(Redazione) Riflessioni, non recensioni - 05 Su Train de vie (un treno per vivere; una riflessione per comprendere)

 
A cura di Stefania Lombardi

Vidi questo film del 1998 al cinema, con i colleghi di filosofia e ci trovammo tutti gli ingredienti di un corso di filosofia che stavamo seguendo.
Nel 2009 pubblicai le mie prime riflessioni al riguardo su un mio blog di cinema e, moltissimi anni dopo, le ho condivise sui social.
Sempre, son partita da Caillois.
Lo scrittore, sociologo e critico letterario francese Roger Caillois distingueva quattro categorie quando si fa riferimento al GIOCO: Mimicry/Mimesis, ovvero la rappresentazione e il gioco di teatro; Agon, ovvero la competizione; Alea, ovvero i giochi aleatori; Ilinx , ovvero di giochi di vertigine.
Questa distinzione, a ben vedere, è davvero geniale poiché in sostanza esplica che in tutte le opere creative, siano esse oggetti, pitture, fotografie o avvenimenti, è pur necessario che vi sia una parte di rappresentazione (mimesis/mimicry), ovvero di competizione (agon), l'azzardo dell'alea, e anche un senso di vertigine (ilinx).
Fatte queste premesse, cosa hanno a che vedere con il film del regista rumeno Radu Mihăileanu del 1998?
Innanzitutto il film è un modo diverso e originale di raccontare la Shoah.
Il film comincia con l'apparizione di Shlomo, il matto del villaggio, e l'inizio del suo racconto che vedrà protagonista il suo villaggio ebreo e la sua possibile salvezza.
È davvero emblematico che sia proprio il matto del villaggio a raccontare la storia perché da sempre, nella letteratura, e in particolare in quella shakespeariana, il "fool" (il matto) è visto come portatore di verità che parla per allegorie.
Basti pensare al "Re Lear" di Shakespeare.
Infatti, con le sue frasi sconnesse il "fool" utilizza un modo altro per dire delle verità, attraverso il mezzo dell'illusione.
Senza dimenticare che l'autore stesso, usa il "fool" per intervenire con il suo punto di vista...
Se Platone identificava l'illusione con l'inganno, non così è stato per Kant che, per primo a livello filosofico (in letteratura gli esempi c'erano già), ha ridato all'illusione la sua dignità contrapponendola all'inganno.
L'illusione, ad esempio quella del gioco, è uno dei mezzi per arrivare alla verità, anzi è parte integrante della verità stessa.
Basti pensare ai giochi dei bambini che con l'illusione unitamente alle regole e alla serietà del gioco si preparano a vivere e a essere quello che saranno.
Il gioco non è il contrario della serietà, anzi.
L'illusione del gioco ha le sue regole e come tali vanno rispettate.
L'inganno invece nasconde la verità e non è, né sarà mai parte di essa.
Ho divagato sul gioco per un motivo ben preciso.
La storia di "Train de Vie" comincia quando Shlomo, il pazzo del villaggio, avvisa i suoi concittadini che, nei paesi vicini, gli ebrei stanno venendo deportati dai militari nazisti. Si riunisce così il consiglio degli anziani che, grazie proprio all'illuminante idea di Shlomo (guarda caso, sempre lui!), decide di organizzare un finto treno di deportazione che accompagni tutto il villaggio in Palestina passando per l'Unione Sovietica.
Chiaramente, come per Shakespeare e il "fool", anche qui il regista usa Shlomo per intervenire con il suo modo di vedere le cose.
Nel finto treno i compiti vengono divisi tra le parti dei militari nazisti, dei deportati e del macchinista, grazie anche al lavoro di falegnami, sarti e a Schmecht, insegnante ebreo di tedesco accorso per istruire i finti soldati nazisti.


Vera è l'ulcera di uno dei protagonisti che viene usata come spunto per gag divertenti.
Torniamo, però, alle categorie di Caillois e al gioco come mimicry, rappresentazione, illusione.
Se ci riflettiamo, il "treno per vivere" è l'esemplificazione perfetta delle categorie appena descritte.
Non solo: i treni dei veri nazisti erano treni per morire, questo treno "fasullo" di nazisti è concepito come un treno per vivere.
Ma la genialità del film è che per la prima volta sono mescolati inganno e illusione.
L'illusione è il loro interno strumento di verità del gioco per sopravvivere; l'inganno, invece è quello che applicano per nascondersi ai nazisti veri.
Sulla via i nostri ebrei incontreranno non poche difficoltà, facendosi più volte scoprire e fermare dalle forze militari dell'Asse; tuttavia, grazie a fantasiosi espedienti, riescono di volta in volta a scamparla. Cominciano a sorgere problemi persino all'interno della comunità, dove ebrei deportati, ebrei convertiti al credo comunista ed ebrei-nazisti cominciano a dar vita ad una serie di alquanto surreali battibecchi legati ai diritti degli insoliti viaggiatori del treno, arrivando perfino ai comunisti del treno che designano dei vagoni di deportazione, in opposizione alla politica "dal braccio di ferro" di Mordechai, il mercante di mobili a capo dei finti nazisti.
Vuol dire che le categorie di gioco di Caillois si sono manifestate tutte in quanto i "finti" tedeschi e i comunisti si sono così identificati nella parte, ovvero nella serietà delle regole del gioco che alla fin fine i loro battibecchi appaiono reali.
Ecco il potere della mimicry!


Abbiamo anche "l'agon" della competizione dei "finti" tedeschi con i "veri" tedeschi.
L'azzardo dell'alea ogni volta che rischiano di essere scoperti e la vertigine, l'ilink, che si prova quando questo rischio è sempre più concreto.
Ma non è finita qui con questo gioco: per tutto il tempo, con le varie gag divertenti, lo spettatore è convinto di aver visto una certa tipologia di film ma solo alla fine, con il racconto e i fotogrammi finali ci si rende conto di aver visto un vero film sull'olocausto ma da un altro punto di vista.
Shlomo, da vero "fool" shakespeariano, ci ha raccontato, tramite l'illusione del cinema, la sua poetica ma agghiacciante verità.
E lì quel senso di angoscia, di malinconia e di dolce-amara nostalgia che è la chiosa finale che, da ultimo, e insospettabilmente, ci dona questa pellicola.





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