(Redazione) - Specchi e Labirinti - 12 Girando intorno a Mario Praz (Terzo episodio)

A cura di Paola Deplano

L’ultima uscita della rubrica “Girando intorno a Mario Praz”- una sorta di “rubrica nella rubrica” - è dedicata all’incontro con un altro elzeviro del grande anglista, seguito da una breve recensione del suo saggio più importante, a partire dal quale si sono formate intere generazioni di studiosi.


UN CASO IMPROBABILE

Il Lessing lasciò scritto che il genio può solo occuparsi di avvenimenti che son radicati l’uno nell’altro, di concatenazioni di cause e d’effetti: ridurre questi a quelle, pesare questi contro quelle, escludere il caso dappertutto, far sì che ogni cosa avvenga in modo che non sarebbe potuta avvenire diversamente, questo egli sosteneva essere il compito del genio. Non dovevano trovarsi impossibilità in un dramma, e il poeta tragico aveva senz’altro da scartare quegli avvenimenti storici che apparissero incoerenti. Per questa stessa ragione, della improbabilità del complesso intreccio, Augusto Guglielmo Schlegel faceva riserve sull’Edipo Re. La vita, come sappiamo, può permettersi i più improbabili scherzi, ma non esorteremmo gli scrittori a seguire l’esempio di William Sansom che (in uno dei racconti di South) fa che un giovanotto, al momento in cui sta toccare il colmo della felicità, lasci cadere una sigaretta accesa dal quarto piano, e vedendola finire addosso a una persona, si sporga con un gesto meccanico di prevenzione e di scusa (l’eterno Sorry! degli inglesi), e così facendo cada dalla finestra e si rompa la spina dorsale, riducendosi pel resto della vita a un invalido vittima del «fato». L’arte è un gioco di cui, almeno fino a ieri, andavano rispettate le regole, e se i surrealisti e gli altri le han messe in non cale, il gran pubblico seguita ad esigerne l’osservanza. Perciò un fatto come quello che sto per narrare trova il suo posto legittimo nella cronaca dei giornali, ma andrebbe messo al bando dal regno delle Muse.
Certi giovani di ottime famiglie, alcuni dei quali coi nomi preceduti da quei titoli che una volta facevano un certo effetto, sebbene essi preferissero chiamarsi tra loro coi nomi più scanzonati del mondo, come Ribi, Bebè, Pupa, e via dicendo, decisero un giorno di scegliere come meta di una delle loro frequenti gite di piacere Castello Aquilone, che era proprietà d’uno di essi, Rudi di Casamanica. Era situato tra i monti ai confini dell’Abruzzo, e il percorso che facevano le automobili per giungervi era quanto mai pittoresco. La strada serpeggiava in un paese selvaggio che, sembrando vuoto d’uomini, offriva non poco refrigerio agli abitanti della capitale, e sebbene ogni tanto apparisse l’annunzio d’una nota benzina che si professava al vostro servizio, per decine e decine di chilometri non s’incontrava nessun distributore, e quando se ne incontrava uno, non era mai di quella benzina. S’incontravano bensì contadini e contadine su asinelli, quelli che i paesisti dell’Ottocento amavano mettere come macchiette nei loro quadri, e una giovane americana della compagnia se ne estasiava, perché negli Stati uniti, eccetto ai confini col Messico, non s’incontrano mai asinelli, neanche nei giardini zoologici. Si vedevano di tanto in tanto grossi villaggi asserragliati contro le pareti delle montagne, divenuti essi stessi del colore delle cose non create da mano d’uomo, ed era raro, in questa parte del mondo, trovare uno di quegli scatoloni chiari, scuola o consorzio o centrale elettrica, che in tante cittadine di regioni più progredite segnano la immancabile cicatrice della civiltà moderna. C’era sì un laghetto artificiale che si allungava tra i monti brulli e precipitosi, ma s’era così bene fuso col paesaggio che perfino la chiusa sembrava il muro d’un nobile fortilizio, e un villaggio, che si era trovato a rispecchiarsi in quelle acque avventizie, sembrava essere sempre stato un paese di pescatori su un promontorio. Del resto la regione pareva fuori del tempo: su molte case coloniche figuravano ancora i motti del passato regime, che eran rifioriti sotto il debole strato di calce, o (poteva venire perfino questo sospetto) erano stati rinfrescati.
