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Lettere a una persona speciale (11 - 20)

 

11 Lino 


Lo sai è un errore, forse il più grave, disperare.
Che la disperazione è solo un altro modo per dire "fine".
Ed è anche un errore, certo più tenero e umano, affidarsi "solo alla speranza".
Che nulla arriva di buono nella vita se in un certo senso non lo si chiama.
Bisogna imparare l'equilibrio, l'arte antica del funambolo, la corda tesa tra due stelle e lo sguardo nello spazio. Infinito.
E poi bisogna saper scegliere il tipo di corda.
Per alcuni è il filo spesso di metallo a infondere sicurezza al passo.
Altri preferiscono la canapa, che ha un sapore di antico e se ti sostiene è con le fiabe.
Io, che sono un mezzo poeta pazzo (l'altra metà è un serio avvocato), ho scelto il filo di lino, il più fragile e sottile.
Eppure è quello sorretto da magiche e fatate presenze e, se l'intenzione è pura, non si spezza.
E non è stato solo il poeta pazzo a scegliere il lino, anche l'avvocato ha dato il suo imprimatur alla decisione.
L'ha fatto con sguardo penetrante ricordandosi che anche nel diritto ogni tanto bisogna sapersi affidare al sogno.
E, sì, la scelta delle stelle a cui fissare il mio filo è stata facile. Il poeta piangeva mentre lo faceva (di gioia) e l'avvocato sorrideva sornione.
"Mi piace vivere al tuo fianco, poeta", ha detto. E poi si rigettato nelle sue scartoffie.
Allora le stelle, dicevo, è stato facile.
Sono i tuoi occhi.
Nei miei invece tutto il firmamento di astri e lettere e speranze.
E via, il primo passo.
Sotto lo sento il mugugno del serio avvocato.
"Vai poeta, tu ce la fai. Tu".
E il lino regge, perché l'intenzione è pura.

12 Carezze 

Sei stato toccato da mani diafane, e la carezza (che speravi amica) ha cosparso petali di tenerezza sul tuo percorso. Su rocce taglienti.
Sei stato ascoltato da lobi elfici, e i passaggi perigliosi che immaginavi solitari sono stati condivisi.
E hai avuto mani amiche e stelle e firmamenti di lettere a tuo sostegno e volti, anche sconosciuti, e sorridenti, ti hanno indicato ogni eppure, ogni altrove.
Per te, solo per te, si è risvegliata la scrittura antica e solenne e ha danzato e cantato Miriam.
Per te, e solo per te, il rotolo si è srotolato e la pergamena ha mostrato i suoi tratti.
E il meditante ha chiuso gli occhi e posato il dorso della mano sinistra sul palmo della destra, i pollici congiunti.
E per te, solo per te, la vita ha cantato le più dolci melodie e costretto il fantasma in angusti spazi.
A te, e solo a te, hanno parlato libri e i poeti hanno tessuto i loro versi, perché tu potessi esistere,
nuovo, di nuovo, rinnovato.
E per te, solo per te, si sono alzate sei milioni di voci.
Un coro di stelle in cielo, baritoni e bassi e contralti e soprani. E voci bianche.
A tuo sostegno hanno recitato il loro nome e chiesto di dimenticarne uno, uno solo.
Hai avuto al tuo fianco sole e piogge e lune e astri e vento, tanto vento.
Ma tu ti sei sentito solo.
E allora si elevato il Silenzio, grande maestro, ti ha schiaffeggiato forte, con assenze di parole sul volto, affinché tu vedessi che il mondo si era sollevato a tua guardia.
Che aveva danzato danze tribali attorno a te, al tuo dolore per trasformarlo in miele.
Ma tu ti sentivi solo. Ugualmente solo.
E non hai visto altro che quel nome di ghiaccio e sfasciume, finché un amico non ti ha mostrato il suo dolore, così simile al tuo.
E i tuoi occhi si sono aperti e hai danzato e cantato e taciuto e parlato, per lui, e narrato, sì hai narrato.
E hai aperto un varco tra i suoi occhi velati.
E il vento e le stelle e le voci amiche e i libri e le lettere e i firmamenti di parole e gli astri e Miriam e il Salmista e i poeti e il rotolo, e il Mondo ti hanno perdonato.
Hanno perdonato il tuo mancato ascolto e riversato fiumi di lacrime di gioia nei tuoi occhi, nuovi, rinnovati, rinati e resa salda la tua mano tremante, perché potesse posarsi infine su una spalla amica.
E non hai dimenticato quel nome, l'hai solo posto in una teca di cristallo.
Il lago non si attraversa da soli, amico. E io ho le spalle forti, e ho imparato a governare flutti e gorghi.
Lo attraverseremo assieme.
Ebbri. Tu del tuo dolore io delle mie voci di sostegno per te.
Io l'ho trovato sai.
Un petalo bianco, delicato, posato su una roccia.
Un pettirosso, sulla stessa roccia, cantava, e il petalo rispondeva.
Quando mi sono avvicinato il pettirosso ha smesso di cantare e ha gonfiato il petto, guardandomi dritto negli occhi, come un falco.
C'era vicino un abete e su un ramo un gufo.
"Hai troppo fango sul viso e nel cuore per avvicinarti al petalo. Immergiti nel ruscello", mi ha detto.
"Perché una volta colto, il petalo resterà dentro di te per sempre".
Così mi sono immerso, e il fango veniva portato via, e sentivo un rumore di cristallo che si spezza. Era la teca, distrutta, e il nome evaporato.
Uscito dal ruscello ho indossato le mie vesti, colore crema, non bianche, che certe cose è bene che lascino un segno nel ricordo.
L'uccello ha sgonfiato il petto e il gufo si è sposato sulla mia spalla, pronunciando piano il nome del petalo al mio orecchio.
Poi è volato via che c'era un biscia viscida vicino e andava uccisa.
Poi ho detto piano il nome del petalo e l'uccello lo ha preso nel becco e me lo ha posato sul palmo della mano.
Poi è volato via che c'era una infida locusta vicina e andava uccisa.
Così sarà per te, attraversato il lago, troverai il tuo petalo.
Solo tu sei diverso da me, e il tuo petalo sarà colore cremisi.

