(Redazione) - Dissolvenze 07 - Così, per dire

A cura di Arianna Bonino

È possibile che qualcuno decida di cercare ai quattro angoli della Terra tutti i vocabolari di tutti i tempi e di tutti i luoghi, pieni di lingue scritte in tutti gli alfabeti mai visti e poi di conservarli in una stanza speciale, la stanza delle parole del mondo. 
Potrebbe farlo spinto dal desiderio di avere a disposizione per sé, ma anche per gli altri, le parole per dire tutto quello che esiste, reale o immaginario che sia: vede qualcosa che non conosce, prova qualcosa d’indefinito e allora entra nella sua stanza delle parole del mondo e gli basta dire a voce alta due cose che hanno a che fare con la parola che cerca, quella che ancora non conosce, ed ecco che la stanza si anima e proprio i libri che gli servono capiscono di servirgli e si mettono in marcia verso di lui, aprendosi di fronte a lui, così che la parola che gli mancava gli balzi agli occhi in un istante.

La parola per quella cosa, per quell’emozione, per quel pensiero che altrimenti non saprebbe dire se non con giri di parole. La cerca, la cerca ancora e ancora, paziente e, prima o poi, quella lo trova. Le parole per tutto. Le parole per dire ogni cosa del mondo.
Tutte le parole, incluse le parole per sempre perdute, quelle di cui non si sa nemmeno se siano davvero mai esistite, quelle di cui si narra in altre lingue, con altre parole; e poi ci sono già le parole future, quelle che verranno inventate con l’espandersi del reale, nomi nuovi di nuove cose, parole che si trovano nella stanza delle parole del mondo, sempre più piena di parole.

Forse è vero che ci sono parole proprio per tutto e forse sarebbe anche possibile recuperare tutte le parole, anche quelle rintanate sotto l’ultimo degli scaffali della più piccola e sperduta biblioteca del più lontano villaggio del mondo, quelle scritte sull’angolo della carta strappata che s’alza dalle rotaie sempre nel momento in cui parte il treno e lo sguardo era altrove e da nessuna parte, ma la sua coda cattura quel brusio che non si saprà mai cos’era, se aveva qualcuno di preciso a cui dire qualcosa d’importante. 
E con pazienza e attenzione, sono sicura che si potrebbero scovare anche tutte le microscopiche parole impresse e capovolte sui finestrini dei taxi, ingrandite per un istante dalla lente di una goccia di pioggia che già si gonfia del rosso di un semaforo e si scioglie e scompare in un lampo, vicina e inafferrabile, inghiottita in quel buio che trattiene il segreto dall’immenso fuori.

E i geroglifici e i segni millenari incisi su pietre e metalli, tutte le parole, tutte, nella stanza delle parole del mondo.

Il proprietario della stanza delle parole potrebbe organizzare visite guidate o permettere a chi rimane senza parole di cercarne nella sua stanza delle parole.

Oh, il potere che avrebbe il proprietario della chiave della stanza delle parole!

Tutti gli scrittori che si sono inchiodati su quella pagina che li guarda pallida da giorni e giorni, tutti gli innamorati che non riescono a dichiararsi, tutti i traduttori che perdono il sonno su quel verso di quella poesia, tutti i bambini che si alzano sulla punta dei piedi indicando con la manina il giocattolo rosso lassù in alto nel negozio. 
E i medici che stanno formando il numero sul telefono per chiamare lei, che era la madre, e poi proprio lei, quando lo saprà e dovrà dirlo agli altri.

Tutti potrebbero trovare le parole nella stanza delle parole del mondo. Tutti.

Anche l’abile solutore che non indovina quel ventisette orizzontale e non arriverà mai a leggere la soluzione che compare sul numero che uscirà il giovedì, quando si starà ormai discutendo di che colore fare i fiori sulla cassa per la cerimonia, la sua, lui che, a quel punto, non avrà più alcuna voce in capitolo.

Una grande responsabilità essere proprietario della stanza di tutte le parole del mondo! Bisognerebbe blindare la porta della stanza, mettere qualcuno di guardia, farla sorvegliare giorno e notte, perché nessuno rubi le parole, perché nessuna parola scappi fuori.

Si dovrebbero archiviare e virtualizzare tutte le parole del mondo, così da poter entrare, dietro autorizzazione, nella stanza digitale gemella di tutte le parole del mondo e trovare lì la parola, quella che manca.

In ogni caso, se c’è davvero qualcuno al mondo che vorrebbe trovare e raccogliere tutte le parole del mondo, beh, si accomodi pure, ci mancherebbe. Magari è anche utile.

Un gran brevetto, non c’è che dire.

