Poesie inedite di Carla Ghisani - con nota critica di Sergio Daniele Donati
La poesia di Carla Ghisani si offre come un attraversamento ininterrotto, un movimento che non procede per blocchi separati ma per onde successive, in cui emozione, immagine e pensiero si richiamano a vicenda. Fin dall’inizio si avverte una voce che abita una soglia: il corpo, la memoria e la visione non sono piani distinti, ma strati di uno stesso paesaggio interiore che si espande e si contrae come un respiro irregolare.
Ogni testo nasce da un’urgenza di contatto, da un gesto che tenta di trattenere ciò che scivola via, da un ascolto che si affina proprio mentre il mondo si incrina.
In questo movimento, il lessico costruisce una geografia molto precisa. Il corpo è costantemente chiamato in causa attraverso parole che ne disegnano la vulnerabilità e la tenuta: piedi, occhi, ciglia, membra, polpastrelli, timpani, cuore, ossa.
Non sono dettagli anatomici decorativi, ma punti di pressione, luoghi in cui si imprimono urti, memorie, ritorni mancati. Il corpo diventa un sismografo, registra scosse e assestamenti, e in questo modo rende visibile ciò che altrimenti resterebbe solo emotivo.
Accanto a questa geografia fisica si dispiega quella della natura: mare, onde, cavalli, cani, salice, neve, ragno, ortiche, robinia, libellula, fiume.
La natura non compare come sfondo, ma come interlocutrice: accoglie, ferisce, sostiene, ammonisce.
Ogni elemento naturale è un correlativo emotivo, un modo per dare figura a stati interni che non si lasciano facilmente nominare.
Su
questo doppio asse – corpo e natura – si innesta un terzo campo
lessicale, inatteso e decisivo: quello del cosmico e del tecnico.
Parole come iperspazio, Saturno, Apocalisse, nitroglicerina, black
out, medium liquido, tecnigrafo aprono fenditure nel quotidiano e
spostano continuamente il baricentro del discorso.
L’immaginazione
si allunga verso l’alto e verso il fondo, come se la poesia fosse
il luogo in cui l’astrazione siderale e la materia più minuta
potessero coesistere senza contraddirsi. Questo continuo slittamento
di scala produce uno spaesamento controllato: il lettore viene
portato fuori asse, ma sempre dentro una coerenza interna che la voce
mantiene con fermezza.
Le
figure retoriche emergono da questo tessuto in modo naturale, senza
mai apparire come sovrastrutture.
Le metafore strutturali non sono
semplici abbellimenti, ma veri e propri dispositivi di pensiero: la
gabbia di nebbia, la tela di ragno, la vetta senza ossigeno, il bacio
di libellula organizzano interi blocchi di senso.
La nebbia è
condizione esistenziale, la tela è fragile sostegno, la vetta è
limite, la libellula è epifania che increspa l’acqua ferma. Le
similitudini, rare e misurate, intervengono per precisare un’emozione
più che per amplificarla. Le ripetizioni e le anafore – Perdonami…
Perdonami…, Quello che resta… – costruiscono un ritmo
incantatorio che resiste alla dispersione e tiene insieme i
frammenti.
Gli enjambement spezzano il verso in punti di tensione
semantica, aprendo sospensioni che fanno risuonare il significato
oltre il margine del rigo. Le sezioni tra barre oblique introducono
un registro più interno, quasi diaristico: sono come aperture
laterali, in cui la voce si ritrae per un istante e lascia emergere
una confessione trattenuta.
Il
tema dell’assenza attraversa molti testi, ma non come semplice
mancanza: è piuttosto la forma che assumono le relazioni quando
vengono viste nella loro instabilità.
Le presenze appaiono come fili
tesi, zone di contatto che cambiano forma, luoghi in cui ciò che
c’era continua a vibrare anche quando non è più visibile. Il
corpo, in questo contesto, diventa metafora di un’identità in
trasformazione, mentre la natura e gli animali accompagnano questa
metamorfosi con una presenza che osserva, registra, accoglie. La
lingua procede per accumulo e per risonanza: immagini, parole e
situazioni ritornano in forme diverse, creando una rete interna che
lega i testi tra loro e li fa dialogare.
