(Redazione) - Lo spazio vuoto tra le lettere 09 - una lettura "ebraica" della Silloge "Altri universi imprevisti" di Donato Nitti (Gazebo ed)


A cura di Sergio Daniele  Donati

Uno dei piaceri più grandi della lettura consiste, a mio avviso, nel saper planare sulle parole senza lasciarsi condizionare, prima facie, da ciò che so, o fingo di sapere sull'autore.
Parlo sopra di finzione perché la pseudo-conoscenza dell'altro da noi è un materiale strano, poco plasmabile ed a volte può divenire un impedimento alla reale comprensione delle cose.
D'altronde il riferimento anche biblico è chiaro. Prima del primo atto creativo, si legge in Genesi, un vento divino planava sulla faccia delle acque. 
Sono molteplici le interpretazioni, anche mistiche, di questo preambolo alla creazione ma a me piace pensare che, tra i milioni di spiegazioni possibili ci sia anche quella che riguarda la necessità della assenza di preconoscenza della cose. 
Una sorta di planare lento e inconsapevole sulle cose, un abbandonarsi al loro profumo, così come il corpo e il movimento sopra e dentro di esse ce le fa percepire, è il necessario carburante della conoscenza profonda. È la lievità che permette il tuffo nelle profondità e questa lievità necessita di un accenno di stupore.
Per questo motivo per me è sempre un grande piacere la lettura delle opere prime di un autore, poeta o romanziere che sia; mi permette di poter inizialmente planare sulle sue parole, senza i condizionamenti del già letto, ove possibile. 

Con  la silloge Altri universi possibili di Donato Nitti (Gazebo ed) ci troviamo di fronte all'opera prima del poeta stesso. Questo non inganni, però, perché il primo aggettivo che a tale silloge mi sento di attribuire è quello della maturità e consapevolezza, sia linguistica che di contenuti. 
Alla prima lettura si percepisce immediata la capacità del poeta di immergersi al contempo in spazi (e tempi) di solitudine e di rapporto intimo col sé, e di dialogo con le parole dell'altro. 
Questa alternanza tra scrittura intima e scrittura dedicata (o ispirata) alla scrittura altrui è una delle cifre della silloge. 
Così a d esempio in La lunga notte, poesia ispirata a Italo Calvino leggiamo:

Ho letto dubbi nei tuoi occhi,
ansie, perplesse,
lucidi sguardi sulle umane miserie.

Ma nel silenzio della tua lunga notte
lascia socchiusa la tua porta
perché io possa entrare
leggero come il vento
a prender su di me
la tua tristezza universale
e alleggerire il tuo viaggio
così che il tempo che ti attende
saprà che arrivi,
che arriviamo assieme.
Che correremo insieme.

E ti conoscerai e conoscerai me.
E mi conoscerai e conoscerai te.
E insieme sapremo.

È evidente che la struttura dialogica di questa poesia, dal linguaggio plano e planato, non è data solo dall'uso continuo del possessivo alla seconda persona singolare (un rivolgersi al Calvino che tutti noi conosciamo ed amiamo), ma dalla precisa traccia contenutistica del finale della poesia stessa. 
Ci si conosce (sia in termini riflessivi che di reciprocità) solo nel contatto con l'altro da sé.
Allora si diviene pronti ad accogliere ed essere accolti ed è solo da questa conoscenza del sé attraverso l'altro da sé (tanto cara alla filosofia ebraica e non) discende una consapevolezza profonda che non può che portare nel suo  nome l'avverbio dell'assieme. 
Il tempo, sembra voler dire l'autore, attende il nostro arrivo non solitario ma, al contrario, accompagnati da presenze in grado di alleggerire i nostri fardelli.
E anche qui non posso non pensare a un detto ebraico sapienziale, tratto dal Pirquei Avot (i detti dei padri): non ti separare dalla collettività.
Ci conosciamo e riconosciamo reciprocamente ed individualmente solo se siamo in grado di condividere i pesi del viaggio con l'altro  e allo stesso tempo gioire le stesse sue gioie. 
Separarsi dalla dimensione collettiva di ognuno di noi - non tanto il ritiro temporaneo che è sempre vivificante, quanto l'isolamento - significa perdersi, perdere il contatto col nostro centro spirituale che, pare paradossale dirlo, è situato nel centro dell'altro da noi. 

Altrove l'autore si interroga su un altro tema, quello del tempo, cui il pensiero ebraico dedica gran parte delle sue riflessioni.
Così ne la poesia Il tempo leggiamo:

Una linea o un cerchio,
è un dilemma insolubile,
apparentemente.

I nostri sensi propendono sempre
per semplici vie.
Inganna la ragione,
lo spirito si libra
senza confini.

Dunque un cerchio
perfetto, definitivo.

Qui Donato Nitti sembra descrivere, con versi brevi e accapo incalzanti, l'antico dilemma che apparentemente contrappone un'idea lineare del tempo ad altra che mette in evidenza la sua circolarità. 
Tra questi due estremi il pensiero ebraico si colloca in linea tendenziale verso l'osservazione della compresenza delle due visioni. 
Ogni  attimo da noi vissuto, così come ogni respiro, è allo stesso tempo avanzamento sulla linea del tempo che ritorno di qualcosa (o qualcuno) verso il proprio centro. Esiste un avanzamento e una circolarità delle cose il che visto dall'esterno, descrive il movimento a spirale della conoscenza, un diagramma che è molto simile alla mappatura del DNA umano. La ragione può essere inciampo (inganno) proprio per la natura paradossale e contraddittoria di questa realtà e si necessità di far librare   altri strumenti di comprensione. 

Ritorniamo alla premessa, dunque. Planare tra le parole di una silloge di un autore al suo meditato e profondo esordio, senza conoscerne i percorsi, permette il riconoscimento di tracce di lettura possibile e l'apertura in chi legge di linee sinaptiche e di contatto con  Altri Universi Imprevisti, forse sia per chi legge che per l'autore stesso.
Noi non sappiamo, quando leggiamo quali vie abbia percorso l'autore per eleggere le sue parole.
E il poeta, cosciente di sé, sa che c'è un dato nella sua stessa scrittura che è fuori dal suo controllo e che permette il contatto con vie di pensiero appunto impreviste.

La raccolta di Donato Nitti è davvero un viaggio delicato verso la linea sottile che traccia la "parola nuova", anche come richiamo all'Antico in ognuno di noi.

L'autore durante la presentazione della sua silloge





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