(Redazione) Specchi e labirinti - 08 Girando intorno a Mario Praz (Mario Praz num. 2)

 

A cura di Paola Deplano


L’uscita di questo mese della rubrica “Specchi e labirinti”- una sorta di “rubrica nella rubrica” - è dedicata all’incontro con un altro elzeviro di Mario Praz, seguito dalla recensione di un recente saggio sulla sua figura.
La terza tappa di questo viaggio sarà pubblicata tra qualche mese.

IL FLAGELLO DEI BIBLIOFILI di Mario Praz

Se dicessi che il libraio era grasso, chi mi crederebbe? Gli uomini grassi, gli uomini dalla faccia lucida, dormono bene la notte e non vanno escogitando tranelli pel prossimo. Infatti costui era magro, adunco, e, dietro le lenti, socchiudeva quel genere d’occhi verdognoli in cui tutti son d’accordo nel riconoscere un indizio di crudeltà. In breve, fate conto che Cassio, invece di pugnalare Giulio Cesare, avesse messo su bottega di libri e cercato di soddisfare le sue brame lupesche nell’ambito del suo nuovo mestiere, e avrete il mio uomo.
Fin quando Cassio – chiamiamolo così – si limitò ad espettare i clienti casuali, trovò ben scarso pasto per le sue zanne. Dava risposte ironiche, spaventava i timidi, annientava con stime irrisorie la vedova bisognosa di vendere i libri del consorte defunto, nei suoi cataloghi stampava «venduto» accanto al titolo di libri ghiotti, aveva un fiuto sicuro pei seccatori inconcludenti, e a questi diceva il fatto loro senza peli sulla lingua. Solo dinanzi ai grossi industriali arricchiti, in vana di farsi una «biblioteca» e di comperare edizioni rare su carta di lusso (volumi destinati a rimanere colle pagine chiuse, per non perdere il pregio della verginità), solo dinanzi a questi munifici cresi l’acerbo Cassio s’ammorbidiva, e da chissà qual fondo riposto dell’anima cavava un sorriso nuovo nuovo, diventava quasi festoso; e bisogna dire che questa parzialità pei biglietti da mille era l’unica macchia nel suo schietto carattere fellonesco. Confessava che questo genere d’acquirenti lo preferiva d’assai ai poveri studiosi tergiversanti e taccagni, minuziosi e rompiscatole; costoro li disprezzava senz’altro, specialmente quando (ed era il caso consueto) quei sedicenti studiosi non pubblicavano niente, o pubblicavano ricerche pedanti in rendiconti o annali destinati alla consultazione di pochi. Cassio s’inchinava solo dinanzi al successo, e la forma tangibile del successo erano i biglietti da mille. Ma, come dicevo, se Cassio si fosse limitato ad addentare le poche vittime offertegli da un ordinario commercio, non avrebbe mai conosciuto le estasi più sottili della crudeltà. Fu solo quando, a imitazione d’una gloriosa e benemerita libreria antiquaria della città, pensò di dedicare anche lui ai bibliofili un giorno della settimana per loro spasso e sollucchero, che la sua carriera d’aguzzino spirituale entrò nella fase culminante.