Aveva fatto molto caldo nei giorni precedenti, sicché ora sui monti più lontani si addensavano nuvole, scoppiava qualche temporale; il cielo era molto scuro verso Tagliacozzo, e quando le due automobili di gitanti giunsero presso Castello Aquilone c’era nell’aria un soave odore di pioggia. Il castello sorgeva in cima a un villaggio sullo sprone di un monte; si vedeva prima in distanza spiegarsi con le sue mura merlate e il barbacane a forma di becco che gli dava quella sembianza d’un’aquila ad ali spiegate da cui traeva il suo nome; poi la strada faceva un’ampia curva dietro alcuni poggi, e riusciva dentro il paese, proprio sotto il castello. Tra i giovani della compagnia era soprattutto incantata l’americana che si chiamava Jennifer ed era una ragazza bionda e formosa con una tipica e assai maliosa modulazione dell’accento che la denunziava nativa degli Stati del Sud, e di questa ragazza era molto invaghito Rudi di Casamanica che del resto era suo lontano parente. Discendevano entrambi da Rodolfo IV, duca di Castello Aquilone, marchese di Torpignattara, conte di Casamanica eccetera, e da due diverse sue mogli: Rudi da uno dei figli di primo letto, mentre Jennifer discendeva per linea femminile da Ginevra, terza ed ultima moglie di Rodolfo IV. La madre di Jennifer era una nobildonna italiana che s’era sposata con uno dei proprietari di quei giardini di Charleston che sono una delle sette meraviglie dell’industria turistica americana.
Avvertito per telefono, il casiere aveva preparato una rustica ma saporitissima colazione sulla loggia del castello, dietro al cui pergolato verde chiaro nel sole si scorgevano ombrose e cupe le colline coperte d’alberi dall’altro lato della piccola valle, e esilarati dai cibi e più dal vino locale, che era gagliardo pur senza parere, gli otto giovani si diedero a esplorare il castello nelle parti che non erano state adattate ad abitazione moderna. E mentre percorrevano corridoi sui cui muri fiorivano tracce d’umido, e si affacciavano a misteriose scale che conducevano a ripostigli perduti dove muffivano accatastati rozzi quadri sacri del Seicento e rozzi ritratti anneriti, o traversavano sale abbandonate, dove languivano pochi mobili sgangherati e polverosi, e sulle cui pareti correvano, sotto il soffitto a cassettoni, fregi affrescati con figure di numi ignudi dalle membra rossicce e torose che ricordavan la scuola di Giulio Romano, o il salone da ballo con torno torno i paesaggi dei possessi dei signori, Castello Aquilone, Torpignattara, Lagomelosino, Monte Venere, e via dicendo, e, sola su una parete, un’aquila imbalsamata e intignata, le reminiscenze delle letture dei «gialli» s’affacciavano alla mente dei giovani, soprattutto di Jennifer che chiese se nel castello ci fosse uno spettro. «E come no?» rispose Rudi. «Non è vero, Otello?». Otello, il casiere, raccontò allora come nel palazzo ci si sentisse, o una vecchia tradizione attribuisse quegli strani rumori, di solito un suono secco e scattante, come d’un grilletto di pistola che s’abbassi, alla presenza fantomatica di Rodolfo IV, che era morto d’un colpo apoplettico senza sacramenti nel 1764; che però lui personalmente non aveva sentito mai nulla, e scoteva il capo sorridendo. «Non ridere niente!» - disse, piccata, nel suo curioso italiano, Jennifer, che adorava le storie di fantasmi; e da quel momento, mentre seguitavano a percorrere le innumerevoli stanze del castello, la ragazza, eccitata e un po’ brilla, ogni tanto chiamava affacciandosi a una porta o sporgendosi a una scala: «Fantasma!» che suonava come «Fentesma» nel suo accento strascicato e piangevole che a Rudi pareva molto affascinante.
