A proposito de “I bimbi nuotano forte” (Arcipelago Itaca Edizioni, 2024) di Isabella Bignozzi - nota critica di Sergio Daniele Donati
La raccolta poetica I
bimbi nuotano forte (Arcipelago Itaca ed., 2025) di Isabella Bignozzi si presenta
come un corpus organico e coeso, irradiato da una luminosità
pervasiva che guida il lettore verso epifanie profonde e inesorabili.
La lingua si snoda in
un flusso ampio e controllato, intrecciando immagini in sequenze di
tensione equilibrata, dove il lessico bilancia con maestria tenerezza
e ardore, delineando un orizzonte interiore in cui lo spirito si
fonde con la concretezza del mondo sensibile.
La sintassi, fluida e
avvolgente, sostiene un moto continuo che permette alle figure
retoriche di affiorare con spontaneità, conferendo al volume una
forma armonica e definita. Il titolo stesso, evocando l'immagine di
bambini che nuotano con vigore, suggerisce un tema centrale di
resilienza vitale, forse ispirato dall'esperienza dell'autrice presso
il Centro Astalli di Roma, dove l'acqua simboleggia non solo
purificazione e rinascita, ma anche le correnti migratorie e le lotte
per l'esistenza.
L'apparato retorico si
articola in una rete di figure essenziali, mai decorative, ma
intrecciate in una struttura coesa e funzionale. Le metafore fungono
da fulcri luminosi, spesso radicate negli elementi naturali –
acqua, luce, vento –, generando una densità che talora sfiora
l'opulenza, senza tuttavia compromettere l'autenticità dell'opera.
Le immagini ascendono
verso una contemplazione meditativa, supportate da un campo semantico
verticale che privilegia soglie, rivelazioni e ascensioni, pur con
qualche lieve eco di motivi che, in passaggi isolati, potrebbe
suggerire una sottile reiterazione, la quale tuttavia amplifica
l'unità tematica. Anafore, riprese e variazioni ritmiche instaurano
una cadenza contemplativo, marchio distintivo della voce poetica di
Bignozzi, che riecheggia, pur con accenti personali, la verticalità
luziana: qui, però, la luce è più incarnata, fluida e generativa,
emergente dal basso – dall'infanzia, dal corpo, dalle acque – per
elevarsi in un flusso inarrestabile.
In questa cornice,
alcuni testi emergono come vertici di intensità, illuminando il
meccanismo espressivo dell'autrice.
Nel poema «agosto»
(p. 13), l'incipit "ore come laghi di sale" trasforma il
tempo in una materia densa e salina, palpabile nella sua opprimente
staticità, mentre "albe rosse che ruotano avversità"
evoca un ciclo metamorfico di lotta e rigenerazione. La sequenza
"fiaba nuda / battesimo / perdono" fonde simboli
archetipici in un continuum irreversibile, e l'acqua assume un ruolo
procreativo nel "fianco che ti spinge nella luce", unendo
corporeità e paesaggio in un gesto di spinta vitale.
Nel testo «al peso
degli addii» (p. 14), la postura di fronte alla separazione si
manifesta in una sintassi accogliente ma inflessibile: "al peso
degli addii / riservi la tua quiete" prescrive una custodia
della perdita, senza mitigarla. La "porta socchiusa"
diviene limen di transito obbligato, e l'"ipotenusa / che nega i
perpendicoli della croce" introduce una geometria obliqua dello
spirito, una deviazione verso un'intuizione superiore. La "voliera
/ aperta" cattura fragilità e potenzialità in simultanea,
culminando in un "tremare / di precisa primavera" che
afferma la continuità della vita.
In «gli amanti» (p.
26), l'eros si costruisce nello sguardo reciproco: "gli amanti
si tremano gli occhi / come specchi di calore", dove il corpo è
epifania primordiale. La progressione – "piegano nidiate di
mani", "ruotare / in quest’aquila interminabile" –
proietta l'amore in una dimensione ascensionale, chiudendo con
"freccia che non sa tornare", emblema di un avanzare
definitivo.
Infine, in «mani tue
chiare di nubi» (p. 70), la cura si incarna in una luce protettiva:
"mani tue chiare di nubi, le ampiezze / distese nell’erba di
neve" evoca una guardianship celeste. Le immagini rituali –
"vetri di brina l’aurora, ali nel sole" – sfociano in
un'invocazione salvifica, culminando nel "puro silenzio su un
viso di rosa", dove la quiete rivela l'essenziale.
Nel complesso, la
raccolta traccia un itinerario attraverso vulnerabilità, custodia e
illuminazione, sostenuto da una coerenza timbrica che funge da
respiro essenziale.
La poesia di Isabella
Bignozzi trasforma l'immagine in portale, il gesto in epifania, la
luce in conoscenza autentica, dialogando in un certo senso con la tradizione luziana ma
ancorandola a un flusso più corporeo e vitale.
Il volume lascia
un'eco di espansione irreversibile, invitando a riletture meditative,
in un paesaggio dove la rivelazione nasce dal movimento stesso
dell'esistenza.
Per la Redazione de Le parole di Fedro
il caporedattore - Sergio Daniele Donati
Due poesie estratte dall’opera
agosto (p. 13)
e albe rosse che ruotano avversità
d’insonnie limpidissime
dentro perdute case di pietra
l’anno è un migrare di navigli
fianco che ti spinge nella luce
il silenzio dei cipressi tiene
l’orma dei pensieri nell’acqua
questa fiaba nuda, battesimo
che ogni perdono prega nel vento
al peso degli addii (p. 15)
al peso degli addii
riservi la tua quiete, un albeggiare
scura il proseguire, ma tu non dire
le tue vele a chi non cade
col rosso agli occhi, nel disalbero
parlami di una porta socchiusa
idea che scivola, ipotenusa
che nega i perpendicoli della croce
una voce
che chiama, senza sera
attendimi in panne sotto la bufera
fermezza tua che rimane nella cura
dei perduti come fosse vera
tra queste case rotte una voliera
aperta, che fa tremare
di precisa primavera
Nota
biobibliografica
Isabella Isabella Bignozzi (Bologna,
1971) è una poetessa italiana. In poesia ha pubblicato: Le stelle
sopra Rabbah (Transeuropa 2021), Memorie fluviali (MC
edizioni 2022), I bimbi nuotano forte (Arcipelago Itaca 2024),
Fermagenesi (Anterem Edizioni 2025, Premio Montano).
In prosa: Il segreto
di Ippocrate (2020) e Cantami o diva degli eroi le ombre
(2023), entrambi per La Lepre Edizioni. Il saggio Quieto è il mio
cuore (Velar, 2025) medita sul Salmo 131.
Presente in antologie e
riviste, insegna al Centro Astalli (Jesuit Refugee Service) di Roma.
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