La
scrittura di Ghisani si colloca in una linea che conosce bene la
vulnerabilità e la precisione, e in questo senso può dialogare con
alcune pagine di Anne Sexton o Louise Glück, così come con la
densità visionaria di Milo De Angelis. Tuttavia, la sua voce si
riconosce per una specifica capacità di tenere insieme il lirico e
il narrativo, il cosmico e il domestico, la ferita e la resistenza.
Ogni testo sembra nascere da un’urgenza di verità, da un desiderio
di nominare ciò che resta, ciò che sopravvive, ciò che continua a
pulsare anche quando le forme si disfano.
Questi
inediti mostrano una maturità stilistica già pienamente formata. La
poesia diventa un modo per restare in contatto con ciò che sfugge,
con ciò che non può essere trattenuto, con ciò che continua a
trasformarsi. La voce invita a sostare nelle crepe, a riconoscere la
fragilità come forma di conoscenza, a lasciarsi interrogare da ciò
che resta quando il mondo si incrina. Ne nasce una poesia che sceglie
l’attraversamento, la profondità, l’apertura, e che chiede al
lettore una presenza attenta, non distratta. La conclusione che
emerge da questo insieme di testi è quella di un percorso poetico
solido e coerente, capace di parlare con una lingua che attraversa
l’oscurità per trovare un varco. La poesia di Carla Ghisani si
offre come un filo che non promette uscite facili dal labirinto, ma
insegna a camminarlo con consapevolezza, con attenzione, con una
forma di coraggio che nasce dalla vulnerabilità stessa.
Per la Redazione de Le parole di Fedro
il caporedattore - Sergio Daniele Donati
I TESTI
Estratto
da una breve intervista dal blog ‘Mi libro in volo’: ‘La
poesia è una strada, verso gli altri, ma soprattutto verso se
stessi: è un suggerimento emotivo, si può sussurrarlo solo a chi ha
desiderio di seguire un filo di Arianna, che riporti verso nuovi
orizzonti aperti, verso qualcosa che sentiamo, profondamente,
intimamente richiamare la nostra essenza più profonda’
____
Sono stata così lontana, l’iperspazio
solleticava le piante dei miei piedi,
e su Saturno ho perso la conta dei giorni
Sono tornata per te,
solo per quegli occhi da bambino
con cui mi scruti senza parlare,
mi disarmi senza amarmi
Tra noi c’è solo fiato e sguardo, potere
sottomesso
Arresa
Ma qui dentro c’è sempre una ribelle
/senza scampo, me ne andrò,
in un battito di ciglia/
I cavalli,
come i cani,
fanno ciò che vuoi solo se tu li ami
•••
Su questo velo di fumo, nella mia
gabbia di nebbia atterro
/lascio cadere ogni peso/
e tutto il corpo si nega, ripiega sul fondo
del mio mondo di spine e graffi
C’è una fragilissima tela di ragno
ad accogliere anima esausta,
membra ancora così forti,
occhi troppo aperti, scudi alzati
/assetti di guerra/
Riflessi d’acqua dal passato,
in questo disattento interludio,
mio mare,
àncora di salvezza
Perdonami per i miei non ritorni,
per tutti i giorni di oblio, di torpore,
di poco amore
Perdonami ogni infinita
assenza
Ti ho portato nelle ossa
/nel mio dna ho ancora e sempre
sangue salmastro/,
la bocca aperta alle tue onde,
capelli d’alga
•••
La metro quattro oggi è satura,
odora di pioggia al ritorno della folla
Mentre altrove si cerca
l’hapax legomenon
del verso sotteso ed enigmatico,
la legatura perfetta,
navigo a vista fra gli umori insulsi
della gente in attesa di un treno imprevisto,
su cui saliranno
senza lasciar il passo a chi scende,
