(Redazione) Riflessioni, non recensioni - 09 Riflessione su MACBETH (2021) - Riflessioni tra luci e suoni

 
A cura di Stefania Lombardi

Interpreti e personaggi
Denzel Washington: Lord Macbeth
Frances McDormand: Lady Macbeth
Corey Hawkins: Macduff
Brendan Gleeson: Re Duncan
Harry Melling: Malcolm
Alex Hassell: Ross
Brian Thompson: assassino
Ralph Ineson: capitano
Sean Patrick Thomas: Monteith
Miles Anderson: Lennox
Kathryn Hunter: le streghe
Stephen Root:
Bertie Carvel: Banquo

Per la seconda volta, in questa rubrica, si parla di qualcosa ancora in essere e non dato per visto e assimilato da tempo dai più. La pellicola in questione è di fine 2021, non tutti l’hanno vista.
Si parla, tuttavia, di una tragedia arcinota, quella di Macbeth. Sappiamo tutti cosa accade, quale sia la trama e come vada a finire.
Pertanto, non esiste certo un pericolo di allerta spoiler.
I drammi shakespeariani sono rappresentati da secoli, ormai, a teatro e da decenni al cinema, in quella che è definita, magicamente, come la settima arte.
Indimenticabile fu, ad esempio, il Macbeth di Orson Wells del 1948 realizzato (e si vede senza, però, intaccarne la magia) a bassissimo costo e dove, un giovanissimo Orson gioca su inquadrature a effetto e si barcamena sapientemente tra luci e ombre che donano spettacolarità a un dramma nell’ombra e che parla di ombre in questo racconto, che è la vita, che non significa nulla.
Emblematico l’utilizzo di un feticcio per rappresentare i titoli con cui verrà salutato il tiranno Macbeth.


Sono, tuttavia, personalmente legata alla versione di Polański del 1971, tutta solipsismi e dove il pensato dei protagonisti ha una dimensione più ampia delle loro azioni.
Spettacolare fu l’immagine riflessa, lì, della discendenza di Banquo.


La mia mente, lì, si sofferma, a quella prima frase che sancisce l’inizio della tragedia e che è pronunciata subito dopo l’intro delle “weird sisters” (“le fatidiche sorelle”, le streghe).
“What bloody man is that?” Una bravissima prof. di letteratura inglese del liceo (perché la lingua che si
studiava “secoli” fa nei licei scientifici era essenzialmente letteratura) ci invitava a soffermarci su quella frase, una delle prime di questa tragedia.
Il bardo ci accompagna, e introduce, per mezzo di una semplice frase, il tema dell'intera tragedia: il sangue!
Non si tratta solo di sangue versato, sebbene copioso; la tragedia di sangue riguarda anche il tradimento di un consanguineo e l'accusa infondata di tradimento di consanguinei diretti.
Questa parte introduttiva ed esplicativa manca nella trasposizione cinematografica di un’altra trasposizione del Macbeth, quella del 2015 diretta da Justin Kurzel e magistralmente interpretata da Michael Fassbender e Marion Cotillard. Era però presente nel Macbeth di Polanski.
Si è deciso di non introdurci a livello sonoro al sangue, ben presente però nei colori delle scenografie, per introdurre l'altro concetto cardine: il futuro, la generazione, il domani che si nutre di albe e tramonti ampiamente e superbamente usati a livello scenografico (e non poteva che terminare con un tramonto rosso sangue).


