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Incipit

"All'inizio" di Sergio Daniele Donati
"Un incipit che si rispetti," mi dicevi, "deve spaccare gli argini e trascinare il lettore lontano, perché non possa più tornare indietro e continui la lettura, come un nuotatore; in mezzo a un fiume in piena".
Io ti guardavo e, pur capendo, tacevo; per non dissentire.
Perché, lo sai, non ho mai scritto per esser letto e non amo trascinare nessuno, né sentirmi poi in dovere di salvare chi perde la bracciata.

E poi - ormai l'avrai capito - ho un tam-tam nel cuore, un battito tribale, e non sono attratto da ciò che si cela; m'attira il velo, le sue trasparenze e la sua capacità di dar valore al non detto. 

Se un parola nasconde significati e segni non cerco rivelazioni; indago invece i materiali che hanno permesso il loro nascondimento. 

Forse è timidezza, o forse ritrosia, ma i miei ritmi sono lenti e i miei soli primaverili; sempre. 
La parola che spezza e frammenta - sia sempre benedetta dai Cieli - non è mia; non ancora.
Era invece tua; Dio solo sa quanto.
Io sono un sarto, persin miope, e so solo ricucire i lembi sdruciti e lisi di tessuti antichi. 

Allora scrissi queste tre mie (poesie? balbuzie? inciampi?) per te solo, ricordi?
E, mentre le leggevi, il tuo occhio si faceva vivace; una luce che non avevo mai visto nei tuoi sguardi.

Forse allora trovammo il luogo d'incontro tra la tua penna (spacca e divide e frammenta, e moltiplica per osmosi, sovrana e regina, il mondo della parola), e il mio pennino (ago di sarto sottile,
cuce e sutura e lenisce la ferita di non saper dire).

Chi ha detto mai, amico mio - sia il tuo ricordo benedetto per sempre - che fosse solo una questione di stile?

Giocavamo allora con la stessa palla, composta di lemmi: tu eri il bomber e io il portiere.
Tu forzavi vie, io impedivo passaggi. 
Tu eri ariete, io cinta di mura.

Ora sei in alto, troppo in alto, perché io possa parlare di te.
Ma, lo sai, tra i miei aghi il più prezioso è quello del ricordo, e tra i miei fili la seta più pregiata è quella della riconoscenza.

Per questo ora ti scrivo; e ancora le mie parole non spaccano.
Canto, questo sì, la nenia della nostra amicizia; indissolubile.
1
E tutto questo
tacer del filo,
- e dimenticar l'appoggio -
come se il funambolo
s'accontentasse delle stelle
nella ricerca d'equilibrio,
questo tacer
della parola che sostiene,
per dirci soli e trafitti
da raggi di sole
che ustionano,
tutto questo descriverci
unici e non condizionati
dal fiato dell'Altro,
nei nostri sorrisi bambini,
è il segno 
d'un tenero inciampo,
sono lucciole nella retina,
a occhi chiusi.
La verità è Altra
e altèra sempre,
eppur ci guida 
la linea d'ombra del gioco
- della finzione teatrale -
a tornar al suo canto.

Il poeta canta
- se canta -
nelle sue notti estreme
la fine del giogo,
la gioia del ritorno.
____
2
E tutto questo
parlar d'amore
- più antico
della più antica parola -
questo riempir 
di suoni e speranze
le pieghe dei nostri abissi,
non è viltà;
è un richiamo all'Altrove
perché alzi
le nostre palpebre;
impaurite.
L'occhio non è
solo appoggio al reale
e il poeta parla
- se parla -
per sollevare i pesi
d'un silenzio tiranno.
____
3
E tutto questo
girar intorno alla parola,
per non saper scrivere 
sulla pietra, o su un muro,
la semplice gioia
per l'esistenza di altro
da noi.



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