nel delirio di personalità disturbate
Domani ci sarà un florilegio
di parole sull’11 settembre,
mentre la vita è attimo scosceso
Medito di scomparire
in un buffo scherzo da illusionista
esperta in vie di fuga,
d’assenza in presenza
Il bosco adesso è nostro
Sono stata così lontana, l’iperspazio
solleticava le piante dei miei piedi,
e su Saturno ho perso la conta dei giorni
Sono tornata per te,
solo per quegli occhi da bambino
con cui mi scruti senza parlare,
mi disarmi senza amarmi
Tra noi c’è solo fiato e sguardo, potere
sottomesso
Arresa
Ma qui dentro c’è sempre una ribelle
/senza scampo, me ne andrò,
in un battito di ciglia/
I cavalli,
come i cani,
fanno ciò che vuoi solo se tu li ami
•••
Su questo velo di fumo, nella mia
gabbia di nebbia atterro
/lascio cadere ogni peso/
e tutto il corpo si nega, ripiega sul fondo
del mio mondo di spine e graffi
C’è una fragilissima tela di ragno
ad accogliere anima esausta,
membra ancora così forti,
occhi troppo aperti, scudi alzati
/assetti di guerra/
Riflessi d’acqua dal passato,
in questo disattento interludio,
mio mare,
àncora di salvezza
Perdonami per i miei non ritorni,
per tutti i giorni di oblio, di torpore,
di poco amore
Perdonami ogni infinita
assenza
Ti ho portato nelle ossa
/nel mio dna ho ancora e sempre
sangue salmastro/,
la bocca aperta alle tue onde,
capelli d’alga
•••
La metro quattro oggi è satura,
odora di pioggia al ritorno della folla
Mentre altrove si cerca
l’hapax legomenon
del verso sotteso ed enigmatico,
la legatura perfetta,
navigo a vista fra gli umori insulsi
della gente in attesa di un treno imprevisto,
su cui saliranno
senza lasciar il passo a chi scende,
nel delirio di personalità disturbate
Domani ci sarà un florilegio
di parole sull’11 settembre,
mentre la vita è attimo scosceso
Medito di scomparire
in un buffo scherzo da illusionista
esperta in vie di fuga,
d’assenza in presenza
Il bosco adesso è nostro
•••
Nel 2025 si è concluso il ciclo
del serpente,
nella muta della pelle ci aspettano
i 9 anni del cavallo,
ma niente cambia davvero
se non l’Apocalisse occhieggiante
fra le menti dei folli che governano i mondi
Nel transito si stanno perdendo
altre sembianze umane
L’accezione della parola duole,
poco vale, maschere sono cadute rovinosamente dai volti,
la ferocia della razza si svela
cruda e sanguinaria come mai prima
Fra delirio di potere e tracotanza il veleno dell’ignavia
Nel 2025 si è concluso il ciclo
del serpente,
nella muta della pelle ci aspettano
i 9 anni del cavallo,
ma niente cambia davvero
se non l’Apocalisse occhieggiante
fra le menti dei folli che governano i mondi
Nel transito si stanno perdendo
altre sembianze umane
L’accezione della parola duole,
poco vale, maschere sono cadute rovinosamente dai volti,
la ferocia della razza si svela
cruda e sanguinaria come mai prima
Fra delirio di potere e tracotanza il veleno dell’ignavia
e della prepotenza dilaga senza forma,
come macchia di petrolio
tarpa ali e vite d’ogni specie
L’ombra del salice in pianto innevato,
nessun perdono profila l’orizzonte
Anche la tua mano sta perdendo
la carezza,
ora mi resta solo l’àncora del mio sguardo
più dolce
Invoco aria in nuovi occhi,
lo spettro di Kierkegaard nei polpastrelli
di dita attente, silenziose
•••
L’ampia barella su ruote scivola
lungo il corridoio, il corpicino sospeso,
ha forse quattro anni, le ciglia lunghissime galleggiano
con una grazia minima
