(Redazione) - La Parola che Genera: Mito, Rito e Poesia come "forme di presenza" - un saggio di Sergio Daniele Donati
I – Breve premessa filosofica: La Parola come Essere e Trasformazione
Nella riflessione filosofica, da Platone che nel Cratilo
esplora il linguaggio come legame tra nomi e essenze a Heidegger,
che vede la parola come dischiusura dell’essere (nel suo concetto
di Dasein
e Sprache),
la parola non è mero strumento comunicativo, ma essenza che
dischiude l’essere. Come logos,
essa genera mondi, media tra il sensibile e l’intelligibile, e
ritualizza l’esistenza umana contro il nulla. In questa luce, il
linguaggio si rivela forza ontologica: non descrive il reale, ma lo
plasma, lo custodisce e lo rinnova, attraversando culture e epoche in
un eterno ritorno di presenza.
II
- Introduzione: La Parola come Rito
La
parola nasce come gesto che trasforma il reale. Prima di diventare
mero discorso informativo, agisce come presenza attiva: accompagna,
orienta e ricompone l’esistenza. Nelle culture antiche, non solo
quelle mediterranee, ma anche africane, asiatiche e indigene il
linguaggio assume una funzione rituale essenziale: attraversa il
mondo visibile, lo rende permeabile a dimensioni invisibili, sostiene
ciò che rischia di svanire e dà forma all’informe. In questa
prospettiva, il mito
(narrazioni simboliche che spiegano origini e cicli cosmici), la
Scrittura
(intesa come corpus sacro e interpretativo ebraico, come il Siddur
o
la Qabbalah)
e la poesia
(espressione ritmica che incide sul reale) si configurano come tre
espressioni di un unico atto trasformativo, che trascende confini
geografici e culturali.
La
parola opera, produce effetti tangibili e rinnova ciò che tocca. La
sua efficacia risiede nella capacità di modificare l’incontro con
il reale, mantenendo aperto un varco tra il visibile e l’invisibile,
e offrendo continuità a ciò che potrebbe dissolversi. Ogni
tradizione antica riconosce al linguaggio una potenza primordiale,
che precede la significazione razionale e sopravvive alla perdita del
contesto originario. Questa potenza si manifesta come ritmo
(cadenza ripetitiva che genera presenza), formula
(sequenza fissa con efficacia magica) e gesto
(atto performativo che attiva trasformazione), elementi che rendono
la parola un strumento di sopravvivenza e rigenerazione, come si
osserva nei canti orali africani o nelle epiche indiane. Per ampliare
l’universalità, nel mito yoruba africano di Ogun dio del ferro
e della guerra, protettore dei cacciatori la parola rituale nei
canti Ifá
(sistema divinatorio basato su versi poetici) funge da ponte tra
umani e orisha
(divinità ancestrali), rinnovando l’equilibrio cosmico attraverso
invocazioni che trasformano caos in ordine, similmente ai riti
eleusini.
III
- Il Mito Greco: Ritmo Cosmico e Trasformazione
III
a - La Discesa e il Ritorno di Persefone
Il
mito di Persefone –
figlia di Demetra, rapita da Ade e costretta a passare parte
dell’anno negli Inferi, simboleggiando il ciclo delle stagioni –
esemplifica la parola come ritmo cosmico che sostiene i Misteri
Eleusini (riti iniziatici segreti ateniesi dedicati a Demetra e
Persefone, promettenti fertilità e vita dopo la morte). La sua
discesa negli Inferi e il ritorno delineano un ciclo stagionale:
dalla perdita alla restituzione, dall’oscurità alla luce. La
parola che narra questo movimento non è passiva; rinnova il
passaggio, riapre la soglia tra mondi e rende possibile il transito.
Nei riti eleusini, il linguaggio funge da accompagnamento, custodendo
la ciclicità e mantenendo viva l’esperienza condivisa.
Persefone
incarna una parola capace di sostenere il movimento tra assenza e
presenza. Il mito trasforma la ciclicità stagionale in un modello
rituale: ogni pronunciamento rinnova il mondo, ogni ripetizione
riattiva il ritorno, ogni formula garantisce continuità. Nei Misteri
Eleusini, il racconto di Demetra e Persefone diventa un dispositivo
operativo, che mantiene aperta la relazione tra umano e divino,
offrendo alla comunità una partecipazione al ritmo cosmico.
Secondo
Apollodoro nella Biblioteca
(raccolta mitografica greca del I-II secolo d.C.), il rapimento di
Persefone da parte di Ade simboleggia non solo il ciclo agricolo, ma
anche un’iniziazione mistica alla vita oltre la morte. Questo
aggiunge una dimensione escatologica: la parola rituale non solo
rinnova la terra, ma prepara l’anima al transito eterno, come
evidenziato nei frammenti degli Inni Omerici a Demetra.
