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Lo chiamano cambiamento



Lo chiamano cambiamento.  E fanno bene. Perché è la parte inferiore del viso a manifestarne per prima la presenza. Lo chiamano cambiamento e fanno male. Perché, a furia di chiamarlo, viene nascosto dalle nostre aspettative. Il cambiamento che invochiamo quando non ci stiamo più dentro è fumo negli occhi. E quello vero, invece, è una preparazione lenta del terreno. Sono sguardi fissi sul futuro, mani scorticate, nocche dissanguate cercando gemme tra le dure pietre del terreno. E pianti. E silenzi e silenzi ancora.  

Il cambiamento sono notti insonni passate a pregare un D.o che si cela perché ci dia la forza di poterci definire ancora uomini. E urla e grida dall'angolo in cui ci troviamo richiusi, perché ci mostri una via d'uscita.

E poi un giorno, senza nemmeno rendertene conto, ne sei fuori. E scendi al bar, e ordini un cappuccio. E la barista ti guarda e ti dice: cos'hai oggi? Sei diverso. 
E tu la guardi e non sai che dire. Perché dentro ti senti lo stesso, ma non hai avuto bisogno di zucchero o di cannella da mescolare all'amaro del caffè, della vita, per sentirti a posto.
E paghi. E esci dal bar. E ti accendi una sigaretta. La milionesima.
Eppure, la prima...
Questo è il cambiamento. 
Il risultato di un lavoro, unito allo stupore di ciò che non ci si aspettava più di ricevere. 
Lo chiamano cambiamento. 
Ma io non cambio, bramando con tutte le mie forze di poter cambiare.

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