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Il foglietto azzurro



"E se il vento, repentino, carezza i miei ricordi, dove giace, immobile ed eterna, la mia speranza? Apro gli occhi ed assaporo l'esistenza in me di ciò che altri, pavidi navigatori del razionale, hanno definito con scherno "sogno". Poi, con un gesto antico, mi alzo e, lo sguardo sulla linea dell'orizzonte, grido al Cielo: Io sono l'Uomo".

Il foglietto fu posato dalla donna, con gesto lento, meditato e rispettoso sul sedile del treno.
Prima di scendere, la donna diede al foglietto azzurro un ultimo sguardo. Sorrise e se ne andò.

L'uomo, qualche ora dopo, lo trovò sul sedile accanto al suo sul treno.
Lo sguardo stanco, forse troppo rivolto al suo dolore, si posò quasi per caso su quel pezzo di carta.
E fu la sua indolente mano che, senza nemmeno pensarci troppo, decise di raccogliere quel foglio.

Leggerlo fu un gesto spontaneo e poco meditato.
Ci volle qualche minuto prima che il significato di quelle parole raggiungesse la sua coscienza.
Il treno andava veloce, ingoiando, secondo dopo secondo, tonnellate di ferro delle rotaie.

L'uomo continuava a rileggere il foglietto, la fronte lievemente bagnata da sudore, nonostante l'aria condizionata.
I ricordi, che solo qualche minuto prima gli avevano fatto percepire l'inutilità della sua esistenza, ora sullo sfondo della sua coscienza, manifestavano tutta la loro maestosità.
"Ti facciamo male perché siamo solo ricordi", sembravano dirgli, "ma torniamo a te per un solo motivo: perché tu sappia che sei già stato capace di essere degno della tua Vita.
Anche se ti facciamo male ora, ti stiamo solo ricordando le tue potenzialità".

Erano come le catene montuose sullo sfondo del tragitto del treno, lì, pronti a dimostrare una possibilità altra ed alta.
"I pavidi navigatori del razionale", si diceva l'uomo, ormai scosso da lacrime che parevano rivoli di memoria.
"Quante volte ho nascosto con lei la mia incapacità di volare dietro a dei teoremi, quasi non sapessi già che lei leggeva oltre le righe che io cercavo di imporle".
"Pavido, molto pavido, sono stato io".

Il treno sembrava accelerare sempre più, tagliava stazioni, campagne, periferie urbane, senza fermarsi mai. L'uomo, ormai scosso da singulti, cercava di continuare a leggere. Ma le parole, ritrose, forse per le lacrime, o forse per la loro causa, sembravano svanire.
Solo una rimaneva nitida sul foglietto. Ed era come uno scoppio di granata, solitario, in una notte stellata.

Orizzonte

L'uomo alzò lo sguardo, anche se di fontana più che di sguardo si dovrebbe parlare.
E sì, lo fece. Lo fece davvero, volontariamente.
Posò le sue lacrime, le donò all'orizzonte, quasi non fossero più solo le sue, ma quelle che l'intera umanità deve versare per tenere vivi i propri sogni di armonia e completezza.
E quel dono, spontaneo e voluto, scosse i suoi ricordi che, svanendo come nebbia, cominciarono a cantare con gioia la fine della loro funzione.

L'uomo si alzò lentamente.
Uomo umido, liquido, percorso dai suoi flussi di lacrime, sudore e sangue che scorreva gioioso nelle sue vene.
Uomo eretto, capace di donare nuovamente i suoi veli, le sue vele, i suoi volti ad un orizzonte non più sfidante e beffardo, ma accogliente e caldo.
Uomo nuovo, eppure antico, scosso da vibrazioni nate assieme alla Creazione.
E non gridò niente. Né il suo nome, né la sua identità furono udite dal cielo.
Solo la sua presenza fu percepita dall'umanità intera, come un bisbiglio quasi inudibile, eppure nitido, sottile come un filo di seta bianco tra la terra ed il firmamento.

A chilometri di distanza la donna percepì il bisbiglio, il soffio, il mormorio lento che il vento messaggero stava portando nel creato.
Si fermò, stabile, antica e bella come una stella solitaria in una notte d'inverno.
Un lievissimo sorriso increspò le sue labbra rosa. Un piccolissimo battito di ciglia manifestò la sua pudica emozione.
Hieí or (e luce sia), disse nella lingua portatrice di doni.
E luce fu.

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