Codesto «venerdì del bibliofilo», come gli piacque di chiamarlo (notate la scelta del giorno, deliberatamente sinistro, in confronto del placido e semifestivo «sabato» della gloriosa ditta imitata), lo annunciò nei giornali in termini irresistibili: lì tutti i gusti si sarebbero soddisfatti, lì gli studiosi avrebbero trovato i libri a lungo cercati, a prezzi accessibili a tutte le borse. Questo appello ai poveri studiosi Cassio lo fece dapprima quasi meccanicamente, a imitazione del linguaggio altrui; quei pochi che conoscevano la sua vera natura pensarono un momento a un’improvvisa conversione. Gli antichi frequentatori si sentirono rincuorati, i nuovi affluirono, ché, come tutti sanno, la bibliofilia è un vizio come il bere, ed essendo un vizio, non conosce sazietà né posa. A questo modo Cassio, ogni venerdì mattina, si trovò provvisto d’una copiosa imbandigione onde pascere il suo cuore di cannibale. Un libraio è come un confessore e un medico: l’amatore di libri si spoglia dinanzi a lui, rivela il fondo segreto della sua anima. Ci sono bibliofili universali che collezionano ogni genere di libri, ma il bibliofilo per eccellenza è quello che coltiva certe categorie speciali, spesso bizzarre, talvolta assai losche, o semplicemente futili: dal collezionista di guide d’una certa città all’amatore di libri erotici di peculiare tendenza, è tutta una serie infinita di sfumature che Cassio assaporava, godendo del contrasto tra l’aspetto esteriore degli studiosi e la loro anima segreta. Gli apparivano come quel Monsieur de Mézières descritto da Madame de Genlis, il quale era stato tatuato dai selvaggi, sicché attraverso le sue calze di seta si vedevano serpenti e altre strane figurazioni impresse indelebilmente nelle carni, mentre l’aspetto del degno signore era grave e melanconico. Ma mentre Madame de Genlis provava per questo suo parente singolare e rispettabile un’ammirazione e una tenerezza estreme, Cassio sentiva verso i bibliofili specialisti soltanto un disprezzo e una ferocia senza limiti.
La «fiera del bibliofilo» metteva a nudo le passioni riposte. Uomini di solito miti e schivi spiegavano una natura selvaggia a contatto dei rivali; e Cassio godeva a vederli beccarsi l’un l’altro furiosamente come uccellacci voraci si disputano un brandello di cibo. Se un’opera messa nei banchi della fiera nel centro del negozio era in parecchi volumi, e uno dei bibliofili ne afferrava uno, l’altro un altro, e si contestavano la priorità della preda, Cassio godeva; se interveniva, aggiudicava l’opera al cliente a cui supponeva che il mancato acquisto avrebbe arrecato meno tormento. Se un cliente che l’aveva pregato con insistenza di riservargli le opere d’un certo carattere, vedendo un libro desiderato esposto alla fiera senza riguardi, e carpito da un altro, prorompeva in querimonie e rimproveri, Cassio gongolava. Talora qualche ingenuo gli telefonava il giorno prima per se ci sarebbero state alla fiera opere che potessero interessarlo: Cassio si chiudeva nel più abbottonato riserbo, aguzzava, esasperava la curiosità. Siccome la fiera s’apriva puntualmente alle otto di mattina, i libri sui banchi venivano preparati la sera innanzi; alcuni clienti cercavano d’insinuarsi nel negozio in quest’ora di preparazione per un’ispezione preventiva, tentavano di sedurre il commesso per ottenere alla chetichella i libri adocchiati. Cassio appiattato nel suo sgabuzzino li illudeva facendo il morto, fino al momento giusto, quando piombava come una furia in bottega e scacciava con male parole il ficcanaso; l’aria umiliata e contrita dello sconfitto finiva di saziare la crudele voluttà di Cassio.
