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Adagio (Il sogno)


                                               Beethoven: Violin Concerto (with Itzhak Perlman, Daniel Barenboim & Berliner Philharmoniker) 


Si rincorrono tra loro le memorie. Sono fili di lino, bave di bachi.
Uniscono tra loro richiami lontani – chissà di cosa - pronte a spezzarsi al primo alito di vento.
Io taccio e ascolto, come se fossero suoni d'oboe. Richiami di corni inglesi. Voci di ritorno.
Poggiavo mani ancora bambine su muschi e licheni.
Richiami femminei e umidi, al risveglio.
Ora le vedo (le mie mani), vissute, battere sui tasti, come fossero di piano, alla ricerca di quegli odori.
Tra semitoni e bemolle minori, appena accennati, si culla la memoria mia.
Di lontano un canto, amico, si fa strada.
È una voce dimenticata che avanza nella mia mente. O, forse, mai udita.
Parla una lingua che capisco poco, fatta di suoni che stento a riconoscere.
Eppure li faccio miei.
Non è la lingua della memoria, né quella del futuro.
Non è la lingua antica e arcana delle ventidue lettere; né quella dolce e classica imparata negli anni del liceo.
Non è il dire, accentato sulla finale, della lingua dell'amore; né quella melodiosa della mia terra, del sole e dei limoni.
Mi sdraio sul divano e ascolto. Più a fondo.
Fuori dalla finestra, i suoni della mia città sono il basso continuo di ricordi e odori, luci e colori.
Li tengo stretti al mio corpo, come fossero peluche, orsetti e panda d'un infanzia mai vissuta.
E vanno, e vengono, le memorie.
Sono fili di lino, bave di bachi, fili di tele di ragno.
Uniscono presente, passato e futuro all'incedere lento della mia coscienza.
Adagio, più adagio. Quasi immobile.
Millimetro dopo millimetro, creano una coperta nella quale è dolce avvolgersi.
Sì, si può.
Ricordare il futuro si può.
E progettare il passato, si può.
Le sento tutte le potenzialità di un'anima che si risveglia, che stiracchia il futuro come fossero membra riposate al mattino.
Le sento tutte le voci, prima sopite, che ripetono il mio nome: adagio, lentamente, come se fosse una nenia antica, una dolce berceuse, da canticchiare a un bimbo che stenta a dormire.
E cullano simboli che rigenerano il soffio e rendono le spalle di nuovo forti.
La schiena si raddrizza non per spinta etica, ma perché, sì, quella stella, in alto nel cielo, è troppo bella per non tentare di toccarla.
E la mano non poggia più su licheni; tiene dolcemente la sua bacchetta da direttore d'orchestra, e stimola movimenti femminei a unirsi al coro che, adagio (lento e soave) ripete una sola parola: risorgi.
E non c'è nascondimento, né un celarsi dietro maschere d'argilla.
Tu, io, il mio nome e la tua voce, di nuovo uniti, tra battiti di ciglia e lo sguardo su un mondo che cresce nutrito dall'assenza di assenze.
Sì, ho mancato. Ma ora torno. Torno sorridente e mi siedo su quella pietra, sempre la stessa.
E no, non c'è nulla che possa trattenere il gridolino di gioia di me (bambino) quando trovai per la prima volta un porcino dietro un cespuglio di ginepro.


In sogno, carezzo il mondo, adagio, come si fa con un bambino che dorme. 

בחלום אני מלטף את העולם, לאט, כמו שעושים עם ילד שישן וחולם 







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