"Il contrario del vero è sempre il vero" - a proposito di "L’esatto contrario" di Antonio Laneve (Puntoacapo, 2025) - nota critica di Sergio Daniele Donati
C’è un’urgenza che si sente sottopelle leggendo L’esatto contrario (Puntacapo editore, 2025) di Antonio Laneve.
Il poeta in questa raccolta non scrive per abbellire il mondo, ma per strappargli la maschera, per mostrarne il rovescio esatto – quello fatto di ferite aperte, corpi invasi, periferie che puzzano di kebab e di dimenticanza.
Gli
epigrafi dal film TV Dostoevskij (“Cercavamo
soltanto qualcuno che potesse prendersi l'orrore al posto nostro”)
e Eraclito (“Chi non
si aspetta l'inaspettato, non troverà mai la verità”)
non sono decorazioni: sono il patto che l’autore stringe con il
lettore. Qui la poesia è testimonianza scomoda, rifiuto di delegare
il dolore, accettazione che la verità arriva sempre di sorpresa,
spesso come un pugno nello stomaco.
La
prima sezione, ALIAS,
è un’autobiografia al negativo, Antibiografia che ci getta subito nel corpo malato – “Ho
la morte nel cuore, / nel fegato, nel pancreas, / nei polmoni e in
gola” – un elenco
anatomico che rende la morte domestica, metabolica, quasi banale.
L’Io si difende con “proiettili
a salve”, saluti
formali, ma finisce per mordere “cocci
di delirio”. Mi
colpisce questa rabbia trattenuta, quest’ironia amara che nasconde
un grido. In Trapassato
presente il tempo si capovolge: lacrime da canzoni riascoltate, un accordo
minore che attraversa “come un lampo nelle ombre”.
Il buio è
più veloce della luce – metafora che resta addosso, per il lutto
che anticipa la gioia.
Poi
arrivano i testi del “paese normale” e della giornata beige:
motocarri, briscola, pallonate sulle auto, un palazzo che si sveglia
storto.
Antonio Laneve rimpiange di non aver salvato quei segni per
“seminare prospettive” – non è nostalgia zuccherosa, è
rimpianto politico: l’orizzonte mentiva, la verità stava nel
locale ignorato. In Rintanarsi e Spolpato vivo il linguaggio si
fa aspro, grottesco: “euforia lercia”, “intrugli di carne
rozza”, “pisciare birra dopo una notte in branco”. Non è
gratuità: è smascheramento, rifiuto del velo consolatorio. La sala
giochi piena di “mostri” è la società stessa.
Nella
seconda sezione L'ESATTO CONTRARIO il titolo diventa manifesto:
il mondo è rovesciato. Respiro internazionale è un colpo al
cuore: “La metropolitana arriva / fino a Gerusalemme, periferia /
del mondo kebab” – ibridazione dolorosa, globale e miserabile
insieme. Le aree di servizio, le metropolitane, i condomini diventano
luoghi dove si depositano veleni e memorie. Il verso “Ho la morte
nel cuore” torna come un mantra fisico: non metafora, ma
dichiarazione di carne che ricorda tutto.
La
terza NON VI SOPPORTO PIÙ è la più rabbiosa: Poetumiera, Cibo finto, La formula del catarro attaccano la mediocrità, il
consumo, la retorica dei “buoni sentimenti”. L’ombelico come
pattumiera, il cuore come fogna – immagini estreme che esprimono
disgusto verso la poesia pulita, la vita finta. C’è un fondo
etico: il diritto/dovere di essere sgradevoli quando le circostanze
aggrediscono.
La
quarta NEW CALEMBOURGH gioca con calembour, neologismi, ironia
digitale: Cencio heart, Beati i duri di cuore, Superdatato. Il
linguaggio si fa ludico ma tagliente, contro social, obsolescenza,
fake.
Infomane, ad esempio, celebra l’incertezza come fame – bellissimo.
La
quinta RINGRAZIAMENTI si apre alla tenerezza: omaggi ad Ayrton
Senna, Bruno Ganz, Florian Schneider, Vangelis, Ryuichi Sakamoto. Qui
Antonio Laneve si concede stupore: “solo un angelo può saperlo”,
note che abbracciano punti cardinali. È il contrappunto necessario
alla rabbia – la bellezza esiste, ma va conquistata.
Chiude la raccolta la postfazione, scritta dallo stesso poeta: Antonio Laneve rifiuta pretese,
accetta il fraintendimento, rivendica la sgradevolezza. E la raccolta è
proprio questo: macerie e melassa, bile e caffè macchiato –
dosaggio variabile, come dice lui.
Lessicalmente
domina il concreto-sporcato (sangue, catarro, kebab, pattumiera),
simbolicamente la ferita è ovunque (cuore morto, corpo invaso, mondo
capovolto), retoricamente prevalgono cesure, accumuli, ironia
grottesca. Il ritmo è spezzato, cittadino, affannato – perfetto
per il disagio contemporaneo.