Sull’appetibilità dei libri Cassio s’era formato certe sue idee originali, Finché i libri erano negli scaffali per la vendita d’ogni giorno, di solito rimanevano invenduti; bastava che cambiassero posizione, da verticale lungo le pareti a orizzontale sui banchi della fiera, perché diventassero subito oggetto d’interesse e di cupidigia. Un libro difficilmente esitabile, bastava metterlo da parte con un cartellino che fingesse di riservarlo ad un cliente dal nome illustre, perché i bibliomani che quel giorno capitavano nel negozio s’arrovellassero per non averlo acquistato loro. Anche un espediente del tutto opposto riusciva a un risultato analogo. In tempi in cui la carta è cara, certi libri poco ambiti e pesanti costan di più come carta da macero. Cassio di tanto in tanto ammucchiava in terra una quantità d’opere così condannate, e immancabilmente capitava lo studioso che salvava dal macero un libro sul quale alitrimenti non avrebbe neppure gittato lo sguardo.
Così l’innato scetticismo di Cassio riceveva continuo incentivo; infine si persuase che la qualità dei libri esposti alla fiera contava poco o punto, che bastava il solo fatto che ci fosse «fiera» perché l’appetito degli acquirenti si aguzzasse; che tutta l’arte consisteva nell’esasperare quell’appetito, nell’attirare e nel frustrare volta a volta. Istituì u banco a parte d’«illustri imperfetti», libri di qualche valore ma mutili o incompleti o malconci; e il bibliofilo, che se avesse visto un tal libro in altre circostanze , scoprendolo poi così difettoso, l’avrebbe abbandonato con un sospiro di rammarico, trovandolo invece su quel banco a esporre le sue piaghe apertamente, lo desiderava come un nobile cimelio.
Non tardò molto che Cassio ebbe la suprema soddisfazione della sua carriera: il venerdì mattina alle otto, dinanzi alla porta del suo negozio, si formava addirittura una fila, come dinanzi alla bottega del lattaio o del macellaio. Una fila di visi famelici, allucinati, visi intenti o stravolti di candidati al manicomio; a veder costoro così pallidi e sciatti nel vestire, si sarebbe detto che avessero trascorso lì una notte insonne, il giovanotto sordo degli occhi a fior di testa, col feltro calcato fino alle orecchie, e il signore col pizzetto e le lenti nere che si profumava di pasciulì per nascondere le sue esalazioni naturali, e il curvo professore dalla barba a ventaglio e dalle sopracciglia folte, «il mago». Che si muoveva ritmicamente come un orso in gabbia, e tutti gli altri, di cui Cassio conosceva la mania segreta che, grazie a lui, esplodeva il venerdì mattina in una febbre divorante. Ecco, la saracinesca s’alzava: essi si precipitavano dentro ed era subito un palpare di mani trepidanti sui banchi, un accalcarsi, un frettoloso frugare e grufolare tra quelle immondizie celestiali, una lotta confusa, feroce e silenziosa, se non per qualche represso grugnito. In quel punto Cassio entrava trionfalmente nel negozio: filava rigido e dritto, con l’aria dura e lo sguardo distante d’un preside che passa pel corridoio dove tumultua la scolaresca; perché infine – e qui forse stava il segreto della sua crudeltà verso gli studiosi – Cassio era un professore mancato.