dormi in gomitolo
mentre la sacca di chemio
scende goccia a goccia
quasi in sincrono col battito
pulsante del tuo cuore
Il bip bip gentile della vita,
quale messaggio criptato,
d’illeggibile senso
E quel respiro che ti arriva sott’acqua
il vento della corrente,
l’amplificare del medium liquido
risuona nella pressione delle orecchie
Somiglia alla grande beffa
di un grottesco mea culpa,
Mea maxima culpa
questa fitta che scava l’atrio,
il rivolo di sangue quando i timpani
si perforano nella rapida risalita
in cerca d’aria
Boccheggio dagli occhi,
anche uscendo per strada
la gabbia si chiude
tarpa ali e vite d’ogni specie
L’ombra del salice in pianto innevato,
nessun perdono profila l’orizzonte
Anche la tua mano sta perdendo
la carezza,
ora mi resta solo l’àncora del mio sguardo
più dolce
Invoco aria in nuovi occhi,
lo spettro di Kierkegaard nei polpastrelli
di dita attente, silenziose
•••
L’ampia barella su ruote scivola
lungo il corridoio, il corpicino sospeso,
ha forse quattro anni, le ciglia lunghissime galleggiano
con una grazia minima
dormi in gomitolo
mentre la sacca di chemio
scende goccia a goccia
quasi in sincrono col battito
pulsante del tuo cuore
Il bip bip gentile della vita,
quale messaggio criptato,
d’illeggibile senso
E quel respiro che ti arriva sott’acqua
il vento della corrente,
l’amplificare del medium liquido
risuona nella pressione delle orecchie
Somiglia alla grande beffa
di un grottesco mea culpa,
Mea maxima culpa
questa fitta che scava l’atrio,
il rivolo di sangue quando i timpani
si perforano nella rapida risalita
in cerca d’aria
Boccheggio dagli occhi,
anche uscendo per strada
la gabbia si chiude
•••
La città deserta,
la luce tersa sui miei passi e, sotto
la lastra di ghiaccio, mille abissi
Ho il dono della trapezista,
e soffro di vertigini, di equilibrismi
fra sentimenti e realtà
Sono persa in questo inverno
come mai prima
/credevo di essere esperta,
regina dei ghiacci
e degli amori sconfitti/
L’albero mi cede addosso,
abbandona un ramo spezzato
fra le mie braccia,
sulla spalla residui della sua neve
Mi sussurra
‘Lascia andare,
devi lasciare andare’
Mentre una lacrima diventa brina
scivolando sul volto
/nascondo sotto le molte maschere un sorriso/
ricordami, quando le foglie tremano,
ed io chiudo gli occhi
sotto i tuoi ultimi baci
In fondo, se mi duole un poco il cuore,
è perché è vivo
•••
Tra le parole sospese dei nostri sguardi
c’è ombra, più dolce della luce,
più profonda di fosse marine abitate
da murene e coralli
La vetta senza ossigeno è grande bellezza,
pari alla pianura argentata,
nella nebbia abbagliante di una giovinezza
troppo breve
Corse fra l’erba che taglia le gambe,
mani voraci d’infinito che dietro l’angolo
si spegne fra i pioppi,
nei graffi della robinia
Nei labirinti di ortiche i resti di noi
muoiono lentamente
Poco a poco si scompare a se stessi
Alla terra i corpi,
a te i brevi ricordi
che io non avrò più
•••
Il segreto è essere leggeri,
a non farsi infiggere dagli aculei della vita
il segreto è essere cielo
Ti parlerò della solitudine assoluta,
una tra milioni, estranea a dei e a uomini
Comprendo meglio orsi e cervi,
topi e serpi nella logica del bisogno,
della selezione naturale,
quando ogni bomba, ogni vittima
è mille anni di barbarie
Prima del Black out
il buio è già nei cavi,
e l’anima umana è più oscura
di ogni abisso,
siamo polvere instabile, labile nulla