Per un
parallelo asiatico, nel mito indiano di Savitri dal Mahabharata
(epica sanscrita che narra storie di dharma
e karma),
la parola devota di Savitri convince Yama (dio della morte) a
restituire il marito Satyavan, mostrando il linguaggio come forza
persuasiva che sfida la morte e rinnova la vita coniugale,
enfatizzando temi di lealtà e ciclo vitale.
III
b - Il Volo di Icaro: Ascesa, Limite e Caduta
Il
mito di Icaro figlio di Dedalo, che vola troppo vicino al sole con
ali di cera, cadendo in mare offre un’altra figura del desiderio
trasformativo. Il volo verso il sole rappresenta un’ascesa
iniziatica, un varco tra condizione umana e dimensione divina. La
parola che trasmette questa vicenda accompagna l’elevazione,
sostiene la tensione del corpo esposto alla luce e rinnova
l’esperienza dell’ascesa come possibilità sempre aperta.
La
tradizione iconografica da Ovidio nelle Metamorfosi
(poema epico latino sulle trasformazioni mitiche)1
a rappresentazioni rinascimentali moltiplica le immagini del volo
e della caduta, rinnovando la potenza del gesto. Il corpo sospeso tra
cielo e mare rivela una grammatica dell’eccesso: la luce che
avvolge le ali, il calore che scioglie la cera, l’aria che sostiene
e abbandona. La caduta non è fine, ma trasformazione; la parola che
segue la discesa restituisce continuità, riconoscendo nella perdita
una fase del percorso. Pausania nella Descrizione
della Grecia
(guida geografica del II secolo d.C.) collega Icaro a riti ateniesi,
dove il mito simboleggia l’ambizione umana e i suoi rischi.
Integrando Ernesto De Martino (Il
mondo magico,
studio antropologico sulla magia come risposta alla crisi
esistenziale), possiamo vedere il volo come una “crisi magica”:
la parola rituale mitiga il terrore del limite, trasformando la
caduta in conoscenza collettiva. Un arricchimento africano: nel mito
zulu di
uMvelinqangi
(creatore primordiale che ascende al cielo), la parola nei canti
ancestrali sostiene l’ascesa spirituale, ma avverte contro
l’eccesso, simile a Icaro, dove la caduta simboleggia il ritorno
alla terra e alla comunità.
III
c - La Vicenda di Erigone: Lutto e Rito Condiviso
Erigone
figlia di Icario, che si impicca per il dolore della morte del
padre, ucciso da contadini ubriachi introduce una modalità di
efficacia legata alla comunità. La sua storia genera le Aiora (riti
ateniesi con altalene oscillanti, dedicati a propiziare spiriti e
trasformare il lutto). La parola che ricorda Erigone trasforma il
lutto in gesto condiviso, offrendo alla ferita una forma accolta e
sostenuta.
Il
ritmo oscillatorio delle altalene accompagna la memoria, passando
dall’immobilità del dolore al movimento rigenerante. Il mito
diventa dispositivo di memoria attiva, generando coesione sociale.
Come nota Igino nelle Fabulae
(raccolta mitografica romana del II secolo d.C.), questo rito
simboleggia giustizia simbolica: la parola riconosce la perdita, la
restituisce alla polis come responsabilità collettiva. Claude
Lévi-Strauss in Antropologia
strutturale
(testo fondante dello strutturalismo, che analizza miti come sistemi
di opposti) interpreterebbe le Aiora come scambio simbolico (eco di
Marcel Mauss nel Saggio
sul dono,
teoria dell’economia del dono come legame sociale), dove il lutto
individuale diventa dono comunitario.
Questo arricchisce il mito come
ponte tra individuale e collettivo, enfatizzando la parola come
legame sociale. Per diversificare, nel rito giapponese del Obon
(festa buddhista degli antenati, con danze e lanterne), la parola nei
canti e preghiere accoglie gli spiriti ancestrali, trasformando il
lutto in celebrazione condivisa, con lanterne che oscillano come
altalene, rinnovando legami familiari oltre la morte.
IV
- La Tradizione Ebraica: Il Qaddish come Rito di Ricomposizione
Il
Qaddish preghiera aramaica di lode recitata nel lutto per
rinnovare l’ordine cosmico rappresenta una delle forme più
elevate della parola come gesto. Questa preghiera formulaica e
responsoriale ricostruisce il mondo dopo la perdita, rinnovando
l’ordine cosmico. Attraversa il dolore, lo conduce in un luogo
custodito, coinvolgendo la comunità in un tessuto di presenza.
