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Shofar (so far)






Sapevo saresti arrivato
poi
a mettere voce tra
lembi aderenti
della mia pelle.

“Il soffio che strappa
riempie d'oro gli spazi vuoti
che crea”, dicevi.

E sorridevi, e ridevi;
i tuoi volti offuscati
al mio sguardo
da veli salati
sui miei occhi.

Fu allora che compresi.
Io non sarei stato mai
maestro.
Avrei rivolto per sempre
sorrisi ebeti e stolti,
a un mondo troppo saggio.

Tu facevi “no, no, no”
con la testa
mentre laceravi
a brandelli,
vesti per me preziose,
e raddrizzavi una schiena
piegata dall'assenza.

E non c'è peso più grande,
lo sai Maestro,
che quello delle piume
che non hanno carezzato
i tuoi volti.

Tu questo lo sapevi,
alchimista della parola,
e lanciavi dal tuo corno
ululati
che dividevano galassie
da galassie,
e riempivano i pori della pelle
d'un vuoto fertile
per il tuo allievo.

Fu allora che compresi.
Io non avevo nulla
da trasmettere
al mondo
se non i miei inciampi.

Ne traesse
una lezione
o li gettasse a terra,
solo quello poteva
essere il mio dono.

E furono mie alleate
ventidue danzatrici del ventre,
ventidue vecchiette arzille
che lanciavano palle di fango
per gioco
sui miei volti umidi.

E voci, e canti,
di lontano,
urla di risveglio;
mentre la veste
si strappava.

Non ero certo il primo
a lanciare
il grande soffio
del naufrago che sputa
acqua salmastra
dalle labbra;
sulla sabbia, bianca.

Tu eri là
e posavi mani sapienti
su un corpo
da raddrizzare
e sorridevi e ridevi
dei miei singulti
mentre la vita, sgraziata,
riprendeva a tossire
nelle mie vene.

Fu allora che compresi.
Io non sarei mai stato
maestro;
avrei strappato le vesti
a un mondo troppo saggio
per conoscere
i denari che costa
ogni lacerazione
su un volto
bambino
che non ha conosciuto
la piuma.


 

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Commenti

  1. chi è questo maestro?
    Ho lacrimato sulla preghiera in Ivrit

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