13 Squilli anonimi 

Questa notte sono stato svegliato da squilli anonimi al cellulare.
E siccome di riprendere sonno non se ne parlava nemmeno, e bisogna in ogni caso trasformare in gioia le sensazioni sgradevoli ho acceso il PC e ho cominciato a scrivere, così, senza un'idea precisa in testa.
Scrivevo per scrivere, idee, progetti, tracce di narrazione possibili, sviluppi.
Frac, da vero gatto da guardia, che nemmeno si era svegliato dopo le telefonate, insisteva perché gli dessi del cibo.
Probabilmente vedendomi sveglio ha pensato che fosse l'ora della pappa. E vabbè gli ho dato una bustina in più di cibo.
Ha mangiato e poi è tornato a dormire sul letto come se io ci fossi ancora sdraiato.
Dicevo che ho scritto tanto e qualche cosa ha preso forma, altro è stato, proprio dalla scrittura, eliminato, come ramo secco, come linea da non seguire, altro ancora ho scritto che andava sospeso in attesa di tempi migliori.
Dopo circa un'ora stavo per spegnere il PC, ma mi è venuta in mente la tua voce e la sua cadenza che, lo sai, adoro tanto.
Ed eccomi qui, che ormai è quasi mattina, a scriverti due righe.
Ma, prima di farlo, ho riletto tutto ciò che per te ho scritto sin ora.
E non mi è parso affatto poco per un maniscalco delle parole, un contadino dei lemmi.
Certo molto andrebbe rivisto e limato e fatto volare più alto, perché ciò che sin ora ho scritto non è che un decimo di quanto potrei dirti.
E le mie parole sono ancora troppo legate alla terra, mentre per te le vorrei della stessa consistenza delle nuvole.
Ma io ho radici emiliane e la terra è nel mio sangue, ne ricavo potenza e fatica.
Sì per me scrivere, è ancora un esercizio in parte muscolare.
Anche quando, come ora, scrivo senza freno, senza pensiero o linea preordinata di narrazione.
Però è un antico gioco, tipico solo della scrittura dedicata.
Bisogna saper parlare la lingua altrui per dedicare uno scritto ad una persona.
E allora posso solo fare una cosa: scusarmi.
Imparerò a far volare meglio le mie parole, come aquiloni, per te.
Perché siano degne della delicatezza che rappresenti col tuo regale passo nel mondo.
Posso solo fare questo. Promettere uno sforzo e assicurarti la purezza delle mie intenzioni.
Che le intenzioni non sono poca cosa per chi scrive. Né per chi legge.
Sono il vero metronomo di ogni sforzo di scrittura.
Sono la domanda a cui spesso evitiamo di rispondere.
Io lo so perché scrivo e so perché ti scrivo.
E in questo non sono né maniscalco, né contadino.
L'intenzione della mia parola (non gli esiti eh, lo so che sono limitati) porta la stessa schiena dritta di Galaad nella ricerca del Sacro Graal.
Che poi io non abbia ancora denari sufficienti per cavalcare un puro sangue e stia sulla sella di un ronzino è cosa penosa, è vero.
Ma tu sei delicata e nobile e sai che cosa può diventare un maniscalco nelle saghe antiche se mantiene la schiena dritta e lo sguardo puro.
Perdonami dunque se ancora le mie parole non tagliano come Excalibur.
Dammi tempo.
Verrà il giorno che il ranocchio si trasformerà in un principe. Verrà quel giorno.
Tra poche ore ti spedirò questa mia, sperando che tu la legga e che un piccolo sorriso increspi le tue labbra.