La
lingua antica aggiunge profondità: il suono, la cadenza e
l’antichità offrono al rito una dimensione temporale. La lode del
Qaddish rinnova la relazione tra chi prega e la vita, trasformando la
perdita in movimento vitale. Come spiega Gershom Scholem in Le
grandi correnti della mistica ebraica
(studio sulla mistica ebraica medievale)2,
il Qaddish attinge alla Qabbalah (tradizione mistica ebraica che vede
lettere e parole come forze creatrici), dove la parola è forza
creatrice, simile alle lettere come atomi simbolici.
Nel Siddur
(libro di preghiere ebraiche per la liturgia quotidiana), il Qaddish
è recitato in contesti di lutto ma anche di lode quotidiana,
enfatizzando la sua funzione generativa. Scholem in La
Kabbalah e il suo simbolismo
collega questo alla creazione ex nihilo: ogni enunciazione “ricrea”
il mondo, offrendo continuità contro il caos del dolore. Un
parallelo africano: nei riti dogon del Mali (popolo africano con
cosmogonia basata su Amma, dio creatore), le preghiere formulaiche al
dio Amma ricompongono l’universo dopo perdite, usando ritmi vocali
per mantenere l’equilibrio cosmico, similmente al Qaddish.
V
- La Poesia come Magia Operativa: Anita Seppilli
Anita
Seppilli, in Poesia
e magia
(saggio antropologico sul legame tra verso e rito), vede la poesia
come eredità del linguaggio rituale. Il verso agisce come formula,
il ritmo come tecnica efficace, la parola come gesto che incide sul
reale. La poesia conserva la potenza originaria: influenza
l’incontrollabile, dà forma all’informe, sostiene l’azione
tramite il suono.
La
poesia nasce da un’esigenza pratica, accompagnando trasformazioni e
mantenendo varco tra dimensioni. Seppilli evidenzia la continuità
tra mito, rito e poesia: la parola che guida Persefone, Icaro ed
Erigone opera tramite ritmo; quella del Qaddish rinnova via formula;
la poesia preserva questa magia. Integrando De Martino, Seppilli
sottolinea come la poesia sia “magia
sopravvissuta”
in società moderne, dove il ritmo poetico mitiga crisi esistenziali,
simile ai riti primitivi. Questo aggiunge una prospettiva
antropologica: la poesia non è estetica pura, ma strumento di
resilienza culturale. Per arricchire con prospettive asiatiche, la
poesia haiku giapponese, come in Matsuo Basho (Lo
stretto sentiero del Nord,
diario poetico del XVII secolo), cattura l’effimero con ritmi
minimali, trasformando l’osservazione in rito contemplativo che
rinnova la connessione con la natura.
VI
- Letteratura: Borges e Pessoa
VI
a - Jorge Luis Borges: La Parola come Struttura Generativa
Borges,
in opere come Finzioni
e L’Aleph
(raccolte di racconti metafisici sull’infinito e il linguaggio),
tratta la parola come rito generativo. Il Nome apre mondi, il Libro è
oggetto rituale, la lettera unità cosmica. Influenzato dalla
Qabbalah, vede il linguaggio come forza creatrice: la precisione
combinatoria genera realtà.
Il
labirinto simboleggia il linguaggio come spazio di possibilità: ogni
biforcazione rinnova il gesto, ogni sentiero apre direzioni. La
scrittura è ritualità che ricompone il mondo tramite forma. Borges
cita esplicitamente Scholem; il suo “Giardino dei sentieri che si
biforcano” evoca la Qabbalah come albero della vita, dove parole
creano multiversi. Questo arricchisce il tema: la parola non
descrive, ma genera ontologicamente. Un parallelo africano: nei griot
dell’Africa occidentale (cantastorie orali che tramandano storie
ancestrali), i cantastorie usano parole come labirinti narrativi per
ricreare storie ancestrali, generando identità collettive.
VI
b - Fernando Pessoa: La Parola come Metamorfosi del Sé
Pessoa,
tramite eteronimi come Álvaro de Campos (ingegnere navale futurista,
uno dei suoi alter ego poetici), usa la parola per incarnare
pluralità. La poesia è rito di apparizione, liturgia del
molteplice, gesto che genera presenze. La metamorfosi è pratica: la
parola crea identità, trasforma il sé.
Nel
Libro
dell’inquietudine
(diario frammentario di Bernardo Soares, altro eteronimo), la
scrittura accoglie la pluralità, rinnovando la relazione tra voce e
mondo. Tabucchi nota come gli eteronimi riflettano crisi identitarie
moderne; collegando a Lévi-Strauss, Pessoa usa la parola come
struttura mitica per navigare il frammentato, arricchendo il concetto
di linguaggio come spazio metamorfico. Per diversità, nella poesia
cinese di Li Bai (poeta Tang del VIII secolo, noto per visioni
taoiste), la parola evoca multiple identità poetiche, trasformando
il sé in armonia con il cosmo taoista.
