(Redazione) - Lo spazio vuoto tra le lettere 08 - Fedro, chi sei? (PARTE PRIMA - PREMESSA)

 

A cura di Sergio Daniele Donati

"Che fai, Sergio, ci provi ancora ad evocare quella voce? Eppure lo sai cosa significa richiamarla, e quali venti gelidi sollevi il suo nome. Perché lo fai?"

Già, perché lo faccio? Non certo per togliere ogni dubbio sul fatto che il Fedro che dà il nome a questo litblog non sia lo scrittore latino (per qualche notizia cliccare qui), né il personaggio tanto caro del celebre dialogo di Platone (qualche notizia su dialogo potrete trovare qui), ma la voce evanescente del romanzo "Lo zen e l'arte della manutenzione della motocicletta" di Robert Pirsig (notizie bio-bibliografiche sull'autore)
Non si evocano certe presenze solo per toglier dubbi agli altri.

Robert Pirsig

Come sia strutturato il testo del romanzo lo sappiamo tutti (è stato romanzo di formazione per tanti di noi). 
Il protagonista percorre sulla sua motocicletta le profonde realtà degli Stati Uniti in compagnia di suo figlio preadolescente Chris e di due amici. 
I lunghi tempi di percorrenza gli permettono di cominciare ciò che la  cultura nativo americana chiama Chautauqua, un lungo percorso di auto narrazione profonda tra sé e sé, tra il ricordo e le rivalutazioni. 
Ne nasce una ricca elaborazione filosofica sulla Qualità e sul rapporto, a volte conflittuale, che con essa tutti noi intratteniamo. 
Ma una presenza evanescente accompagna il racconto, ed è proprio quella di Fedro. 
Cosa scopriremo essere Fedro nella storia non lo dirò, ovviamente, qui, perché vi svelerei gran parte del libro. Per ora vi basti sapere che questa presenza/assenza è essenziale e centrale nella narrazione. 

In questa prima parte di un ciclo di interventi su Pirsig, mi preme però sottolineare che in realtà parlare del Fedro di Pirsig è il paradossale tentativo di parlare dell'evanescenza, ché nel romanzo Fedro è un fantasma, una parte della voce narrante che si è persa in ricordi sempre più indistinti. 
O, se vogliamo specificare meglio, Fedro è la voce dell'evanescenza, od una voce che canta all'atto della sua sparizione. 
E il ricercarne le tracce da parte del protagonista è uno degli elementi principali dell'intera trama del libro (l'altro, quello del rapporto tra Fedro, il personaggio principale e suo figlio Chris sarà oggetto di un prossimo intervento in questa rubrica).
Ma perché una presenza ectoplasmatica, un mero ricordo, una traccia soffusa di passaggio animale sotto la neve, ha preso spazio nel nome di questo litblog?
Questa è la domanda a cui vorrei rispondere in questa parte prima del mio intervento sul Fedro di Prisig. 

Esiste una dinamica vitale, che ben conosce chi scrive e legge, tra ciò che la parola dice, tra le tracce nette che segna sul foglio e ciò che evita di dire. 
Ancora di più è vitale la scrittura con inchiostro simpatico, lo sparire lento di una presenza dal foglio, il divenire traccia di ricordo, piccola intuizione, scintilla, nella mente dello scrittore.
Quanto pesi in poesia, ad esempio, la capacità di non dire lo sappiamo tutti bene. E quel non dire, inutile fingere, si tramuta spesso nell'oblio del non detto.  
E invece, bisogna saper andare contro corrente, e mantenere vivo il filo del ricordo di quel non detto. 
La tradizione ebraica lo afferma chiaramente.
La parola esiste per essere detta e, se non detta, va ricordata ed onorata per ciò che potrà dire in futuro. 
L'oblio non è contemplato; è semplicemente la deriva dei nostri limiti umani. 
Ma in realtà chi scrive (o legge) dovrebbe sempre ossequiare anche le parole non scritte (o non lette) del testo. 
Io non so se Pirsig fosse a conoscenza di questa millenaria filosofia, ma so per certo che il suo anelito alla riemersione del celato, di una storia, benché molto dolorosa e personale, di un dire che è stato bloccato sul nascere, viene sentito dal protagonista del romanzo come un imperativo categorico e relazionale (servirà a Chris saper di aver avuto un padre capace di recuperare parti di sé e della sua storia? Lo vedremo).
Evanescenza - Foto di  Sergio Daniele Donati
In foto è autoritratto lo stesso autore.

Allora se Fedro è il ricordo recalcitrante, la voce che si rifiuta di sciogliersi nel mare dell'oblio, pur rimanendo in parte monca e irrecuperabile, se Fedro, con il suo testardo anelito alla testimonianza e persistenza, si pone come contraltare ad un'altra vitale testarda attitudine del testo: quella di Chris le cui manifestazioni solo in apparenza sono di disagio (vedremo alla fine del romanzo che sono manifestazione dolorosa del vero che si libera e libera il protagonista), se tutto questo è vero, allora un'altra relazione viene narrata ed è utile non dimenticarla. 

Mi riferisco alla relazione di custodia che tutti noi abbiamo con le nostre parole e ricordi. La poesia ha tra le sue funzioni anche quella d'essere la custode più integerrima della parola, soprattutto della parola che non usa. 
Come coi figli (Chris ce lo farà capire nel libro) noi, padri delle nostre parole (come della nostre prole), non possiamo dimenticarci della loro esistenza mai e se cade fitta la neve sulla parola, è nostro dovere lasciare un fiocco rosso sul luogo del suo passaggio, perché al disgelo (e di disgelo nel testo di Pirsig si parla eccome, un disgelo che brucia le retine) dobbiamo essere capaci di recuperare traccia. 

Evanescenza - Foto di  Sergio Daniele Donati
In foto è autoritratto lo stesso autore.

Le parole di Fedro è un nome, il nome che ho dato a questo luogo di scambio di parola e dialogo. Ma è un nome che contiene un ossimoro (per me) creativo. 
Perché quelle di Fedro sono parole che vanno recuperate, rianimate, ritrovate, prima che sia troppo tardi, e si perdano in un non detto incustodito; prima che si trasformino in oblio. 

Le parole che leggete qui sono quelle emerse, quelle che sono riuscito, con l'aiuto di tanti, a recuperare, tuffandomi in apnea in un sommerso non sempre facile. 

E ho trovato aiuto in altre voci, anche loro - tutte - in cerca di qualcosa. 
Le parole che leggete qui hanno conosciuto a lungo il ghiaccio prima di diventare scintilla, il ghiaccio che custodisce ma mette in coma, in attesa. 

E quanto sia lunga operazione, quali formule antiche si debba conoscere per sciogliere il ghiaccio che copre la parola perché risuoni ancora, lo sapeva benissimo Pirsig. 

Quella che trovate qui, che la scriva io od altri, è sempre parola salvata, spesso non senza grandi fatiche, simili a quelle del protagonista del romanzo per recuperare Fedro, sé stesso e figlio Chris nello stesso processo. 

Chi entra in questo sito spero lo abbia intuito. Qui si celebra la parola e le si tende una mano perché non venga dimenticato il suo passaggio, a costo, a volte, di sbucciarsi un po' le nocche, per il freddo che quel nocciolo di parola congelata ci dona. 


Di Fedro nel blog si è parlato anche qui




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Commenti

  1. Che bella riflessione! Tra parola e non detto, tra presenza ed evanescenza

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  2. Grazie davvero, e dal profondo

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