SU “MARIO PRAZ: VOICE CENTRE STAGE” a cura di Elisa Bizzotto


Nel dicembre 2016, a Venezia, a Mario Praz fu dedicato un convegno sotto l’egida di tre importanti istituzioni culturali: l’Università IUAV, l’Università Ca’ Foscari e l’Ateneo Veneto di Scienze, Lettere e Arti. Il titolo del seminario era Mario Praz: Voce dentro la scena e gli interventi alle giornate di studio sono stati riuniti nel 2019 in un volume dal titolo Mario Praz: Voice Centre Stage, edito da Peter Lang, a cura di Elisa Bizzotto, docente di Lingua e Letteratura Inglese dell’IUAV. Il volume, in lingua inglese, fa parte della prestigiosa collana Victorian and Edwardian Studies, diretta da Francesco Marroni, in cui confluiscono alcune delle più recenti e innovative ricerche accademiche su un periodo di fondamentale importanza nella storia e nella letteratura d’oltremanica.
Il saggio approccia Praz da varie angolature attraverso molti variegati interventi, preceduti da un’introduzione - a cura di Elisa Bizzotto – che fornisce le coordinate spazio-temporali e bibliografiche in cui collocare l’autore, con preziose indicazioni sulle sue opere, le loro traduzioni estere e i saggi che lo riguardano, sia monografici che miscellanei. Questa introduzione e l’ampia bibliografia finale di testi di e su Mario Praz sono come una sorta di preziosa bussola per chi volesse approcciarne lo studio. Un volume, quindi, completo ed accurato, in grado di colmare la mancanza di studi su questo grande intellettuale che non ebbe la fortuna critica che avrebbe meritato.
Il saggio è diviso in tre sezioni: letteratura, arti in genere e autobiografia, ma tali distinzioni, dati i continui rimandi nel testo, non sono da intendersi come rigide e predeterminate, ma semplicemente delle macro-aree espositive in continuo richiamo tra loro.
Il primo intervento, intitolato Word and Image: A Comparison between Two Languages, di Loretta Innocenti, docente di Letteratura Inglese all’Università Ca’ Foscari di Venezia, si propone di indagare la questione, spesso teorizzata da Praz, della relazione fra letteratura ed arti figurative.
Laura Scuriatti, docente di Letteratura Comparata al Bard College di Berlino, in Modernism and the Baroque: two Strange Bedfellows in Mario Praz’s Œuvre si interroga sulla posizione dell’autore nel dibattito su Modernismo e Barocco.
Renzo D’Agnillo, docente di Letteratura Inglese all’Università G. D’Annunzio di Chieti, in Mario Praz: Beauty, Terror and the Artificial Man getta luce sul Praz studioso di letteratura gotica.
La seconda sezione, dedicata alle arti, si apre con Evil Eye: Mario Praz and the Superillustrated Text di Jonah Siegel, docente di Inglese e Co-Direttore del British Studies Center della Rutgers University. In questo scritto si ipotizza, da parte dell’eminente anglista, la creazione di un peculiare tipo di libro in cui si ha come un’iperfetazione dell’immagine a discapito del testo.
Praz and the Camera Obscura of Memory, a firma di Angelo Maggi, docente di Storia dell’Architettura e di Storia della Rappresentazione fotografica presso la IUAV di Venezia indaga sull’interesse dello studioso per la fotografia.
Il contributo seguente, Praz’s Reception of Paolo Veronese: An Intercultural Dialogue di Sofia Magnaguagno, dottoranda di ricerca in Storia dell’Arte alla Ca’ Foscari di Venezia è incentrato sull’ammirazione e la conoscenza di Paolo Veronese e il parallelo tra questi e l’opera di Shakespeare.
Lene Østermark-Johansen, docente di Arte e Letteratura Inglesi all’Università di Copenaghen, col suo Framing Likeness and Otherness: Mario Praz and Wax Portraiture ci introduce nel mondo di una delle tante collezioni del grande studioso che ancora arricchiscono le sale di Palazzo Primoli a Roma: quella delle sculture di cera.
La terza sezione, Forms of Auto-Biography, si apre con un saggio di Guido Zucconi, docente di Storia dell’Architettura alla IUAV di Venezia, dal titolo Unromantic Praz: Anti-Stereotyped Portraits of Cities and Places, in cui si analizza la sua peculiare capacità descrittiva di luoghi e di città.
Stefano Evangelista, docente d’inglese ad Oxford e insegnante al Trinity College analizza, a partire dalla loro corrispondenza, il rapporto tra Praz e Vernon Lee in A ‘Life inside my own Life’: the Correspondence between Mario Praz and Vernon Lee.
Elisa Bizzotto, docente di letteratura inglese alla IUAV di Venezia conclude il volume con un saggio dal titolo Marius the Epicurean, Walter the Medusean: Praz’s Paterian (Self-) Fashioning. In tale scritto si analizza il ruolo che ebbe la figura di Pater nel fornire al giovane studioso un modello di intellettuale che non l’avrebbe mai più abbandonato nel corso della sua pluridecennale carriera.
Come si vede, Mario Praz: Voice Centre Stage è un volume composto da tante interessanti tessere che confluiscono nel ricreare il puzzle di una personalità dalla sterminata cultura e dall’originale modo di intendere lo studio e la vita in genere. Un libro profondo, come lo era Praz.



stampa la pagina

Commenti