Nelle scene in cui appaiono le “fatidiche sorelle” (o “fatali sorelle”, a seconda della nostra sensibilità nel rendere “weird sisters” come sono definite nella tragedia; il termine “streghe” compare, nel testo originale, solo come indicazioni agli attori tipo; “entrano ora le streghe”, ma mai nel testo recitativo in senso stretto), ne vediamo quattro invece che tre. Una di esse è una bambina, che introduce il “domani” camminando dapprima dietro alle altre e poi sorpassandole e salutando per prima Macbeth senza tuttavia mai parlargli: semplicemente geniale! 
Se il sangue ci richiama alla natura, ed è qui usato per atti contro-natura, la natura implica la generazione e la ri-generazione, quel domani che si ripete e che potrebbe anche non avverarsi. Macbeth ha una corona sterile, non ci sarà un “domani” per la sua discendenza ma ci sarà per la discendenza di Banquo sebbene in questo film non sia stata sfruttata molto a livello di immagine; ci sono però, quasi sempre presenti, dei bambini, ovvero la promessa di quel “domani”. 
E all’inizio di vedono i coniugi Macbeth seppellire un bambino o una bambina, probabilmente loro figlio o figlia, altra trovata geniale del film e che si allinea a una delle frasi di Lady Macbeth che dice di aver allattato ma i coniugi son presentati senza figli.
I figli, il futuro, il “domani” di Macbeth sono compromessi dalla mancanza di sonno (il colpevole non riesce a dormire) anche se nel film si è soprasseduto su quel “sleep no more” con i pensieri di Macbeth che uccide il sonno (in quanto uccide nel sonno) e per contrappasso non dormirà più, pur provando a dividersi la colpa chiamandosi con i suoi tre titoli, come se corrispondessero a tre persone diverse (del resto un titolo è usurpato, l'altro è assegnato per decadimento dei diritti di un traditore); anche su questa parte si è soprasseduto perché Macbeth appare identificato con la sua colpa e nella sua colpa: ed è questa la tragedia poiché un essere umano non è la sua colpa. L'altro tema è proprio quello dell'umanità, in quel “I dare do all that may become a man; who dares do more is none”, nella definizione dei confini di quel “more”, di quel “di più” che può decidere su quel domani naturale in modo soprannaturale influendo sull'atto della generazione; basti pensare a tutta la magia evocativa di quel “no woman born” quale è Macduff. Il “no woman born” poteva in effetti intendersi come “nobody”, “nessuno” come erroneamente dedotto da Macbeth o come strappato anzitempo alla madre (magari con un taglio cesareo) che all'epoca, significava la morte della portatrice di vita, di quella vita affidata al “soprannaturale” poiché non doveva nascere ed è tuttavia nata. La scena che accomuna Macduff, il “non nato di donna”, al figlio di Banquo, futura generazione di Re, in quel tramonto carico di promesse e di generazioni è una trovata molto evocativa. La Terra stessa si rigenera, brucia al tramonto e sembra marciare (la famosa foresta che altro non era che i rami della foresta tagliati dai soldati) contro quel tiranno innaturale frutto di premonizioni (promesse di “domani") soprannaturali. La Terra, simbolo della generazione e del “domani”, è centrale, gli spazi nel film sono aperti e non confinati in un castello; e forse anche per questo è stata tagliata la celebre scena del portiere (rimandava a spazi chiusi) che concedeva un po' d'umorismo all'interno dei temi cupi della tragedia.
La celebre scena del “lavarsi le mani” di Lady Macbeth è affidata ai pensieri di un marito che si lava totalmente all'aperto, in un lago, in ampi spazi.
Gli stessi pensieri e i celebri monologhi di Macbeth sono spesso all'aperto in un campo di battaglia, con scene al rallentatore, con ritmo onirico che onora pensiero e azione in una unità senza scissioni (molto differente dal Macbeth scisso a cui siamo abituati; qui è tormentato, ma non scisso).
Quello del 2015 è un film molto ben pensato e affidato a delle superbe interpretazioni che ne hanno colto spirito e ritmo e che rivedresti “domani, e domani, e domani”.
Fermativisi un po’ di più su tanta spettacolarità, cosa poteva aggiungere la pellicola del 2021di Joel Coen? Sembrava un’impresa impossibile (e infatti fu momentaneamente bloccata dalla pandemia dato che fu girato poco prima e durante), quasi da doversi dannare l’anima come il tiranno Macbeth.
Eppure, signore e signori miei ci sono riusciti egregiamente e adesso vi dico come.
All’inizio ho parlato della pellicola di Orson Wells, pellicola in bianco e nero.
Questo film riprende il bianco e nero di Wells e gioca su molti effetti luce con la differenza che questa volta non abbiamo un film a basso budget ma un film con i mezzi necessari e la tecnologia necessaria per sfruttare, argutamente, il bianco e nero al massimo delle sue potenzialità regalandoci delle fotografie e delle scenografie che sono a dir poco spettacolari.


