(Redazione) - Estratto dalla plaquette di Francesca Innocenzi "Formulario per la presenza", (Edizioni progetto cultura, 2022) con breve nota di Sergio Daniele Donati


Che dire di una scrittura che par costituita di fotogrammi in cui l'autrice, con maestria paragonabile a ben poche nel panorama contemporaneo, sa dosare le suggestioni (così come gli aggettivi) in modo che al lettore sia impedito di aggrapparsi ad alcunché?
I tratti di Francesca Innocenzi in questa plaquette, apparsa per i tipi di Edizioni progetto cultura nel 2022, appaiono giocare su questa mancanza di appiglio possibile e la parola ci conduce, certo, ma nella consapevolezza che non esiste altra certezza che il movimento della lettura.
Oserei dire, se non rischiassi di dare a questa nota una enfasi troppo d'antan, che la scrittura della Innocenzi ha un che di montaliano nella descrizione dei luoghi e del portato psicologico che lo spazio ha in chi non solo lo occupa, ma lo osserva. 
Nella scrittura di Francesca Innocenzi la visione si fa ricordo e il ricordo sensazione attuale, anzi attualizzata. 
Quindi questa scrittura ha la facoltà di dare al ricordo tutta la potenza del suo etimo, il ricader come pioggia novella nel cuore non solo dell'autrice ma anche, e soprattutto, del lettore.

(...)
portava negli occhi un alone d’autunno
parlava una lingua di spettri di pianto
porgeva le carni a un dolore sedotto
al mondo un’età senza ombra di scampo
(...)

Questi quattro versi, di una composizione riportata sotto nell'estratto, sono un ottimo esempio della penna della poeta.  Notiamo assieme la maestria del gioco allitterativo dei tre verbi che portano la stessa iniziale (P) e soprattutto della  capacità, che sempre cerco nel moderno poetare -  e che ahimè sempre più raramente trovo - , di centellinare gli aggettivi perché emergano come diamante solitario tra altre gemme. 
La poeta sa bene che l'aggettivo abusato perde potenza e che in tanto un aggettivo è in grado di dire qualcosa in quanto non sia coro ma solista. 
Quindi qui quel sedotto ci trascina senza scampo a riflettere su richiamo etico che pur la poeta non dice, dicendolo.
La parola di Francesca Innocenzi non è infatti mai facilmente seduttiva, mai.
È invece molto seducente, e c'è un oceano di differenze tra i due aggettivi.
È una parola che dice perché va detto, e ricorda perché va ricordato non per portare a sé, quasi fosse una vittima sacrificale, il lettore.
Eppure il lettore ne viene trascinato, forse in tanto in quanto è capace di percepire il rispetto che la parola poetica della Innocenzi gli porta.
Per questo la penna della poeta è seducente ma mai seduttiva. I suoi tratti catturano chi li legge proprio perché si rifiutano ciò che purtroppo gran parte della contemporanea poesia è diventata: una trappola emotiva per lettori sprovveduti.
Francesca Innocenzi chiede altro al lettore, anzi gli chiede un Altrove. 
Non lo lusinga e gli ricorda che, se di parole vuole nutrirsi, della parola deve comprendere il potenziale in uno sforzo d'elevazione.
Quest'opera è proprio questo, a parer di chi scrive: un richiamo ad essere letta con la schiena dritta di chi si approccia ad un uso della parola non strumentale, anzi mai strumentale ma che impone di posare lo sguardo su orizzonti un po' più lontani di quelli che molta poesia, ahinoi anche spesso osannata, ci propone.
per la Redazione de Le parole di Fedro
il caporedattore -  Sergio Daniele Donati
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Un ricordo 

ombre di gatti 
              sono strisce di bisce 
serpeggianti verso gli orti. 
Tutto è passato 
                     ma sento ancora il profumo del sole 
su quei drappi abbandonati al vento 

(estate 1995)

all’alba di un sei luglio

un gatto bianco all’alba di un sei luglio
ci spiava dal giardino di sotto
la sua voce che mi tremava accanto alludeva
a un amore scomposto

portava negli occhi un alone d’autunno
parlava una lingua di spettri di pianto
porgeva le carni a un dolore sedotto
al mondo un’età senza ombra di scampo

a buio svegliarsi e all’alba morire
restava sospeso il tempo della vita
da cinque dita spogliata d’azzurro
di questo vestito velato compianto

un gatto bianco all’alba di un sei luglio
ci fissava dal giardino di sotto
lasciava al nostro sguardo scoperto
nemmeno l’indizio di un tragico scherno

a te che hai ispessito la pelle del cuore

a te che hai ispessito la pelle del cuore
con blasfemie irte d’olio bollente
darei le primizie del bianco 
mattino.
detergerei di te l’amaro
come questo panno liso il pavimento

               se non ti scorgessi volto multiforme 
strati di vuoto e di veleno 
su scempi di ferite senza sangue
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BREVI NOTE BIOBIBLIOGRAFICHE

Francesca Innocenzi è nata a Jesi (Ancona). È laureata in lettere classiche e dottore di ricerca in poesia e cultura greca e latina di età tardoantica. Attualmente insegna nella scuola secondaria di secondo grado. Ha pubblicato la raccolta di prose liriche Il viaggio dello scorpione (2005); la raccolta di racconti Un applauso per l’attore (2007); le sillogi poetiche Giocosamente il nulla (2007), Cerimonia del commiato (2012), Non chiedere parola (2019), Canto del vuoto cavo (2021); il saggio Il daimon in Giamblico e la demonologia greco-romana (2011); il romanzo Sole di stagione (2018). Ha diretto collane di poesia e curato alcune pubblicazioni antologiche, tra cui Versi dal silenzio. La poesia dei Rom (2007); L’identità sommersa. Antologia di poeti Rom (2010); Il rifugio dell’aria. Poeti delle Marche (2010). È redattrice del trimestrale di poesia «Il Mangiaparole» e collabora con il sito letterario Poesiadelnostrotempo. Ha ideato e dirige il Premio letterario Paesaggio interiore.
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