La Parola come Forza Vitale
Questo
percorso rivela il linguaggio come gesto che accompagna, orienta,
ricompone e genera, attraversando culture globali. La parola
trascende il tempo, sostiene continuità e rinnova il mondo. Mito,
rito e poesia da Grecia a Africa, da Ebraismo a Asia mantengono
viva la potenza rituale originaria, trasformando il reale in modo
universale. La parola come rito è forma di vita, presenza operante
anche nel ritiro del mondo.
(Sergio Daniele Donati)
______
Riferimenti Bibliografiche
Apollodoro,
Biblioteca,
trad. James George Frazer.
Ovidio,
Metamorfosi,
a cura di Nicola Gardini.
Pausania,
Descrizione
della Grecia,
a cura di Domenico Musti.
Igino,
Fabulae,
a cura di Peter K. Marshall.
Siddur,
trad. rav Alfonso Arbib.
Gershom
Scholem, Le
grandi correnti della mistica ebraica
e La
Kabbalah e il suo simbolismo.
Anita
Seppilli, Poesia
e magia.
Ernesto
De Martino, Il
mondo magico.
Marcel
Mauss, Saggio
sul dono.
Claude
Lévi-Strauss, Antropologia
strutturale.
Jorge
Luis Borges, Finzioni
e L’Aleph.
Fernando
Pessoa, Il
libro dell’inquietudine,
a cura di Richard Zenith.
Fernando
Pessoa, Poesie
di Álvaro de Campos,
a cura di Antonio Tabucchi.
Mahabharata,
trad. Peter Brook (per Savitri).
Amadou
Hampâté Bâ, Aspetti
della civiltà africana
(per miti yoruba e griot).
Matsuo
Basho, Lo
stretto sentiero del Nord
(per haiku).
Zulu
Myths,
ed. Credo Mutwa.
Microcenni
biografici
Álvaro de Campos: Eteronimo di Fernando Pessoa, ingegnere navale con poesia futurista.
Anita Seppilli: Antropologa italiana, esperta di poesia e magia.
Claude Lévi-Strauss: Antropologo francese, fondatore dello strutturalismo.
Domenico Musti: Storico italiano, curatore di Pausania.
Ernesto De Martino: Antropologo italiano, studioso di magia e folklore.
Fernando Pessoa: Poeta portoghese, maestro degli eteronimi.
Gershom Scholem: Storico israeliano della mistica ebraica.
James George Frazer: Antropologo britannico, autore di The Golden Bough.
Jorge Luis Borges: Scrittore argentino, esploratore di labirinti e infinito.
Marcel Mauss: Antropologo francese, teorico del dono.
Nicola Gardini: Curatore moderno delle Metamorfosi.
Peter K. Marshall: Filologo, curatore di Igino.
Richard Zenith: Traduttore e curatore di Pessoa.
Rav Alfonso Arbib: Rabbino italiano, curatore di testi liturgici.
Amadou Hampâté Bâ: Scrittore maliano, esperto di tradizioni africane.
Matsuo Basho: Poeta giapponese haiku.
Li Bai: Poeta cinese Tang.
Piccolo glossario
dei Termini Stranieri
Qabbalah: Tradizione mistica ebraica, dove lettere e parole creano realtà.
Aiora: Riti ateniesi con altalene, legati al mito di Erigone.
Misteri Eleusini: Iniziazioni segrete greche, centrati su Demetra e Persefone.
Orisha: Divinità yoruba africane.
Obon: Festa giapponese degli antenati.
Ifá: Sistema divinatorio yoruba.
Qaddish:
Preghiera ebraico-aramaica di lode, usata nel lutto per rinnovare
l’ordine cosmico.
Siddur:
Libro di preghiere ebraiche per liturgia quotidiana.Qabbalah: Tradizione mistica ebraica, dove lettere e parole creano realtà.
Aiora: Riti ateniesi con altalene, legati al mito di Erigone.
Misteri Eleusini: Iniziazioni segrete greche, centrati su Demetra e Persefone.
Orisha: Divinità yoruba africane.
Obon: Festa giapponese degli antenati.
Ifá: Sistema divinatorio yoruba.
NOTE
1 - Ovidio narra la trasformazione in Libro VIII, focalizzandosi
sull’aspetto metamorfico del volo.
2 - Scholem esplora il Qaddish come elemento kabbalistico nel capitolo
dedicato alle preghiere mistiche.

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