(Redazione) - 13 - Lo spazio vuoto tra le lettere - Suicidio e "perdizione del tempo" in Jarmila di Ernst Weiss

 
A cura di Sergio Daniele Donati

Ernst Weiss fu autore di enorme spessore nel panorama culturale mitteleuropeo ed ebraico.(1)
Nato nel 1882 a Brno, nella provincia della Moravia, da famiglia ebraica, condivise la sorte del suicidio con altri tormentati autori della sua epoca, Zweig in primis. 

Questo dato del suicidio[Nda] è essenziale per capire ed è presente nella sua ultima opera Jarmila che, a parer di chi scrive, si situa in diretto legame con altre immense opere della tradizione ebraico-mitteleuropea. 
Salta all'occhio di tutta evidenza, ad esempio, il legame in linea di contenuto con  Amok di Stefan Zweig -   ma anche con lo Zweig di Lettera di una sconosciuta -(2) e con il Giobbe. romanzo di un uomo semplice di Joseph Roth 
(3), opere centrali di quel periodo che nei prossimi tempi saranno oggetto di note di lettura sempre su questa rubrica.

Jarmila,  ultimo romanzo di Weiss, è la storia di una passione travolgente in cui i personaggi sono delineati con tratti forti e chiari - fin troppo chiari a volte -  ma coi quali l'autore non gioca mai il gioco del giudice implacabile. 
Al contrario, la traccia principale della sua scrittura, in questo caso, è proprio un fluire senza fine di comprensione psicologica. 
Jarmila (Adelphi ed. 2002) è la narrazione di un perdersi nello stravolgimento emotivo ma allo stesso tempo del perdersi di chi quella narrazione riceve. 
Ed è il tempo il primo elemento a mancare - e a farci perdere -  nel breve romanzo.  
La voce narrante -  colui che riceve la narrazione della passione -  si trova bloccato dalle bizzarrie d'un orologio rotto, incapace di segnare il giusto minuto, la giusta ora. 
Ed è proprio colui che si propone di ripararglielo il principale soggetto del racconto stesso. 
In questo già si sente aleggiare un adagio molto caro a gran parte della letteratura ebraica dell'epoca. 

La prima perdita, la prima perdizione, è sempre connessa col nostro legame spezzato col tempo. 
Se si perdono i fili sottili che legano passato, presente e futuro, si crea un foro nella maglia delle nostre esistenze, ed è proprio in quell'apertura che i segni di un destino tragico cominciano a ordire le loro tessiture. 
D'altronde anche il vitello d'oro, si dice, fu costruito quando il popolo non ebbe più la sensazione del passato (la schiavitù in terra d'Egitto), del presente (il senso profondo di un cammino a spirale di liberazione goccia a goccia in un deserto fecondo) e del futuro (la terra in cui si sarebbe fondata l'economia di giustizia che è a fondamento di tutta la narrazione biblica).
Popoli e individui si dannano quando perdono la percezione del tempo, dei tre tempi e delle loro relazioni. 
Così la relazione clandestina dei due personaggi non viene interrotta, né si completa con la fuga degli stessi negli Stati Uniti, al momento in cui le due scelte sarebbero state ancora possibili.
E così facendo gli stessi si dannano al più feroce dei destini che, come un monito terribile, finisce con coinvolgere tutti coloro che ai due amanti sono vicini; neanche l'innocenza di un figlio e di un marito, cui lo stesso personaggio principale sembra infine affezionarsi, vengono risparmiati.

Jarmila, pur nella sua brevità, è uno dei romanzi che meglio delinea il rapporto tra catastrofe e perdita del tempo, o DI tempo; quasi fosse portatore del messaggio più antico. 
"Nulla per l'uomo è fuori dal tempo, nemmeno la sua stessa morte". 
La pretesa d'eternità dei sentimenti cozza con la loro gestione e con la gestione delle scelte che comportano al momento giusto, non un secondo prima e non un secondo dopo. 
Se il nostro orologio affettivo ed etico perde secondi, minuti, ore noi siamo assorbiti dalle maglie della dannazione, come in un buco nero da cui si può emergere solo se, come riesce a fare Andreas Kartak ne La leggenda del santo bevitore di Joseph Roth(4) - non si perde la speranza di poter ritrovare nel circolo del tempo il giusto spin che ci riporta, diversi e coscienti, al punto di partenza, alla soluzione armoniosa di ciò che la perdita e il perdersi ha causato. 