Così dalla corte (il cui pozzo dovette pure echeggiare: «Fentesma!») salirono sul cammino di ronda, da cui si godeva la vista dei tetti del villaggio d’un caldo colore rosa cotto e ricotto dal sole, e mirabile era il movimento di quei tetti, disposti a zigzag sul tracciato dei tortuosi vicoli, sicché formavano come il carapace d’una creatura viva, stesa lì, sotto il castello, tra il verde degli olivi e il verde dei lecci; e vivi sembravano, dall’alto, anche certi alberi del giardino del castello, i cui rami biancastri erano stati attorti dall’arte d’un antico giardiniere in gesti forsennati, sicché parevano una turba d’anime in pena che s’accanisse invano contro gl’imperturbabili spaldi del castello. Le tegole del tetto lungo il cammino di ronda eran coperte di licheni d’un giallo acceso, che quasi le laccava come ceramiche della Cina; e quando il casiere ne spostò alcune per rimetterle in ordine, siccome in quel punto l’acqua piovana aveva fatto una macchia sul soffitto, Jennifer si curvò con gaiezza ebbra sullo spiraglio, e gridò ancora una volta: «Fentesma!». La campana della chiesa mandò alcuni rintocchi; nel cielo roteava lentamente un falco.
Certo Jennifer eccedeva nel suo gioco puerile, e Rudi cercò di calmarla: Enought, darling, now stop it, enought! Come aizzata, Jennifer rincarava la dose, anche perché a un certo punto le parve di sentire un cigolio, uno scatto secco, come quello che le era stato detto caratteristico dell’apparizione. «Ma come vuoi che un fantasma appaia di pieno giorno!» protestava tra il riso e l’irritazione Rudi; ma gli altri, di rincalzo, come se Jennifer fosse un cane da stimolare contro una preda: At him, Jennifer, now you’ll get him!
Così giunsero ad una stanza che una volta era stata una ben provvista armeria, ed ora non conteneva appese ai muri che qualche alabarda arrugginita, qualche spadone senza fodero, qualche pistola. E allora Rudi volle fare uno scherzo: siccome il suono tipico del fantasma era quello d’un grilletto abbassato, staccò dal muro una vecchia pistola, si fece dietro a Jennifer, alzò il grilletto, e mentre la ragazza si voltava cogli occhi dilatati da un delizioso spavento a quel rumore, abbassò. Nella stanza rimbombò un colpo, Jennifer era stesa per terra, e Rudi disperato, e Pupa, Bebè, Ribi e gli altri simili a marionette sbatacchiate da un colpo di vento, non potevano, non volevano credere che nei loro allegri giochi si fosse insinuata la Morte.
Improbabile. Ma è successo. E allora per non parlare di una banale disgrazia e ristabilire le ragioni dell’arte che vogliono concatenazioni di cause e di effetti, dovremmo raccontare, nello stile dei «romanzi neri» e di Frédéric Soulié loro seguace una storia che ricorda quella di Ratcliff. Ridotta all’essenziale, eccola: Rodolfo IV morì d’un colpo apoplettico mentre si preparava a sparare una pistolettata contro la terza ed ultima moglie, Ginevra, sorpresa in flagrante con un giovane amico. Nella confusione che seguì al collasso del vecchio duca, la pistola fu messa da parte e nessuno più se ne occupò, e dello scandalo nulla si fece trapelare. La pistola tornò poi ad essere appesa tra gli altri decorativi strumenti di morte, per armare la mano incolpevole d’un legittimo discendente di Rodolfo contro un’altra Ginevra (ché Jennifer non è che una variante di codesto nome in Cornovaglia), la quale discendeva dal frutto degli amori dell’ultima moglie del duca col cavaliere Strigliati, che agli occhi del mondo era pure passato come prole postuma del defunto duca. Non un caso, dunque! Anzi fato, tenebroso destino, vendetta a scoppio ritardato, ferrea concatenazione di causa e d’effetto, anche se Augusto Guglielmo Schlegel avrebbe ritenuto egualmente improbabile una coincidenza così complicata.¹

