(Redazione) Lo spazio vuoto tra le lettere - 01 Un sacchetto di biglie

 
A cura di Sergio Daniele Donati

"Scrivere" foto di Sergio Daniele Donati
Cosa sia lo spazio e come la nostra coscienza lo possa abitare è una questione sempre aperta.
E, quando per spazio si intende l'universo complesso che il foglio bianco rappresenta per chi scrive, le domande si fanno pressanti. 

Con quali (e quanti) segni vorrò arare quel territorio vergine?
E quali semi decideremo di piantarvi?
Quali significati vorremo lasciare nel dominio del non detto?
E quanto -e come- l'indicibile condiziona quell'impulso magmatico e rivelatore che chiamiamo scrittura?
La parola sorge da un universo evanescente dai contorni indefiniti.
E scrivere non è solo un gesto bambino, come quello di chi mette voraci mani in un sacchetto per estrarne parole, quasi fossero biglie. Allo stesso tempo scrivere rappresenta proprio quel gesto, nutrito però da una consapevolezza antica. 

Spesso in chi scrive, specie se poesia, la scrittura si manifesta come una luce, un abbaglio subitaneo e corrusco; nella (e dalla) penombra.
"La penombra è il terreno fertile delle nostre intuizioni" dice la saggezza ebraica e molto raramente il pensiero ebraico si pone alla ricerca di illuminazioni subitanee ed estranianti.
Si intuisce la presenza della luce, in altre parole, come si percepisce la presenza del sole dai pochi raggi che filtrano dal fogliame di una fitta boscaglia, o si può definire ove sia il nord dall'orientamento dei suoi alberi. 

Ogni scrittore, secondo questa filosofia, prima ancora che creatore, è un  cercatore di tracce spesso evanescenti e nascoste da un bianco manto nevoso. 

I significati, dicevosi modellano dunque attorno a una mera intuizione indistinta e silenziosa; uno spazio vuoto da colmare con un processo trasformativo di suoni lontani.
Per questo scrivere è attività essenzialmente più connessa all'ascolto che al dire e ogni scrittura è atto di traduzione del silenzio in parola che, come ogni traduzione, contiene in sé il veleno del tradimento.

Si incide sul foglio uno (o pochi) dei significati di cui quell'istante silenzioso, che precede ogni scrittura, può vestirsi. 
Per questo motivo la scrittura è essenzialmente anche atto d'abbandono. 
Ed è un abbandono che veste abiti dai colori cangianti. 
Scrivendo, abbandoniamo le parole che non eleggiamo come strumento espressivo sul foglio, e ci abbandoniamo al flusso narrativo millenario di chi ci ha preceduto nella sacralità della scrittura.
La scrittura, anche la più solitaria ed eremitica, è sempre un fenomeno plurale e collettivo in cui enorme peso hanno le voci di chi ha scritto prima di noi e quelle soffuse delle parole che non diciamo.
 
È proprio dunque in quell'istante di sospensione che precede la scrittura che giochiamo con le biglie. 
Ne scegliamo una, dai colori che più ci rappresentano, e ne lasciamo infinite nel sacchetto. 
Lo spazio vuoto tra le lettere resta là a ricordarci ciò che abbandoniamo ogni volta che scriviamo.
Questo sforzo di memoria veste i bianchi abiti della sacralità perché impedisce il taglio netto col nutrimento silenzioso della parola e ci rende consapevoli che ciò che oggi abbandoniamo potrà essere usato poi dalla nostra o dall'altrui penna. 
Sacro è tutto ciò che dà valore ad un gesto futuro, e scrivere porta con sé, anche se a volte inconsapevolmente, sempre una seme di sacralità.

Un tributo silenzioso all'infinito universo dei significati possibili e non detti o, se volete, all'humus scuro da cui ogni parola sorge, anche questo è scrivere. 

Abituarsi a riflettere su quest'ultimo spazio, prima di scrivere, significa ricordarsi che la scrittura è essenzialmente un fenomeno che ci attraversa e modifica. 
I nostri sono strumenti simili al setaccio del cercatore d'oro nei ruscelli del Klondike. 

Chi scrive traduce il silenzio in parola, dicevo, e sa che quello stesso silenzio, mentre lui scrive, continua a produrre potenziali di significati, pluralità di segni; per altre penne.

L'ermeneutica biblica spesso si pone davanti al testo sacro le stesse questioni.

Perché il creatore, ad esempio, si manifesta a Mosè, all'atto della consegna delle cosiddette Tavole, come colui che ha liberato il popolo d'Israele dalla schiavitù in Egitto, e non come colui che ha creato l'universo e il tempo? 1

Cosa dice un testo in ciò che non dice, nelle sue omissioni?
Cosa dicono i nostri testi in ciò che non scriviamo?