Il
confronto con Pier Paolo Pasolini è inevitabile e illuminante:
entrambi vedono la periferia come laboratorio antropologico, dove
l'umano si rivela nudo, e usano la lingua come arma contro la
rispettabilità borghese.
Ma Antonio Laneve infonde una maggiore
ironia – amara, autoironica, venata di grottesco digitale – che
Pasolini esprimeva con toni più tragici e profetici. In Laneve,
l'ironia è uno scudo contro l'assurdo contemporaneo, un ghigno che
maschera il dolore, rendendo la critica sociale più tagliente e
immediata, adatta a un'epoca di kebab e social.
Mentre Pasolini
denunciava con rabbia profetica la mutazione antropologica, Laneve
deride con un sorriso storto l'alienazione quotidiana – si pensi al
"mondo kebab" o alle "faccette" nei social –
trasformando l'orrore in un calembour beffardo, che colpisce più per
il suo umorismo nero che per la sua tragicità. È questa ironia
potenziata a rendere Laneve più vicino al nostro caos mediale, dove
il riso amaro diventa l'unica difesa contro l'assurdo.
Una
lieve nota, concludendo, prima di sottoporvi due testi e farne analisi breve: l’intensità costante (immagini forti, rabbia,
accumulo) è potente, ma in alcuni passaggi (soprattutto nella terza
sezione) potrebbe forse guadagnare da pause più lunghe, rarefazioni che
lascino respirare la ferita. Non è tuttavia un limite espressivo, sia ben inteso, al contrario è una suggestione voluta per
far emergere ancora di più l’urgenza etica che muove il libro.
L’esatto
contrario non è, in ogni caso, solo una raccolta: è un atto di resistenza poetica
che graffia l'anima e illumina le crepe del nostro tempo.
Antonio
Laneve trasforma l'orrore in versi vividi, invitandoci a non delegare
il dolore ma a affrontarlo con coraggio ironico e umana
vulnerabilità.
Un libro, questo, che resta impresso, che spinge a rileggere e
a interrogarsi, confermando Antonio Laneve come voce imprescindibile
nel panorama contemporaneo.
Due testi scelti
(Prima sezione: ALIAS)
Ho la morte nel cuore,nel fegato, nel pancreas,
nei polmoni e in gola,
nelle viscere tenui e crasse
e ancora non ho finito
d'impallinare la vita
- ripeto: la vita -
con proiettili a salve,
buongiorno e arrivederci,
mordendo cocci di delirio
senza avere la minima idea
di che cosa significhi...
In compagnia della morte,
nell'ombra, nell'aria,
nel prossimo istante.
nei polmoni e in gola,
nelle viscere tenui e crasse
e ancora non ho finito
d'impallinare la vita
- ripeto: la vita -
con proiettili a salve,
buongiorno e arrivederci,
mordendo cocci di delirio
senza avere la minima idea
di che cosa significhi...
In compagnia della morte,
nell'ombra, nell'aria,
nel prossimo istante.
____
Respiro
internazionale
(Seconda sezione: L'ESATTO CONTRARIO)
La metropolitana arriva
fino a Gerusalemme, periferia
del mondo kebab, multilingue
solo per abbonati al respiro
internazionale. Poco lontano
i falò dei senzatecno bruciano
connessioni antropomorfe
sotto i palazzi di vetro - opaco,
si capisce - comunque morti,
comunque sacrificati
a numero insufficiente di contatti.
Nemmeno i mezzi pubblici
sanno ormai dove si trova
la geografia più conveniente.
La metropolitana arriva
fino a Gerusalemme, periferia
del mondo kebab, multilingue
solo per abbonati al respiro
internazionale. Poco lontano
i falò dei senzatecno bruciano
connessioni antropomorfe
sotto i palazzi di vetro - opaco,
si capisce - comunque morti,
comunque sacrificati
a numero insufficiente di contatti.
Nemmeno i mezzi pubblici
sanno ormai dove si trova
la geografia più conveniente.
Breve analisi dei due testi scelti
Antibiografia (Prima sezione: ALIAS)
Contenuto: il testo esplora un'autobiografia negata, un'esistenza invasa dalla
morte come presenza costante e corporea, contrapposta a una vita
"impallinata" con gesti vuoti (proiettili a salve,
buongiorno, arrivederci). Il tema centrale è l'assurdità
dell'esistenza, il "delirio" mordente senza senso, con un
io che convive con la morte in un'intimità quotidiana ("in
compagnia della morte, / nell'ombra, nell'aria, / nel prossimo
istante"). Simbolicamente, il corpo diventa campo di battaglia,
la vita un ripetuto "ripeto: la vita" come mantra ironico
contro l'assurdo.
Analisi timbrica: il tono è crudo e ironico, con un'amarezza sottesa che si fa sentire
nel ritmo ansante e nelle pause, evocando un respiro affannato. I
suoni duri (morte, cuore, fegato, pancreas) creano un timbro aspro,
quasi metallico, che contrasta con la fluidità ironica delle
ripetizioni ("ripeto: la vita"), generando un contrasto
sonoro tra violenza e derisione.