LA CARNE LA MORTE E IL DIAVOLO D’UN ESIMIO PROFESSORE

Questo racconto, che ha una certa aria di famiglia con i romanzi di “soprannaturale spiegato” alla Ann Radcliffe, è prova evidente che Praz era un appassionato delle opere in cui il mistero è uno degli ingredienti principali della narrazione. Come studioso, egli è tornato più volte su questo argomento, ma sicuramente uno dei saggi in cui ne parla in modo più esteso e approfondito è La carne, la morte e il diavolo nella letteratura romantica, un capolavoro della critica letteraria che ha formato intere generazioni di anglisti e di comparatisti. Questo libro è un’opera di fine erudizione, ma al contempo un testo che si può leggere per diletto, vista la capacità del Nostro di porgere la cultura in modo semplice, lieve e garbato, come un sapiente chef che cucina per i clienti del ristorante un cibo sopraffino ma digeribile, artisticamente adagiato su un piatto d’argento con fini cesellature.
La prima edizione italiana, dell’ormai lontano 1930, è stata continuamente riveduta e aggiornata dall’autore, di modo che ha mantenuto fino ad anni da noi non lontani la sua attendibilità critica – e ci spingiamo oltre nell’insinuare che alcuni guizzi teorici siano a tutt’oggi ancora validi. Il testo ha avuto una larga fortuna editoriale all’estero, soprattutto – com’è ovvio - nei Paesi anglosassoni, dove è conosciuto con un titolo solo leggermente meno inquietante: The Romantic Agony. Questo titolo individua forse meglio le coordinate temporali degli autori analizzati, visto che ne La carne, la morte e il diavolo nella letteratura romantica non si parla solo e soltanto del Romanticismo, ma si fanno frequenti e appassionate incursioni in quella che è stata la sua squisita “agonia”: la letteratura del Decadentismo.
Dopo l’introduzione, che è essa stessa un piccolo saggio in cui si parla della definizione del termine ”Romantico” attraverso i secoli – dall’iniziale connotazione dispregiativa a quella attuale, molto più benevola -, nel primo capitolo, La bellezza medusea, Praz comincia subito a mescolare da par suo carne morte e diabolicità analizzando un tipo di torbida bellezza assai presente in autori come Baudelaire e D’Annunzio. Il secondo capitolo s’intitola Le metamorfosi di Satana, che partono dal turpe e tradizionale demonio della Gerusalemme Liberata e approdano al «fuligginoso Narciso»² delle opere di Byron, non senza passare dal malioso e malinconico sguardo da angelo caduto di cui parla Giovan Battista Marino in questo verso della Strage degli innocenti: «Negli occhi, ove mestizia alberga e morte»³. Nel capitolo successivo, All’insegna del Divin Marchese, si parla dell’influenza di De Sade nella letteratura dell’Ottocento. Nel quarto capitolo, La belle dame sans merci si indaga la figura della femme fatale fra Otto e Novecento e ci si ricollega al quinto capitolo, Bisanzio, in cui si fa una panoramica dei temi più torbidi della letteratura decadente. Questa prima parte si conclude con un’appendice su Swinburne e “le vice anglais” (vale a dire il sadomasochismo, che i francesi credevano, con questo rassicurante espediente linguistico, di poter relegare al di là del Canale della Manica).
La seconda parte – circa un quarto dell’intero volume - è interamente dedicata a un grande del Decadentismo, non solo italiano: Gabriele D’Annunzio.
Nel suo complesso La carne, la morte e il diavolo nella letteratura romantica è un’opera proteiforme e ricca di una fine e mai pedante erudizione, talmente ampia e stratificata che si può leggere non solo una, ma svariate volte, trovandovi ad ogni lettura qualcosa di nuovo, misterioso e affascinante.

NOTE
¹ M. Praz, Il demone dell’analogia, Edizioni di storia e letteratura, Roma 2022, pp. 71-75
² M. Praz, La carne, la morte e il diavolo nella letteratura romantica, Sansoni, Firenze 1976(quinta ediz. accr.), p.42.
³ Verso citato in M. Praz, La carne la morte e il diavolo nella letteratura romantica, cit., p.41.

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