14 Silenzio e sguardi 

Oggi vorrei parlarti dei passi e vorrei farlo in elenco stretto, perché le liste sono un modo per me per riordinare i pensieri e le emozioni, come quando da piccolo mettevo le macchinine in fila indiana divise per colore, e poi le facevo sfilare per la stanzetta dicendo brum brum.
Era ordine anche quello.
Un incedere ordinato nella mente di un bimbo spesso confuso.
Ma non è nei ricordi che voglio perdermi. Parlavo dei passi, in elenco stretto:

-passi che ho fatto per uscire dal bosco, con la bocca sporca di blu, mirtillo
-passi che ho fatto con mio padre a cercare funghi, in silenzio, come se i funghi come pesci fuggissero se fai casino
-passi timidi verso i miei primi amici
-passi di danza, molto meno timidi, vent'anni dopo, caldi e, diciamolo pure, seducenti,
-passi calcolati, misurati, fintamente casuali in udienza; passi che creano suspense e attesa e tendono la parola e l'ascolto,
- passi tristi la notte, e lei dov'è e lei perché?
- passi ubriachi, ebbri di un bacio tanto sperato, e lei è qui, con me
- passi per riconoscere chi ero
- passi per riconoscere chi ero stato
- passi per ammettere chi stavo diventando
- passi per immaginarti
- passi per cercarti, ovunque
- passi per trovarti e correre da te

E ora che ti ho davanti, ssssh, silenzio, solo silenzio e sguardi

15 La notte (di notte) 

E se ti descrivessi la notte, di notte?
Se ti parlassi di quella cicala lontana che fa da basso continuo alle melodie delle scarse macchine che passano nella mia via a quest'ora,
se ti narrassi di un uomo che ha sin ora dormito e poi si è alzato e osserva in terrazzo il tempo che si ferma. Il sacro tempo dell'attesa,
se ti raccontassi della storia del Barone Bagge di Lernet-Holenia, che tanto bussa alla mia testa, forse anche per coprire pensieri più ritrosi che danno scintille e poi tacciono e poi illuminano ancora,
se ti dicessi che di lontano sento i passi strascicati di un ubriaco e, maledetto il mio cuore saltellante, ne ricavo una struggente bellezza,
se ti dicessi, come solo la notte permette, che non ti ho nel cuore, né negli occhi, ma qui affianco, nel silenzio ad ascoltare assieme la notte che, regina, canta le sue nenie
se ti raccontassi che il sassolino, che ho come sempre in mano, di notte pulsa come se volesse raggiungere in cielo astri e comete, ma poi resta sul mio palmo, perché quello è il vero unico firmamento,
se ti narrassi che è in questa notte che limo e taglio a faccio la punta alle strategie per la delicata udienza di giovedì e che di notte sono certo che andrà bene, perché la notte è il tempo senza tempo degli invincibili,
se ti raccontassi che di notte sono fiero del mio mestiere, del mio sentirmi artigiano del diritto e che i volti di coloro (grandi giuristi) che me lo hanno insegnato mi sorridono e accompagnano,
se ti ricordassi che la notte è il tempo (non tempo) del gufo e che ormai ho appreso l'arte di decidere, di scegliere dove posare l'occhio e che in questo istante è su di te, che certo dormi, e mi intenerisco all'idea di proteggere il tuo sogno,
se ti tacessi i segreti di queste ore (non ore) perché certo che tu già lo conosci e perché la profondità di un segreto è di darlo per condiviso nel silenzio e non detto con la persona che si ama,
forse sorrideresti e mi prenderesti con ironia per pazzo,
forse mi poseresti la mano sulla nuca, gesto che adoro e che scioglie ogni mia tensione,
o forse mi guarderesti negli occhi e vedresti nelle mie pupille l'unico dono che di notte posso farti,
la corrusca brillantezza della cinta di Orione,
per te, che sei piccolo carro e stella polare di questo piccolo uomo (di notte).