Nitroglicerina
•••
In quest’anno di tempesta,
tuo padre è stato disseppellito,
a quasi sessant’anni da quella notte
in Piazzale Lotto
Ora è qui con noi,
la foto che carezzavi sulla sua tomba
fin da bambino ci guarda,
sulla tua scrivania
Chissà se le sue ossa,
finalmente a te vicine,
abbracciano quella parte di te
a cui tanto è mancato un padre
La polvere ha una grana finissima
in controluce, ti contorna il suo sguardo
in dagherrotipo di uomo giusto fra i giusti,
ennesima vittima della follia omicida,
così insita negli esseri feroci che siamo
In fondo, siamo tutti un inganno momentaneo,
l’esteso paradosso
del gatto di Schrödinger
So che gli parli, ora lui ti veglia
dall’alto della mensola,
la sua urna in piena luce
satura la stanza
•••
Amo in una discontinuità isterica
Mi sconnetto sempre più spesso
dalla vita, da me stessa,
e quel che ero, non sono più
/sedimenti di altre me
camminano a piedi scalzi su laghi asciutti,
sul lato oscuro della luna/
Resta una ferita aperta,
la mia strana fissazione per i numeri dispari,
il colpo di coda improvviso
delle sirene quando Ulisse discolora
Quello che ci resta è segnare il tempo
con piccole, insignificanti impronte digitali
parole, disegni, i gesti rapidi sul tecnigrafo,
la china che rapidamente asciuga
sul foglio da lucido
Quello che resta è carezzare
fragili nervi dando nome
e un senso fintamente compiuto
alle paure più profonde
Fulmine di un rombo lontanissimo,
il bagliore della gioventù
Un bacio di libellula
scompiglia l’acqua ferma
e la terra trema, sotto le sue ali,
sul grande fiume
sul fondo limaccioso si muove lento
il pesce siluro,
al principio di tutto
non c’è passato, non c’è futuro
•••
Gli schemi ricorrenti
vortici del tempo risucchiati
da sonno profondissimo,
pozzo senza fondo
il mio diverbio col mondo
Il giro del cavallo in tondo,
a un trotto controllato
dal polso di chi governa la fune lenta
Galleggio in residui di respiri,
nell’aria corrotta da zolfo, dalle esplosioni incessanti,
La città deserta,
la luce tersa sui miei passi e, sotto
la lastra di ghiaccio, mille abissi
Ho il dono della trapezista,
e soffro di vertigini, di equilibrismi
fra sentimenti e realtà
Sono persa in questo inverno
come mai prima
/credevo di essere esperta,
regina dei ghiacci
e degli amori sconfitti/
L’albero mi cede addosso,
abbandona un ramo spezzato
fra le mie braccia,
sulla spalla residui della sua neve
Mi sussurra
‘Lascia andare,
devi lasciare andare’
Mentre una lacrima diventa brina
scivolando sul volto
/nascondo sotto le molte maschere un sorriso/
ricordami, quando le foglie tremano,
ed io chiudo gli occhi
sotto i tuoi ultimi baci
In fondo, se mi duole un poco il cuore,
è perché è vivo
•••
Tra le parole sospese dei nostri sguardi
c’è ombra, più dolce della luce,
più profonda di fosse marine abitate
da murene e coralli
La vetta senza ossigeno è grande bellezza,
pari alla pianura argentata,
nella nebbia abbagliante di una giovinezza
troppo breve
Corse fra l’erba che taglia le gambe,
mani voraci d’infinito che dietro l’angolo
si spegne fra i pioppi,
nei graffi della robinia
Nei labirinti di ortiche i resti di noi
muoiono lentamente
Poco a poco si scompare a se stessi
Alla terra i corpi,
a te i brevi ricordi
che io non avrò più
•••
Il segreto è essere leggeri,
a non farsi infiggere dagli aculei della vita
il segreto è essere cielo
Ti parlerò della solitudine assoluta,