Analisi lessicale: dominano campi semantici anatomici e bellici (cuore, fegato, polmoni,
viscere; impallinare, proiettili, salve), che rendono la morte fisica
e banale. Termini quotidiani (buongiorno, arrivederci) si contaminano
con il delirio, creando ibridazione tra banalità e abisso. L'assenza
di metafore ornate privilegia un lessico diretto, sporco, per un
effetto di immediatezza brutale.
Analisi metrica: verso libero con enjambement forti ("nei polmoni e in gola, /
nelle viscere tenui e crasse"), che mimano l'invasione
progressiva della morte. L'enumerazione accumulativa crea ritmo
ossessivo, spezzato da pause ellittiche (...), che accentuano il
senso di incompletezza e attesa. La struttura è compatta, con strofe
brevi che culminano in un distico finale, come un respiro finale
sospeso.
Respiro internazionale (Seconda sezione: L'ESATTO CONTRARIO)
Contenuto: il poema ritrae un mondo globalizzato ma degradato, dove la
metropolitana collega periferie ibride (Gerusalemme del kebab) in un
"respiro internazionale" riservato a pochi. Temi di
esclusione, sacrificio umano ("comunque morti, / comunque
sacrificati"), e perdita geografica ("nemmeno i mezzi
pubblici / sanno ormai dove si trova / la geografia più
conveniente"). Simbolicamente, il kebab rappresenta la
contaminazione culturale miserabile, i palazzi di vetro opaco
l'alienazione moderna, con un sottotesto di critica al capitalismo
digitale e migratorio.
Analisi timbrica: il tono è ironico e disilluso, con un'amarezza che si accumula in un
crescendo di negazioni. I suoni liquidi (metropolitana, periferia,
multilingue) evocano flusso e dissoluzione, mentre i termini duri
(bruciano, morti, sacrificati) creano un timbro aspro, quasi
metallico, che riecheggia il clangore urbano, amplificando il senso
di alienazione.
Analisi lessicale: campo semantico urbano-globale (metropolitana, periferia, kebab,
connessioni antropomorfe, palazzi di vetro), ibridato con termini
tecnici (antropomorfe, insufficiente di contatti) e negativi (opaco,
morti, sacrificati). L'uso di "kebab" come simbolo
culturale sporcato enfatizza la volgarità ibrida; il lessico è
concreto, quotidiano, con negazioni ("poco lontano",
"comunque morti") che rafforzano il disincanto.
Analisi metrica: verso libero con enjambement fluidi ("fino a Gerusalemme,
periferia / del mondo kebab"), che mimano il movimento
incessante della metropolitana. La struttura è compatta, con
accumulo enumerativo ("sotto i palazzi di vetro - opaco, / si
capisce - comunque morti"), pause parentetiche per ironia, e un
ritmo spezzato che evoca il respiro affannato del titolo, culminando
in una chiusura interrogativa implicita.
Per concludere, e meglio
di qualsiasi nota biografica la Redazione possa predisporre, è bene lasciare la parola al Poeta con
la sua postfazione:
“Non
so dare una risposta a una domanda che non c'è. Ma se ci fosse? Non
siamo spesso l'esatto contrario di come veniamo visti, percepiti,
interpretati dall'altro? Non facciamo altrettanto quando crediamo di
sapere? Ho letto talmente poco di tutto ciò che è stato scritto che
non vorrei essere frainteso; in realtà è solo presunzione: sarò
sicuramente frainteso! Meglio ancora, chiunque avrà letto queste
pagine adatterà la propria chiave di lettura a ogni testo, a ogni
verso, ogni parola.
Comunicare
è una sfida tra mondi diversi (spesso diversissimi), allora niente
infiniti questa volta, nessuna pretesa, nessuna lezione da consegnare
al mondo, piccolo o grande che sia. Ho setacciato un pugno di brani
che avessero strutture e macerie, bile e melassa, asfalto e sterrato,
caffè macchiati e Negroni sbagliati; a dosaggio variabile, anche
tutto insieme! Salvo inconsapevoli eroi a cui devo attimi di sosta,
distacco da tutto quanto scritto qui. Si può benissimo non essere
d'accordo, nemmeno io mi conosco troppo bene. Abbiamo tutti il
diritto/dovere di essere sgradevoli quando le circostanze ci
aggrediscono. Forse non è tutto sbagliato nel vivere, lasciare
tracce, aggiungere tessere al mosaico... Riuscirci al meglio è di
sicuro scomodo. E nessuno lo saprà mai davvero.” - Antonio
Laneve

Commento critico esatto e capillare e Antonio Laneve non è l'esatto contrario: è proprio così, sempre in compagnia delle sue amate ombre ma che lo rendono unico e autentico. Barbara Rabita
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