16 Ci vorrebbe un poeta 

Lo so, non è facile da spiegare.
Ci vorrebbe un poeta, o un mistico con la barba bianca, o un cantore capace di tessere legami d'argento tra parole e note.
Ci vorrebbe più che un uomo.
Per questo perdonami se le mie parole appaiono piane, e il mio canto stonato e i miei pensieri non ben articolati.
Ma io ho scavato nel fango, aperto vie con le mani, spostando pesanti massi, creato il gretto di un ruscello, atteso le piogge e chiamato.
Ho chiamato, chiamato, chiamato, la più grande potenza celeste, con l'unica lingua che conosco, che non è quella dei poeti, né dei cantori, nei dei mistici, ma dell'uomo.
Ho chiamato di giorno, di notte e all'alba.
E il ruscello si è riempito d'acqua fresca, come di ghiacciaio.
E il suo rigoglio ha un timbro e una cadenza che ascolto estasiato.
Perché è il timbro della tua voce.

17 Ritmi sincopati (Nature Boy) 

Stanotte ho avuto un problema "ritmico". Il cuore batteva forte e con ritmi irregolari. So che alcuni le chiamano aritmie, a me sembrava più una Samba sfrenata.
“Povero cuore”, dicevo tra me e me, “che ti hanno fatto?”.
Ed era meglio non cercare la risposta troppo a fondo, che il passaggio subitaneo dalla Samba ad un adagio, troppo adagio, è facile e pericolosa.
Ho provato di tutto.
Tisane.
Lista delle cose per me sacre ( alfabeto ebraico, amicizia, natura, scrittura e parola...e tante altre cose)
Scrivendo la lista il cuore un poco ha rallentato il ritmo. Diciamo che è passato ad un Slow Rock and Roll.
Che, come ci dicevamo, le liste ci proiettano verso l'ordine e l'infinito, e la combinazione tra ordine e infinito è ritmo.
Poi ho provato a meditare.
A chiamare, chiamare e chiamare voci di sostegno. Perché, petalo mio, ero impaurito.
E ho rivisto Francesca e la Valle e mio padre e la volpe e ho rivisto me bambino raccogliere mirtilli e andare a funghi, tornando a casa felice sporco di terra e sorridente.
Ho anche rivisto un volto che non visitavo nei ricordi da tanto tempo.
Un contadino che nella valle mi dava il latte appena munto, che sapeva quasi di burro.
Uomo di poche parole quel montanaro.
Aveva un viso pieno di rughe che il sole e il gelo avevano scolpito con lo scalpello, quello largo.
Mi diceva solo una frase ogni volta che passavo di lì: piccolo Donati vuoi del latte della mia Frisona.
Io sorridevo e mi bevevo da quella ciotola sbrecciata il latte ancora caldo, appena uscito dalla mammella di una mucca placida e tranquilla.
E poi ho cercato di respirare regolarmente che il respiro consapevole dovrebbe calmare alla lunga il ritmo cardiaco.
Ma nulla da fare. Certo un po' è migliorato ma non abbastanza. Batteva ora come un blues abbastanza veloce in dodici battute.
Di quei blues che suonavo con gli occhi chiusi all'armonica e mi hanno dato da giovane il soprannome di Nature Boy.
Sai lo standard jazz, da me adorato, il cui testo dice:

“There was a boy, 
A very strange enchanted boy 
They say he wandered very far very far 
over land and sea 
A little shy and sad of eye 
but very wise, was he 
And then one day, 
one magic day, 
he passed my way
While we spoke of many things 
Fools and kings
This he said to me 
The greatest thing 
you'll ever learn
Is just to love 
and be loved in return" 

