per hamartia,
suscitando pietà e terrore.¹⁷
I
Nefilim, al contrario, sono hybris
collettiva e sociale: non un singolo ribelle, ma un’élite che
opprime, come i «figli dei giudici» che prendono mogli con la forza
(Bereshit Rabbah
26:5).¹⁸
La
caduta non è qui destino, ma conseguenza di un abuso morale – la
violenza (chamas)
che riempie la terra – e il giudizio divino è attivo,
misericordioso verso Noè.
Brian
R. Doak, nel suo studio sui Refaim, nota affinità tra giganti
biblici e tradizione epica greca, ma sottolinea come la Bibbia li usi
per rifiutare l’eroismo tragico: i giganti simboleggiano caos da
sconfiggere, non grandezza da piangere.¹⁹
Ma
è nella connessione filosofica che questo intreccio poetico e
teologico acquista una risonanza universale.
I Nefilim, infatti,
incarnano una dialettica esistenziale che attraversa la storia del
pensiero ebraico: da un lato, la tentazione della hybris
come aspirazione prometeica all’infinito – l’uomo che, nel suo
slancio creativo o erotico, varca i confini del finito per toccare il
divino; dall’altro, la teshuvah
come movimento di ritorno, non mera pentimento ma riconciliazione
ontologica con l’Altro.
Questa tensione riecheggia già in Filone
di Alessandria, che nei De
Gigantibus interpreta
i Nefilim come anime ibride, sospese tra materia e spirito, la cui
caduta deriva da un desiderio non governato dalla ragione etica.²⁰
Maimonide,
nel La guida
dei perplessi, vede
nella corruzione pre-diluviana l’esempio supremo del yetzer
ha-ra (l’inclinazione
al male), che l’intelletto umano può contrastare attraverso il
libero arbitrio: la teshuvah
non è solo riparazione, ma elevazione razionale dell’anima verso
il Creatore.²¹
In
Emmanuel Levinas questa dialettica raggiunge la sua espressione più
radicale e, al tempo stesso, più profondamente ebraica. Per Levinas,
la filosofia non è prima di tutto ontologia o totalizzazione del
medesimo, bensì etica
come “prima filosofia”: l’incontro con il volto dell’Altro
(visage de l’Autre)
irrompe come traccia dell’infinito, un appello che precede ogni
libertà e ogni sapere.²²
I
Nefilim, in questa prospettiva, incarnano l’oblio tragico di questo
appello: la hybris
non è più soltanto tracotanza individuale o collettiva, ma la
riduzione violenta dell’Altro a oggetto del desiderio e del potere.
I
“figli di Dio” che scendono sulle “figlie degli uomini” non
sono angeli ribelli in senso mitico, bensì figure del totalitarismo
etico: il potente che,
vedendo la bellezza dell’altro come possesso, annulla la sua
alterità, lo riduce a “stesso” e genera, letteralmente, mostri –
i giganti violenti che riempiono la terra di chamas.
Levinas, in Totalità
e infinito, descrive
questo meccanismo come la tentazione costante dell’io di
“inghiottire” l’altro, di trasformare l’infinito etico in
finito economico o erotico; la caduta angelica diventa così
paradigma della violenza ontologica che precede e fonda ogni violenza
storica.²³
Ma
Levinas non si ferma alla diagnosi: la teshuvah
è, per lui, il movimento stesso della soggettività etica. Non un
ritorno psicologico o rituale, ma un “ritorno all’Altro” che si
compie nell’ascolto infinito della Scrittura e del volto. In
Altrimenti che essere o
al di là dell’essenza
(1974) egli scrive che la responsabilità per l’altro è
“sostituzione”, un “essere ostaggio” dell’altro che annulla
ogni pretesa di totalità.²⁴
I
Nefilim, dunque, non sono solo monito: sono il negativo luminoso che
rende visibile l’imperativo etico. La poesia midrashica
– con le sue metafore di caduta, di paura, di cavallette – è per
Levinas la forma stessa in cui la Scrittura “parla” all’io, lo
destituisce dalla sua sovranità e lo espone all’infinito. Come
egli afferma in Difficile
libertà, il testo
biblico non è un codice da decifrare, ma una “traccia”
dell’Altro che ci chiama a una responsabilità senza limiti:
«L’ebraismo è l’umanità dell’uomo».²⁵
In
questo senso, la teshuvah
non redime solo l’individuo, ma ricostituisce il mondo come luogo
dell’etica: la caduta dei Nefilim prefigura, paradossalmente, la
possibilità di un’umanità che, attraverso l’ascolto del volto
altrui, supera la hybris
e diventa davvero umana.
