(Redazione) - "Eco e Narciso alla luce della filosofia del poetico", la poesia come luogo in cui il linguaggio ritrova la sua funzione smarrita - di Sergio Daniele Donati

 

La poesia come luogo in cui il linguaggio ritrova la sua funzione smarrita
(Eco e Narciso alla luce della filosofia del poetico)

Nella cultura greca il mito non è un racconto arcaico da interpretare, ma una forma di pensiero che continua a operare anche quando la filosofia sembra aver preso il sopravvento. Come ricorda Jean‑Pierre Vernant, il mito non argomenta: mostra. Mostrare significa dare figura a ciò che non può essere detto in forma concettuale, trasformare un limite in un gesto, una tensione in un corpo, un enigma in una scena.  
Eco e Narciso appartengono a questo regime della visibilità pensante: non spiegano nulla, ma rendono visibile ciò che nella parola e nello sguardo resta incompiuto.
In loro il mito non illustra un’idea: la fa accadere. E proprio perché accade, diventa materia per la poesia, che non si limita a raccogliere ciò che il mito espone, ma lo porta oltre, trasformando il limite in possibilità.
Quando Ovidio, nel libro III delle Metamorfosi, riprende la loro vicenda, eredita un materiale antico e lo dispone in una trama poetica che ne rivela la struttura profonda.
Eco e Narciso appartengono a un orizzonte precedente; Ovidio li porta in superficie, li fa risuonare come due figure che vivono una condizione di incompiutezza.
Eco, ninfa montana legata alla voce, è colpita dall’intervento di Era.
La dea, custode dell’ordine e della misura, la priva dell’inizio della parola. Ovidio lo formula con una precisione che non lascia margini: vocemque suam, qua plurima narret, / ore dedit, reddi quae nunc tantumque potest (Met. III, 359‑360).  
La voce rimane, ma perde la capacità di generare un’intenzione. È una voce che percepisce un contenuto più grande e non riesce a formularlo. La parola si riduce a risonanza, a frammento, a traccia di un discorso che non può compiersi.
È qui che emerge la nozione di funzione smarrita del linguaggio.
Marcel Detienne, studiando la Grecia arcaica, descrive il linguaggio come una forza che ordina il mondo, che lo rende abitabile attraverso la capacità di nominare, distinguere, articolare².
Quando questa capacità viene sottratta, il linguaggio non scompare: si smarrisce.  
Eco incarna esattamente questa condizione. La sua voce conserva memoria del mondo, ma non riesce più a organizzarla. Risuona, ma non conduce. Risponde, ma non orienta.
È una voce che non può più assumere la responsabilità del dire, perché non possiede più l’atto inaugurale e sacrale che fonda il discorso.
Ovidio lo mostra con una finezza quasi crudele: Eco ripete l’ultima parte delle parole altrui, come se il linguaggio fosse diventato un materiale che le scivola tra le mani.
La sua voce è come un fiume che ha perso la sorgente: continua a scorrere, ma non sa più da dove nasce.
Eco non è la ripetizione: è la memoria di un linguaggio che non riesce più a generare mondo, se vogliamo, Eco è la memoria della perdita che non trova espressione.
Ed è proprio qui che la poesia interviene e assume un ruolo centrale.  
Laddove Eco mostra la perdita dell’origine della parola e la sua incapacità di riorganizzarsi attorno ad un nucleo fondativo, laddove il suono diviene per la ninfa ripetizione compulsiva e meramente ritmica, priva di senso, la poesia rappresenta il movimento opposto: ovvero la possibilità di una nuova origine, di una ri-generazione.
Il gesto poetico, la scrittura, non è un ritorno alla pienezza, ma un atto di creazione che nasce dal limite stesso, dalla consapevolezza del limite del dicibile.  
La filosofia ebraica offre un appiglio prezioso: nella tradizione biblica prima, e poi cabbalistica, la parola non scaturisce dalla sovrabbondanza, ma da un atto di trattenimento o, meglio, di tenuta.
Come ricorda Gershom Scholem, «la Creazione comincia con un ritrarsi»⁶.
Volendo, non senza un certo timore, chiosare il ben più elevato pensiero del Maestro si potrebbe dire che, forse, non solo la Creazione inizia col ritiro, ma anche la sua narrazione?
Prima della prima parola (sia luce) ogni immagine riporta al Silenzio, un silenzio di attesa e ritiro; nulla può essere narrato, di nulla si può dire, prima che esista - ovvero prima che esista fuori dalla parola?
Il nome de-finisce, da completezza all'oggetto, proprio perchè in esso si concentra ogni possibile suo significante?
Pongo tutto questo come un quesito a cui, per ora, non so dare ancora risposta.
La parola nasce dal limite, non dalla sua assenza e, soprattutto, nasce dal limite della parola stessa.  
Eco incarna questo limite in forma tragica; la poesia lo trasforma in forma creativa.
La poesia non restituisce a Eco ciò che ha perduto: compie un gesto analogo alla creazione ebraica, in cui la parola emerge da una mancanza, da un’interruzione, da un vuoto che diventa possibilità.  
La parola di Eco è la parola umana per antonomasia, la poesia contempla, al contrario la sacralità di un dire quasi-divino.
Il superamento del limite di Eco non consiste nel colmare la sua mancanza, ma nell’assumere quella mancanza come condizione generativa, e chi, se non il poeta, può farlo nella piena consapevolezza del limie di ogni dire?