Per questo la tradizione dice che tutto può essere emendato sino all'ultimo respiro, sino all'ultimo istante di vita. 
Non è un dire semplicemente consolatorio, al contrario, è un motto che ci riporta alla fatica di non perdersi nel tempo, di non perdere il tempo e, se dannatamente avviene, di dedicare ogni nostro respiro alla ricerca di quei fili che soli possono riportarci verso la luce. 
Per l'uomo, sembra dirci Ernst Weiss, tutto è questione di tempi e di Tempo, anche le passioni e l'Etica. 
E ciò che sarebbe possibile ora, che sarebbe etico ora, tra un istante diviene il motore della dannazione.
Per questo il gesto estremo del protagonista, la resa suicida, forse può essere letta come una riaffermazione del vero, uno spezzare un circolo ormai rotto, come l'orologio che è metro del dramma nel romanzo. Il protagonista, dopo aver concesso il rientro del figlio negli affetti persi, decide di togliersi la vita con la molla difettosa dell'orologio per evitare un'esistenza, una sopravvivenza caratterizzata dalla podagra (gotta). 
Il suicidio nell'opera assurge forse a momento finale, a colpo d'ala in cui il protagonista prende attraverso il tempo (la molla rotta dell'orologio) la giusta spirale nel tempo stesso. Sceglie di tornare nel ciclo del tempo, perché il tempo non si spezzi per suo figlio. 
Così, senza giudizio, sceglie di diluirsi nel ricordo e di non essere più pedina di un tempo spezzato.

In foto Ernst Weiss - immagine di repertorio dal web

NOTE E RICHIAMI BIBLIOGRAFICI

[Nda] - Preme qui sottolineare come il dato del suicidio sia certo frutto dell'indole e del carattere, nonché delle vicissitudini di vita, d'ogni singolo autore che in quella generazione, specie se di origini ebraiche, presero quella drammatica decisione. E certo quella scelta non fu di tutti, fortunatamente. 

Tuttavia, se ad esempio consideriamo tre persone in parte distanti tra loro ZWEIG, WEISS nell'impero austroungarico e FORMIGGINI nella Modena fascista, non possiamo non porci il problema di quanto la loro ebraicità, intimamente connessa alla loro scrittura, impegno culturale e vita, in anni così bui per il popolo ebraico, abbia influito sulle loro scelte. 
Il testo che oggi analizziamo di questa scelta finale parla e ne parla in poche frasi, quasi a voler chiudere gli occhi con rispettoso ascolto dell'abisso di un uomo. 


(1) Per qualche nota biografica sull'autore cliccare qui
(2) Per qualche nota biografica sull'autore cliccare e sull'opera cliccare qui,    qui    e qui
(3) Per qualche nota biografica sull'autore cliccare e sull'opera cliccare qui   e qui 
(4) Per qualche notizia sul racconto cliccare qui


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Commenti

  1. Molto importante l'accento posto qui nel saggio sul nostro essere umani nel tempo e la cui perdita ci porta alla
    " dannazione".
    Grazie! Molto interessante

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    1. Grazie, il rapporto tra dannazione e mala percezione del tempo è spesso troppo sottovalutato

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  2. Se si perdono i fili sottili che legano passato, presente e futuro, si crea un foro nella maglia delle nostre esistenze, ne sono convintissima , non conosco questo autore lo leggerò senz’altro ! Grazie

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  3. Bellissimo intervento. Mi riallaccia a un altro infelice della letteratura, questa volta francese: Thierry Metz, suicida dopo una vita provata dalla durezza del suo lavoro di muratore, che racconta in "Diario di un manovale", dagli eccessi di violenza, alcool, depressione e dalla perdita di un figlio. Il tutto lo porterà al disgusto di se stesso e all'estremo gesto, il 16 aprile 1997.

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    1. Certo anche di Metz si dovrebbe parlare a lungo. Grazie

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  4. Dimenticavo: Thierry Metz racconta dei suoi internamenti in case di cura nell'opera "L'uomo che pende".

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