Questa
prospettiva filosofica non è un’aggiunta estranea, ma il culmine
naturale del filo poetico: la *midrash*
non descrive solo la caduta, ma la rende paradigma dell’esistenza
umana, dove la grandezza è sempre in bilico tra hybris
distruttiva e teshuvah
creatrice. In un’epoca di élite globali e disuguaglianze, i
Nefilim parlano con urgenza: la hybris
non è solo individuale, ma sistemica, e la poesia midrashica
la smaschera per educare alla responsabilità.
Le
eco di queste metafore si prolungano nella letteratura ebraica
successiva.
Nei
piyyutim
di Rabbi Yehuda ha-Levi, la caduta diventa immagine dell’esilio
spirituale; nella poesia moderna israeliana, autori come Nathan Zach
riprendono i Nefilim come simbolo di potere corrotto, fondendo
midrash
e contemporaneità.²⁶
Così,
il filo poetico si snoda: dalla Torah al midrash, dalla Bibbia alla
riflessione odierna, trasformando i giganti in specchi della
condizione umana.
In
conclusione, i Nefilim
non sono relitti
mitici, ma un invito poetico a contemplare la grandezza che può
elevare o precipitare.
Diversa
dall’hybris
greca – estetica della rovina tragica – è etica della
responsabilità, culminante nella teshuvah.
Come
suggerisce Ramban, il testo ci chiama a «prolungare nel segreto
della cosa»:²⁷ un segreto che la poesia, la *midrash*
e la filosofia continuano a svelare.
Per la Redazione de Le parole di Fedro
il caporedattore - Sergio Daniele Donati
NOTE
¹
Midrash
(midrash, מִדְרָשׁ):
Interpretazione creativa e omiletica della Scrittura, tipica della
letteratura rabbinica, che espande il testo biblico attraverso
narrazioni, etimologie e metafore, non per spiegare letteralmente ma
per attualizzarne il significato etico e spirituale.
²
Hybris
(ὕβρις): Nella cultura greca antica, l’arroganza eccessiva o
la tracotanza che viola i limiti divini o umani, spesso punita dalla
*nemesis* (vendetta divina) e motore della tragedia classica.
³
Teshuvah
(teshuvah, תְּשׁוּבָה):
Nella tradizione ebraica, il “ritorno” o pentimento attivo, non
mera contrizione ma processo di riconciliazione con Dio e con gli
altri, che trasforma la colpa in crescita morale e spirituale.
⁴
Genesi 6:4, secondo il testo
masoretico.
⁵
Umberto Cassuto, A
Commentary on the Book of Genesis: From Adam to Noah,
trad. Israel Abrahams (Jerusalem: Magnes Press, 1961), pp. 297-300.
⁶
Ivi, p. 299.
⁷
Robert Alter, The
Art of Biblical Poetry
(New York: Basic Books, 1985), pp. 3-26.
⁸
Bereshit Rabbah
26:7.
⁹
Bereshit Rabbah
26:7, ed. Theodor-Albeck.
¹⁰
Rabbi Shlomo Yitzchaki (Rashi), Commento
a Genesi 6:4.
¹¹
Bereshit Rabbah
26:7.
¹²
Pirkei de-Rabbi Eliezer
22.
¹³
Ivi.
¹⁴
Rabbi Moshe ben Nachman (Ramban), Commento
a Genesi 6:4.
¹⁵
Cassuto, A Commentary
on the Book of Genesis,
p. 300.
¹⁶
Avivah Gottlieb Zornberg, The
Beginning of Desire: Reflections on Genesis
(Philadelphia: Jewish Publication Society, 1995).
¹⁷
Aristotele, Poetica,
1453a.
¹⁸
Bereshit Rabbah 26:5.
¹⁹
Brian R. Doak, The Last
of the Rephaim: Conquest and Cataclysm in the Heroic Ages of Ancient
Israel (tesi, 2014).
²⁰
Filone di Alessandria, De
Gigantibus, 6-18.
²¹
Maimonide, La
Guida dei perplessi,
III, 8-10.
²²
Emmanuel Levinas, Totalità
e infinito (1961),
trad. it. (Milano: Jaca Book, 1980), pp. 21-50.
²³
Ivi, pp. 245-280.
²⁴
Emmanuel Levinas, *Altrimenti
che essere o al di là dell’essenza*
(1974), trad. it. (Milano: Jaca Book, 1983), pp. 145-190.
²⁵
Emmanuel Levinas, *Difficile
libertà* (1963),
trad. it. (Milano: Jaca Book, 2004), p. 312.
²⁶
Cfr. Nathan Zach, poesie su temi biblici in *Kol
ha-shirim* (Tel Aviv:
Hakibbutz Hameuchad, 2000).
²⁷
Ramban, *Commento a
Genesi* 6:4.

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