Ricordo che a sedici anni entrai in un bar dove suonavano musica blues/jazz, non certo di alto livello, ma gradevole. Come sempre avevo la mia armonica in tasca.
Quando iniziarono ad abbozzare l'attacco di Nature Boy che è magnifico, chiesi se potevo unirmi a loro. Mi guardarono e poi il più anziano disse: “proviamo ragazzo, tu cerca di seguirci”.
Non andò esattamente così. A un certo punto, dopo che la cantante aveva pronunciato l'ultima frase, mi guardò, quasi a chiedermi se volessi aggiungere qualcosa.
Timidamente chiusi gli occhi e puntai la mia bocca sul la centrale dell'armonica.
E poi cominciai ad improvvisare, improvvisare, improvvisare su quella magnifica melodia, e il bassista annuiva e a un certo punto sentii la voce della cantante duettare con la mia armonica.
E durò, durò davvero tanto, nel silenzio del pubblico.
Il mio cuore batteva forte, ma era un batter sano, non come ieri sera.
E non ero certo abbastanza maturo per capire il peso di quell'ultima frase.
Ma finito il brano ci fu un grande applauso e il batterista si alzò e mi diede la mano.
“Oggi non abbiamo suonato Nature boy”, disse a voce alta, “oggi abbiamo suonato con Nature Boy”.

Certo “a little shy and sad of eyes”, in quel periodo della mia vita lo ero.
E avevo pure una certa saggezza, e, pur non conoscendo ancora l'amore, quell'ultima frase la sentivo dentro, pronta a spiccare il volo nel reale della mia vita.
Fu infatti poco dopo, davvero poco, che conobbi la verità profonda di una semplice cosa, scritta in uno standard jazz, così “en passant” sul finale di una canzone.
Per passare dal blues a un walzer ho provato ad ascoltare musica e ho avuto la strana idea di ascoltare il concerto di Piano in la minore di Schumann (Argerich).
Non è stata una buona idea, sai?
Perché, sì, il cuore si è molto calmato, ma quella frase “cosa ti hanno fatto? Cosa ti hanno fatto?” bussava sempre più forte.
O forse è stato questo continuo porsi quella domanda che lo ha fatto calmare.
Poi sull'adagio del concerto ho chiuso gli occhi.
E mi è comparsa l'immagine del tuo volto, e le mie orecchie hanno risentito il timbro e la cadenza della tua voce, e ho rivisto le tue mani, e gli occhi che brillano quando parli di certe cose.
E ho visto che era con gli occhi del Nature Boy, che ho avuto il coraggio di essere, che ti vedevo. Io di quel ragazzo ho preso buona cura, nonostante tutto.
Mi dicevano sognatore, e forse avevano ragione.
Ma sognavo alto. E non mi sono mai adagiato sul falso mito della concretezza.
Eppure, lo sai, sono un avvocato, e anche bravino, e so dare risposte concrete e decise ai quesiti che il mio lavoro mi pone.
E che dire di quel volto, di quel sorriso, di quella voce, di quelle mani che hanno saputo riportare alla calma un cuore impazzito?
Hanno saputo abbracciare anche Nature boy, che, capirai, a 54 anni si tende a celare, a non emergere troppo.
I tesori, i veri tesori, sono negli occhi di chi sa accogliere di una persona anche il passato.
E ora che so che sei anche il ritmo del mio cuore, cos'altro potrei aggiungere se non quella parola che non dico per il solo timore che venga rifiutata?

18 Passeggiata serale 

Ho fatto una lunga passeggiata serale per la Milano che tanto amo.
Ora sono seduto al mio bar preferito con una birra davanti.
È tardi e siamo rimasti in pochi.
C'è un ragazzo che dipinge schizzi che sarei curioso di vedere. Una coppia si tiene per mano in fondo al bar e si guardano negli occhi.
L'amore dei giovani. Quello di Prevert. Quello senza i limiti dell'esperienza.
È così bello da osservare.
Ho sempre amato sedermi ai bar a osservare la gente.
Sono storie, sono vita.
Poi c'è la grande storia, quella che ho percorso come un maratoneta sin ora.
A ciascuno la sua sembra la Grande Storia.
Finché non incontra quelle degli altri. Finché non incontro l'altra.
E ti immagino probabilmente a letto addormentata o a scrivere di notte.
Ispirata da chissà quali lemmi o parole. E questo immaginarti mi proietta in un'altra storia che, come sai, ha i tratti sacri della lentezza e della delicatezza.
Ciò che cercavo l'ho trovato. Una via delicata, un passo fragile e prezioso, sorretto da una chiara visione. E mi pare, in questa Milano meravigliosa la notte, di poter intuire cosa sto diventando anche grazie a te e alla tua presenza. E sia benedetto il tuo sonno, il tuo Sogno.
O la tua scrittura. E la parola che bussa lo fa come una piuma su una porta antica, di legno vivo e saggio. Parole, le mie, scritte di getto, per te.
Di getto ma sorrette da un'antica verità che in passato fu mia, poi fu persa, e ora ritrovata. Sto imparando di nuovo a guardare nel mondo la linea, colore dell'alba, di un respiro profondo e lento. E in questo docile passaggio, dopo le tempeste della mia vita, il tuo sguardo, le tue mani e la tua voce sono le mie guide.
Mi piace pensare, petalo, che queste parole, scritte di notte verranno lette da te al mattino.
Mi piace sperare che ti provochino un involontario sorriso mentre dormi o scrivi e ancora non le hai lette. Così come una voce lontana che ti parla una dolce lingua in parte sconosciuta.