Ma di sicuro quella persona non sono io, e tantomeno sarò mai cliente. Nossignore, non mi verrà mai in mente di inoltrare la richiesta per accedere virtualmente alla stanza di tutte le parole del mondo o recarmici di persona, prendere il numerino e aspettare il mio turno per entrare nella stanza di tutte le parole del mondo.

No davvero, quella persona non sono io.

Avercene di parole, ma sì, certo che sì. A chi non servono le parole? Conoscere tante parole per dire tutto quello che si vuole per misurare il mondo, le cose che tiene dentro, i pensieri che si pensano e tutto quello che esiste per il sol fatto di essere immaginato.

Bello, bellissimo.

Però, però.

Qualcosa mi dice, a parole sue, dentro di me, qui, da qualche parte, qualcosa.

Se dovessi dire a parole che cos’è e cosa dice, non saprei dirlo con precisione; non è proprio una voce, assomiglia più al contrario di una cosa, uno schiocco, un singhiozzo, il sibilo dell’erba fischiata a occhi chiusi, quello dell’ultima acqua che s’infila in circolo nel buco con un colpo di coda e lascia a bocca asciutta e a vasca vuota. 
Ha un po’ l’aria di quella macchia sul muro che non è chiaro se ci sia davvero, se è un riverbero, l’impronta di una cosa che c’era, un’ombra data dal transito di qualcosa nel cielo, che infatti non c’è già più. Ma c’era.

No, non saprei cosa farci nella stanza delle parole del mondo. Io che cerco la parola in mezzo a tutte le parole del mondo, in tutte le lingue del mondo, e m’accorgo che serve sempre una parola in più, un’altra e ancora una per dire tutto, per chiamare la parte più piccola delle cose già dette e la più piccola parte della parte più piccola, che anche lei avrà pur sempre un nome suo.

E mi servirebbe trovare le parole da dire per trovare le parole per chiamare quello che non so come dire. Le parole per dire tutto, forse anche quella che è il nome della mancanza di parole per dire qualcosa.

Eppure quella cosa, quella che s’infila tra una riga e l’altra dei vocabolari, sotto il dito che scorre e tiene il segno, o nella cruna degli aghi puntati sugli abiti da sposa imbastiti, nella cruna di quell’ago che nella notte scivola col fiore di stoffa che lo segue, mentre la sposa dorme senza sogni, lontana, la cicatrice che il becco del merlo lascia sul frutto, a me pare di vedere lì un bordo, il filo dell’orlo, lo spazio della piega, l’ombra che c’è dentro la piega e sento che sottrae la sua forma indicibile al collare delle parole. Lo sento nella radice del naso, è lì che germoglia. È un odore che non sa di niente eppure c’è, arriva a folate immobili, vento minuscolo e appuntito, scende dal nodo dove si incrociano dietro gli occhi le rette secanti ripetute di tavola in tavola dagli atlanti anatomici, il punto da cui origina la mira di ogni pensiero. È l’inizio di uno starnuto, ma anche di un pianto, di uno stupore. Lo sbadiglio che apre la bocca invasa d’aria e lingua, sciolte dal patto dei nodi, dei punti, dei tratti, senza virgole e accenti. Sa fare vocali immaginarie, fiati che non si lasciano scrivere o formare con le forme dei libri e gioca a tacere, sospeso, s’aggrappa al ciglio di una frase trattenuta, si protende al posto di lei, la scaccia, invade un discorso e l’ingombra di vuoto, doloroso o pieno di luce zuccherina e senza suono. È il calco invisibile, l’orma scomparsa, l’assenza a spirale che riempie la conchiglia.

Finite le parole, c’è l’elenco delle cose che non si possono chiamare. Finite le parole, quel che c’è da dire è nell’incerto bordo del mondo. Finite le parole, là nella stanza di tutte le parole del mondo, letti tutti i libri e i vocabolari di parole, inventate tutte le parole da inventare, in tutte le lingue, note e ignote, c’è ancora l’ultimo libro, sempre.

Il libro prima dei libri, quello che non si compra, non si vende, non si legge. Un numero innumerabile di pagine senza numero, con spazi senza righe. Fortuna chi lo trova, lui che si nasconde quando c’è, quando non c’è, si sente.

Finite le parole, e prima e intorno, c’è la lista muta delle cose da non dire, l’elenco dei vuoti, dei balzi, dei ponti, dei tempi.

In fondo a tutto, c’è sempre il vocabolario dei silenzi.

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Commenti

  1. Le parole possono essere infinite e per quanto colte l'indefinito ed il sentire saranno sempre oltre il verbo

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  2. Stupendo... Che dire se non stupendo ⁉️Grazie infinite‼️

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