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Elezione

Terra Arata di Joan Miro (dettaglio)


Ascoltando l'Andante sostenuto quasi adagio del  
Piano Concerto No. 1 in re maggiore op. 17 di Camille Saint-Saens 


Se potessi piegarmi, Fedro, rinunciando ad ogni orgoglio, credimi, lo farei.
Ma tu sei suono d'archi potenti fatti di lettere, Fedro.
Io, Fedro, sono invece incapace di celare significati arcani quando il tuo aratro passa sulle mie argille indurite dal gelo.

Se potessi inchinarmi, Fedro, davanti alla superiore statura delle tue note ripetute, credimi, lo farei. Ma tu sei intervalli di seconda, di settima, fatti di lemmi antichi come il cielo prima della separazione.
Io invece sono pece. Pece nera, balbuziente, claudicante.

Incurante di ogni valore, io vago, Fedro.
Io vago e estendo senza pudore i significati delle parole che tu ami gettare a terra nell'elezione di una diversa Qualità.

Io raccolgo cocci, Fedro, i tuoi, su un terreno aspro, le nocche delle mani scorticate e sanguinanti.
Io, Fedro, sono incapace di abbandono delle tue scorie.
Le ricompongo e ne faccio l'oggetto della mia scrittura.
Perché, nel tuo nascondimento, ci si ricordi del tuo passaggio.

Io, Fedro, come un servitore attento, so che non sarò mai la tua Parola, né la tua Assenza.

Cerco tracce, le tue, in un bosco innevato, dove le orme si fanno bianche presto, troppo presto.
E la nebbia di lontano nasconde la tua sagoma, ormai svanita.

A volte Fedro, alzo lo sguardo verso un cielo grigio come canna di fucile ed ascolto i suoni del tuo passaggio farsi distinti e poi svanire nel mistico verso dell'assiolo.

Là sì, Fedro, so che posso chinarmi e ringraziare il tuo soffio che di lontano mi sussurra: “seguimi”.


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