una tra milioni, estranea a dei e a uomini
Comprendo meglio orsi e cervi,
topi e serpi nella logica del bisogno,
della selezione naturale,
quando ogni bomba, ogni vittima
è mille anni di barbarie
Prima del Black out
il buio è già nei cavi,
e l’anima umana è più oscura
di ogni abisso,
siamo polvere instabile, labile nulla
Nitroglicerina
•••
In quest’anno di tempesta,
tuo padre è stato disseppellito,
a quasi sessant’anni da quella notte
in Piazzale Lotto
Ora è qui con noi,
la foto che carezzavi sulla sua tomba
fin da bambino ci guarda,
sulla tua scrivania
Chissà se le sue ossa,
finalmente a te vicine,
abbracciano quella parte di te
a cui tanto è mancato un padre
La polvere ha una grana finissima
in controluce, ti contorna il suo sguardo
in dagherrotipo di uomo giusto fra i giusti,
ennesima vittima della follia omicida,
così insita negli esseri feroci che siamo
In fondo, siamo tutti un inganno momentaneo,
l’esteso paradosso
del gatto di Schrödinger
So che gli parli, ora lui ti veglia
dall’alto della mensola,
la sua urna in piena luce
satura la stanza
•••
Amo in una discontinuità isterica
Mi sconnetto sempre più spesso
dalla vita, da me stessa,
e quel che ero, non sono più
/sedimenti di altre me
camminano a piedi scalzi su laghi asciutti,
sul lato oscuro della luna/
Resta una ferita aperta,
la mia strana fissazione per i numeri dispari,
il colpo di coda improvviso
delle sirene quando Ulisse discolora
Quello che ci resta è segnare il tempo
con piccole, insignificanti impronte digitali
parole, disegni, i gesti rapidi sul tecnigrafo,
la china che rapidamente asciuga
sul foglio da lucido
Quello che resta è carezzare
fragili nervi dando nome
e un senso fintamente compiuto
alle paure più profonde
Fulmine di un rombo lontanissimo,
il bagliore della gioventù
Un bacio di libellula
scompiglia l’acqua ferma
e la terra trema, sotto le sue ali,
sul grande fiume
sul fondo limaccioso si muove lento
il pesce siluro,
al principio di tutto
non c’è passato, non c’è futuro
•••
Gli schemi ricorrenti
vortici del tempo risucchiati
da sonno profondissimo,
pozzo senza fondo
il mio diverbio col mondo
Il giro del cavallo in tondo,
a un trotto controllato
dal polso di chi governa la fune lenta
Galleggio in residui di respiri,
nell’aria corrotta da zolfo, dalle esplosioni incessanti,
missioni di pace in guerra
Un uomo alto, elegante e bello
carezza a due mani le spalle
di una donna meno bella, davanti a lui,
la guarda come si guardasse in uno specchio,
forse cerca se stesso nei suoi occhi
le scosta i capelli lunghi
con grazia inaspettata
Scendono a Loreto,
/nessun amante appeso a testa in giù/
‘Salvati’, mi hai detto
Ti ho sorriso
O tutt’e due,
o nessuno
Un uomo alto, elegante e bello
carezza a due mani le spalle
di una donna meno bella, davanti a lui,
la guarda come si guardasse in uno specchio,
forse cerca se stesso nei suoi occhi
le scosta i capelli lunghi
con grazia inaspettata
Scendono a Loreto,
/nessun amante appeso a testa in giù/
‘Salvati’, mi hai detto
Ti ho sorriso
O tutt’e due,
o nessuno
NOTA
BIOGRAFICA
L’autrice Carla Ghisani, classe 1969, è nata a Cremona. Ha abitato in varie regioni e città d’Italia.
Si definisce: onnivora, atea, esteta, tendenzialmente apolide, ama le parole, gli spazi aperti, le piante, gli animali, umani inclusi. Il mare e il cielo, sopra ogni cosa.
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