Questa rubrica si prefigge di esplorare il mondo del non detto in relazione al testo; in particolare poetico. 

Si aprano le danze; anzi, per ora, abituiamoci ad ascoltare il silenzio, prima che le danze comincino. 

_______________

1 - Io sono il Signore, tuo Dio, 
che ti fece uscire dalla terra d'Egitto, 
dalla casa degli schiavi.
(Esodo - Parashà Itrò)



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Commenti

  1. La luce salva l'anima inquieta del lettore, la penombra. Un articolo veramente bello.

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    1. Grazie Cinzia. Sì, la penombra è fonte di intuizione e disvela la luce gradatamente evitando gli abbagli.

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  2. Come sempre le tue parole danzano. Bellissimo scritto

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    1. Ma grazie davvero. «Parole che danzano» è davvero commovente.

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  3. Massimo Efraim
    “Noi siamo fatti della stessa sostanza dei sogni, e nello spazio e nel tempo d’un sogno è raccolta la nostra breve vita” (W. Shakespeare, La tempesta, atto IV, scena I) ed io vorrei aggiungere “ noi siamo fatti della stessa materia dei nostri ricordi” perché è questo ciò che ritrovo in questi scritti. I ricordi di ognuno che nascono da refoli leggeri che sfiorano i nostri sensi, una parola detta con un certo tono, un grappolo di note che esce da una finestra, un odore che ci sfiora e ci ricorda un sorriso, un bacio, una giornata in un luogo lontano. La casualità dei ricordi è il “gesto bambino, come quello di chi mette voraci mani in un sacchetto per estrarne parole, quasi fossero biglie.” e la poesia, questa poesia, è il tintinnio delle biglie che dal sacchetto ci dicono – prendi me! - ma è vero Sergio! “La penombra è il terreno fertile delle nostre intuizioni” perché noi, nella nostra mente viviamo in una perenne penombra e le intuizioni sono lampi di luce che attraversano il fogliame fitto di una immensa foresta fatta di giganteschi alberi. Nelle parole della poesia, come un raggio di luce che piove dall’alto, noi intuiamo la vita.

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    1. È davvero così, la penombra, come terreno di confine labile e evanescente, tra luce e oscurità, è il luogo da cui partire il lungo viaggio della comprensione. Il linguaggio poetico soggiorna spesso in questo territorio e da esso ricava la sua potenza. Grazie davvero per questo commento.

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  4. Sul silenzio...
    "Trasumanar significar 'per verba'
    non si poria; però l'essemplo basti
    a cui esperienza grazia serba"... Così, l'immenso Dante, nel proemio del Paradiso. Il suo viaggio simbolico dalle tenebre dell'Inferno, attraverso il Purgatorio, fino al Paradiso è tensione verso la Luce. Ma per spiegare quella Luce la parola è impotente. Ecco allora il valore del silenzio, che dice più di quanto la parola non dica. E si fa suono muto. Voce dell'inesprimibile.
    Grazie infinitamente per queste preziose riflessioni...

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    1. Grazie Mariateresa. Le tue parole sono segno di grande profondità d'animo e capacità d'ascolto.

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  5. Caro Sergio,
    hai messo sul piatto tante riflessioni dense, che meritano rilettura e meditazione. Forse la frase che sento più vera (più vera per me, ovviamente) è: "ogni scrittura è atto di traduzione del silenzio in parola, che, come ogni traduzione, contiene in sé il veleno del tradimento".
    C'è un "dentro", il mondo dell'interiorità (un groviglio di pensieri, sentimenti, sensazioni, ricordi) che preme per uscire e farsi parola, ma nel passaggio molto va perso. La parola non riesce a tradurre tutto, e fino in fondo, quel groviglio. Perché la parola mette ordine, e separa.
    Bravo chi riesce a raffinare, a cesellare la parola, con l'attenzione e la cura dell'orafo. A scegliere la biglia più adatta per quel momento. Non è mai un lavoro perfetto, ma la perfezione non è di questo mondo.
    È il meglio che possiamo fare, e che da sempre facciamo, perché ci è necessario.
    E l'inesprimibile, l'indicibile, è meglio che resti tale. Nel silenzio. Spazio bianco, fuoco bianco in mezzo al fuoco nero delle lettere.
    Infine: secondo me il Creatore non si rivela come tale ma come colui che ha liberato il suo popolo dalla schiavitù perché la creazione può essere interpretata come un sublime esercizio di bravura, mentre un Creatore che libera la sua creatura è segno inequivocabile di cura, compassione e tenerezza: un legame d'amore.
    Isa




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    1. Grazie davvero Isa. È proprio in quel legame, per me indissolubile, tra silenzio e parola che pulsa la creazione. Qualsiasi creazione...

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