19 Smettere di scrivere 

Ho smesso di scriverti qui, lo sai, perché batteva forte un'idea, un pensiero, una parola.
E quando ciò accade è tempo di semina.
È tempo di dar tempo al tempo.
Non nel silenzio completo.
Che la vita è rumore, baccano e bordello.
Ma è tempo di dare fiducia e speranza al tempo.
Seminare, petalo, è una operazione sacra.
E se vuoi folle.
È credere nella forza del seme di dare germogli dalla terra scura.
Nell'antichità la semina veniva accompagnata da riti.
Perché, certo, ciò che semini in qualche modo va accompagnato.
Stasera a Milano piove.
E la città che tanto amo si trasforma.
Eppure, se chiudo gli occhi, immagino un albero verde e rigoglioso al cui seme ho dato fiducia.
Perdonami petalo se non parlo lingue comprensibili ai più.
Ma io ho avuto questi maestri e dalla loro semina io ho germogliato.
È tempo, lo ripeto, di dar tempo al tempo.
E se ci attraversa un sussulto è solo perché riconosciamo entrambi il sacro che avanza con passi di bambino.

20 Piccoli messaggi di un piccolo uomo 

Oggi un messaggio piccolo piccolo per te.
Ascoltavo in studio Elis Regina (la conosci vero?) mentre scrivevo una mail a una collega che mi “perseguita” da un po' per avere risposte che non posso né so dare.
In altri tempi, di fronte a certe insistenze, avrei morso come un Pitbull rabbioso.
Ma poi, sai, siamo a fine luglio e abbiamo tutti gli animi esacerbati dal caldo e da un anno che non ci ha risparmiato niente, pandemie comprese.
E la voce di Elis, e questa nuova morbidezza in me che mi stupisce (non sai quanto mi stupisce), e aver scritto di mio figlio stamattina, e percepire che si aprono nuove vie dentro e fuori di me, tutto questo movimento verso una dolce delicatezza che sento avanzare in me mi ha fatto rispondere in altro modo.

“Gentile Collega XXX,
sono davvero spiacente di non poter dare ancora riscontro alle Tue richieste. Sono, come sai, ancora in attesa della documentazione necessaria.
Comprendo però le tue necessità e mi riservo di darti il più celere dei riscontri non appena possibile.”

Stavo poi per concludere con le solite formule di saluto tra i colleghi (con i miei migliori saluti, cordiali saluti, cordialità etc etc).
Ma le mie dita hanno digitato altro. Si vede che era nell'aria. Si vede che c'è un passo diverso possibile anche tra colleghi, che manifesti il dovuto rispetto, ma ci ricordi che siamo tutti nello stesso “momento”.
E così le ho scritto.

“Spero che questo difficile momento non ti veda troppo in affanno.

Fai in ogni caso affidamento sulla mia totale disponibilità per ogni esigenza tu potessi avere.
Cordiali saluti ”

Mi ha risposto immediatamente scusandosi per l'insistenza ed ha concluso ringraziandomi e dicendo aver trovato “rara e preziosa una forma di attenzione così sottile alle esigenze altrui”.
Un banale episodio della vita di un avvocato, petalo, di cui in altri momenti non ti avrei nemmeno parlato; se non fosse che il nostro incontro è sia il frutto che l'origine di questa morbidezza che sento mi pervade.
In un prato pieno di erbacce c'era un fiore. Piccolo. Blu.
Come quei fiori di montagna dai colori più che intensi, disarmanti.
Quel fiore, come la fragole, ha sviluppato i suoi stoloni e si è moltiplicato in tutto il prato, non lasciando più spazio alle malerbe.
Inutile, vero, che ti dica chi era il prato e chi il fiore.
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