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Nascite (Oblivion)

La nascita di un figlio
- d'un libro, d'uno sguardo -
non è mai casuale.
Segue intrecci decisi
ben prima
del nostro primo respiro.
La vita, lo sai, trova origine
nella terra.
Fango e aliti divini,
questo siamo.
E il nome che diamo al nostro Dio
- che contenga la dolce desinenza EL
o sia la brugola dei nostri motori -
ha sempre la leggerezza d'una foglia.
È sempre l'Altrove a indicarci
la matassa
e l'Antico a guidare
le nostre pazienti dita
- ci sono nodi indistricabili
ma poco importa;
pesa invece l'attitudine
testarda e contadina
a sollevare zolle -
"Come nacque il nostro amore?"
mi chiedi.
E sai bene che sarei più abile
a parlar della sua fine
- è questo che faccio
nei miei versi zoppi -;
tu sei altrove
e mi indichi la matassa
dell'origine e mi obblighi
a un passo indietro
- guardando avanti -
Un passo di tango sobrio,
senza acrobazia né espressione,
o intreccio di gambe.
Io non so come,
so che nacque quando l'ultima stella
- alcuni la chiamano speranza -
si stava spegnendo per me.
Un implosione, un singulto
la confusione d'ogni significato.
Quello è il fango da cui nacque
la parola che osai dire
a chi si tappava le orecchie
con gesto bambino
- e bla bla bla,
io non ascolto, gnè, gnè, gnè: ricordi? -
e l'alito divino
fu il tuo nome senza rima,
balbuziente e barbaro.
Fu un sogno, è vero,
lungo quanto la breve apnea
tra un'espirazione e
l'inspirazione che la segue
in cui giocò ruolo sovrano
il mio pianto antico
di bimbo nel cassetto,
e il tuo grido feroce
d'esistenza felina.
Per questo non oso dire addio
- o sì, lo dicono i miei gesti
e i passi nel mondo della parola -
Ho troppo rispetto di quel nome,
di quell'argilla sporca e vitale
e mi scioglie i midolli
il ricordo del cassetto.
Mi costringeva stretto
ma mi proteggeva da un altrove
- stavolta più che minuscolo -
di cui non oso parlare.
Era il mio gnè, gnè, gnè
durato decenni:
vuoi che non capisca il tuo?




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