La vicenda di Narciso nasce da un’altra forza. La Moira, principio impersonale del destino, stabilisce il suo percorso. Nel racconto ovidiano non esiste un atto punitivo diretto contro di lui: nessuna divinità lo colpisce, nessuna colpa viene imputata, nessuna trasgressione richiede una risposta.  
Quando nel mito non c’è un accadimento esterno che giustifichi la condanna, quando il destino non deriva da un gesto ma da una condizione, allora entra in scena la Moira.
La Moira (il destino) non punisce, ma assegna; non reagisce, ma ordina; non corregge, ma dispone.  
Tiresia non formula un giudizio: riferisce ciò che è già scritto. La sua profezia (si se non noverit) non è una minaccia, ma la rivelazione di una forma di esistenza.
Narciso non è colpito da un evento: è situato in quel confine.
Il suo limite non nasce da un errore o da una colpa, ma dalla struttura stessa della sua soggettività.
Il riflesso nell’acqua diventa un confine che non può essere oltrepassato. L’immagine che osserva non restituisce un volto, ma una distanza incolmabile, quella da sé stesso.
Ovidio lo descrive con una delicatezza che amplifica la tragedia: corpus putat esse, quod umbra est.  
La sua visione rimane chiusa, incapace di trasformarsi in incontro.
Narciso non cade nella vanità, ma in una forma di coscienza limitata che non riesce a oltrepassare se stessa.
Qui risuona l’interpretazione di Karl Kerényi, per il quale Narciso rappresenta la soggettività che si scopre imprigionata nella propria immagine³.
A questo punto la lettura di Robert Segal diventa decisiva. Segal osserva che il mito di Narciso non riguarda l’amore di sé, ma l’incapacità di trasformare la percezione in conoscenza⁴.
Narciso non è innamorato della propria immagine: è incapace di attraversarla.
Verrebbe da dire che che l'immagine di in cui Narciso resta intrappolato è un sorta di imene, una membrana che, non essendo da Narciso mai rotta infranta, non gli permette conoscenza del vero amore (che è sempre eterodiretto), la generazione di un altro da , benché da derivato.
Il suo sguardo si arresta sulla superficie, come se la percezione fosse diventata un circuito chiuso, privo di sbocco. L’immagine riflessa non è un oggetto di desiderio, ma un limite che non riesce a trasformarsi in relazione.
In questa prospettiva, Narciso non rappresenta un eccesso di sé, ma una mancanza di mondo. La sua tragedia non nasce dall’amore, ma dall’impossibilità di convertire la visione in esperienza.  
E anche qui la poesia interviene.  
Narciso non può superare il proprio limite perché lo vive come una condanna. La poesia può superarlo solo accettandolo come limite. Non perché lo annulli, ma perché lo assume come punto di partenza.  
Accettare il limite significa riconoscere che lo sguardo non può possedere ciò che vede, che l’immagine non può essere afferrata, che la conoscenza non coincide con la trasparenza. Martin Buber osserva che «ogni relazione autentica vive della distanza che custodisce»⁷.
Narciso non può attraversare l’immagine perché rifiuta proprio quella distanza che renderebbe possibile l’incontro.  
Il limite diventa allora un principio creativo: non si dissolve, ma si trasforma in forma.
In conclusione, la poesia è il luogo in cui il linguaggio ritrova la sua funzione smarrita, non perché la ripristini, ma perché la reinventa.
La poesia non restituirebbe a Eco l’inizio della parola: le offrirebbe un’altra origine.
Non restituirebbe a Narciso l’apertura dello sguardo: gli offrirebbe un’altra profondità.  
Perché questo avvenga, la parola richiede un luogo interiore che la preservi dall’urgenza e dall’esposizione immediata.
È uno spazio di raccolta, un tempo di decantazione in cui la voce può maturare senza essere travolta. In questo ambiente protetto la parola trova la propria misura, orienta l’intensità, dà forma alla risonanza, accoglie ciò che emerge e lo trasforma.  
Roberto Calasso ricorda che il mito non offre soluzioni, ma aperture⁵: varchi attraverso cui la parola può trasformarsi.
Ed è proprio in questa apertura che la poesia si colloca.
La poesia non colma il limite, ma lo attraversa.
Non cancella la frattura tra Eco e Narciso: la assume, la porta con sé, la trasforma in un luogo di passaggio.
La poesia non ricompone ciò che il mito separa: crea uno spazio in cui la voce può tornare a nascere e lo sguardo può tornare a espandersi.  
La poesia non è la soluzione del mito: è la sua prosecuzione in un’altra forma.
È il punto in cui la voce interrotta ritrova un’origine e lo sguardo imprigionato ritrova un varco.
Emmanuel Levinas ricorda che «il volto resiste al possesso»⁸: la poesia accoglie questa resistenza, trasformando il limite in forma.  
Per questo la poesia non conclude: apre.
Non chiude: rilancia.
Non pacifica: trasforma.  
La poesia è il luogo in cui il linguaggio, finalmente, torna a vivere.

il caporedattore - Sergio Daniele Donati

PICCOLA BIBLIOGRAFIA ESSENZIALE
1. Jean-Pierre Vernant, Mito e pensiero presso i Greci, Einaudi.  
2. Marcel Detienne, I maestri di verità nella Grecia arcaica, Laterza.  
3. Karl Kerényi, Gli dei e gli eroi della Grecia, Il Saggiatore.  
4. Robert A. Segal, Myth: A Very Short Introduction, Oxford University Press.  
5. Roberto Calasso, Il cacciatore celeste, Adelphi.  
6. Gershom Scholem, Le grandi correnti della mistica ebraica, Einaudi.  
7. Martin Buber, Io e Tu, San Paolo.  
8. Emmanuel Levinas, Totalità e Infinito, Jaca Book.



stampa la pagina

Commenti