Cinque poesie inedite di Marco Giovanni Maggi - con non-nota di lettura di Sergio Daniele Donati

 

È il gioco eterno del simbolo: ci solletica e lancia lontano e, poi, tenendoci legati col filo di lino sottile del significato ci riporta indietro, a velocità decuplicata, verso il nostro stesso centro. 
È il gioco eterno del simbolo: tira i dadi della conoscenza sul tappeto verde di una roulette bislacca.
Un gioco a cui partecipano sempre almeno tre protagonisti. 
La cosa significante, la cosa significata e un soggetto a cui tutto ritorna. 
È il gioco eterno del linguaggio: un prato fiorito in cui le metafore si rincorrono imponendoci un moto senza fine verso l'altro da noi, in cui la similitudine impedisce la gabbia della solitudine, del solipsismo; e si intona un canto, a volte stonato ma sempre eticamente fondante; un augurio di non fermare mai la montagna russa, il dipinto puntinista del senso della parola.
Le poesie di Marco Giovanni Maggi che oggi proponiamo questo gioco lo conoscono in profondità e lasciano stupito il lettore nel loro donare un movimento che strappa da sé per tornare a .
Natura e uomo, esterno e interno, le stagioni e un Dio troppo eterno per avere un ruolo lenitivo sono lì a dirci che vogliono dirci altro da ciò che dicono, e ci guardano con tenerezza, sapendo bene che noi di questo gioco del simbolo siamo gli schiavi felici. 
Ammiccano alla nostra consapevolezza che non esiste intuizione possibile se il ventre non viene irrorato dalla lingua sconosciuta dell'altrove.
Sa bene il poeta — e leggendolo so meglio io — che dopo tutto torna e nell'istante in cui chiudiamo gli occhi la metafora infinita che è la nostra vita diviene una nenia di ricordo.

Questa non è una nota di lettura, è un canto di ammirazione per dei versi che, irrorati dall'Adagio di Samuel Barber per archi, mi hanno ricordato chi sono e in quali deserti di formazione della parola hanno preso vita le mie balbuzie.
Grazie Marco Giovanni Maggi.

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La fatica

Nella stanchezza dei prati riarsi
questa fatica cade a dirotto
è una pioggia che si fa grandine
bruciando dentro le nostre vite
in un lavorio senza mai fine
e se poi cerchi qualcosa di buono
ti ingannerai con una favola
da raccontare ai nipotini

L’equinozio riporterà l’autunno
le prime nebbie e l’ora solare
il languore delle giornate più corte

tu vivilo fino in fondo
catturalo in un istante di pace

accoglilo come una primavera.

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Avere cura

Adesso prenditi cura tu
di questi bulbi trapiantati
-in ogni vaso una corta canna
che ne tenga dritto il germoglio-

osservali crescere come figli
lasciali andare senza resistere

fanne memoria.

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Oltre la linea

Potremmo attraversare laggiù
tra il leccio scortecciato
e quel filare di pioppi
adagiati sull’argine
la linea di questo tempo amorfo.

Avvertiremo qualche anno in più
forse un acciacco di troppo
sarà un fatto improvviso
e del tutto imponderabile.

Finché non ci rimarrà che sparire

come al solito.

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Abitare l’inverno

Io abito l’inverno
la mia casa un fiume di ghiaccio
in cui si sciolgono i pensieri
alle pareti c’è un blu di Prussia
che si stende fino all’orizzonte
le finestre su un cielo d’amianto
sbarrano il passo a ogni luce

all’ingresso una pietra d’inciampo
per non scordare mai chi ho amato.

(per non dimenticare mai chi amo)

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Il dubbio

Ascolta il richiamo del terrore
quando il farmaco di Dio non ha effetto
s’insinua allora l’incertezza
tra l’attimo temuto del distacco
e il mistero infinito dietro al niente

È come trovarsi abbandonati al largo
e scrutando la profondità del mare
restare nell’indecisione
se l’ansia che rinserra il nostro cuore
sia per paura di annegare
o la vertigine.
Solitudine

Perché mi avete lasciato solo?

Dal cielo piovono forti i richiami
di uno stormo: sono uccelli migratori
a un tratto si riuniscono
girano intorno alla ciminiera
e vanno in un’unica direzione

Tranne uno, che si affretta e
ramingo spinge le sue ali dall’altra parte
quasi come quel me degli anni verdi
lasciandovi tra le ombre

o forse siete stati proprio voi
a esservene volati altrove.

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NOTE BIOBIBLIOGRAFICHE

Marco Giovanni Maggi è nato e vive in provincia di Alessandria.
Sue poesie sono state selezionate su numerose antologie e riviste letterarie
Nel 2014 ha pubblicato la sua prima raccolta, intitolata Punto di fuga, (Puntoacapo Editrice).
Del 2018 è la sua ultima silloge, Il quadrato delle radici, (Edizioni Ensemble – prefazione di C. Fiorentini).
Nel novembre 2020 ha pubblicato un poemetto tripartito, Né padri né madri, (Giuliano Ladolfi editore, prefazione di I. Fedeli)
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