Il film è sapientemente “tra”: è tra sogno, teatro, cinema, magia, realtà.
L’utilizzo dei teatri di posa ha supportato queste diverse dimensioni.
C’è anche l’idea di un personaggio “tra” che non c’è in Shakespeare e/o in altre trasposizioni: quella di Ross, cugino di Macduff che in questa pellicola appare non solo nel suo ruolo ma anche come osservatore esterno, nonché emissario e mandatario del Fato affinché si compia e sia fatto quel che deve essere fatto.


Una trovata che ha un impatto e una originalità degni di nota.
Basterebbe solo questo ma non è tutto, ovviamente perché c’è un Coen alla regia.
Una sola attrice per interpretare le tre streghe per sancire la loro unità nella differenza.
Compare una con il riflesso in acqua delle altre due e poi, allo scomparire del riflesso, eccole apparire tutte e tre assieme finalmente in quell’uno che diventa tre.


Nella tragedia sono spesso citati corvi e cornacchie come creature sovrannaturali e infauste e allora perché non mostrare i corvi come streghe e le streghe come corvi?
Ed ecco che vediamo volare un primo corvo, poi un altro e un altro ancora, sempre tre, prima e dopo l’apparizione delle streghe e ogni volta che Macbeth ha una visione sovrannaturale, come accade con il fantasma di Banquo contro cui si scaglia ed è, appunto, un corvo.
Una chicca nel combattimento finale è la trovata della perdita della corona che causa a Macbeth la sua sconfitta perché distratto dal tentativo di prenderla e rimettersela in testa.
Altra chicca quella della foresta di Birman come folata di foglie che entra, in caduta autunnale, e in decadenza, da una finestra a ulteriore presagio di decadenza.
I coniugi Macbeth in questo film non sono giovani come nelle altre trasposizioni ma volutamente attempati, sapienti e stanchi.


E che dire della trovata di mostrare il futuro di Fleance, il figlio di Banquo a cui è stata predetta discendenza di Re, attraverso una cavalcata che spazza via numerosi corvi e riporta la luce in segno di prolifera discendenza?
Anche qui è tutto luci e ombre e non si insiste sulla frase iniziale riferita all’uomo coperto di sangue.
Qui il focus è in questa dimensione onirica, di quel sonno che non può più esserci neanche in quel domani che manca nella tragedia, sia che i coniugi siano giovani o attempati.
La pellicola inizia con un WHEN scritto a caratteri cubitali e in bianco su uno sfondo nero e che richiama a quel domani che ci chiama dal passato.

“Tomorrow, and tomorrow, and tomorrow,
Creeps in this petty pace from day to day,
To the last syllable of recorded time;
And all our yesterdays have lighted fools
The way to dusty death. Out, out, brief candle!
Life's but a walking shadow, a poor player,
That struts and frets his hour upon the stage,
And then is heard no more. It is a tale
Told by an idiot, full of sound and fury,
Signifying nothing”.

(“Domani, domani e domani,
avanza a poco a poco, giorno dopo giorno,
verso l’ultima sillaba di questo copione,
e tutti i nostri ieri avranno illuminato a degli sciocchi
la polverosa via della morte. Spegniti, spegniti, breve candela!
La vita non è che un’ombra che cammina, un povero attore
che si pavoneggia e si agita su un palcoscenico per il tempo a lui assegnato,
e poi nulla più s’ode: è un racconto
narrato da un idiota, pieno di rumori e strepiti
che non significano nulla.”)


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