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Lettere ebraiche

 

Foto di Sergio Daniele Donati

Ogni tanto è utile porsi la domanda sul proprio planare attorno a un argomento.
Che si tratti di studio, racconto o percorso poetico, insegnamento o altro, è evidente che lo Alef-Bet ha plasmato la mia forma mentis e continuo a pormi la domanda del suo valore (anche etico) nello sviluppo del mio pensiero.

Ma queste sarebbero valutazioni e riflessioni destinate ai miei soli cassetti (che ne sono pieni) se non percepissi che lo Alef-Bet è portatore di un valore universale trasmissibile.
Anzi, solo quando (e in quanto) trasmessi i significati anche simbolici delle lettere ebraiche acquisiscono luce propria.

Le lettere ebraiche non sono trattenibili, così come non si può imprigionare il vento.
Se ne può (e, a mio avviso, si dovrebbe) ascoltare il suono di lontano e lasciare che questo ci trascini verso paesaggi in parte sconosciuti.

Ovvio, io vengo da una famiglia di tradizione ebraica e, quindi, le lettere dello Alef-Bet sono state le mie compagne sin da piccolo.
La biblioteca di mio padre era piena di libri con segni strani e io, ancora incapace di leggere l'italiano, li sfogliavo e li immaginavo viventi.
Ricordo lo sguardo di mio padre mentre leggevo.
Era uno sguardo silenzioso, di approvazione.
Certi passaggi sono guidati nel silenzio. E al silenzio, poi, dopo lunghe peripezie, ritornano.
In seguito ho ricevuto piccole indicazioni e ho cominciato a percepire delle lettere dopo la forma, il suono. Avevano nomi strani e misteriosi, la cui pronuncia ancor oggi mi emoziona.
Solo dopo molto approcci, del tutto istintivi e senza guida alle lettere, ho ricevuto un primo insegnamento strutturato sullo Alef-Bet e, sì, allora mi si aperto un mondo.

Si potrà dire che la mia è una storia del tutto particolare, valida solo per chi ha determinate radici culturali, e poco trasmissibili a chi non affonda le proprie nei medesimi territori.
Questo è vero e falso allo stesso tempo.
Certo io, come ogni ebreo, ho vissuto in famiglia un lessico del tutto particolare in cui parole d'origine ebraica prendevano accenti italiani (anzi modenesi) e ne veniva fuori un pot-purri dai profumi forti e particolari.
Il sandalo si mescolava al soffritto e saponi d'argan a besciamelle.
Un'esperienza linguistica e olfattiva del tutto particolare.
Sì, perché (parrà folle) le lettere ebraiche hanno un profumo.
Ciascuna il suo e, nell'ensemble, percepito come diverso da ogni essere umano.

Eppure, non per questo il mio vissuto con lo alfabeto ebraico rappresenta un limite per chi non ha alle spalle la stessa storia.
Anzi, chi si avvicina in un certo senso vergine allo Alef-Bet mantiene un rapporto di stupore con un mondo a lui/lei (ancora) estraneo che, in un certo senso, io invidio.
Altro è nascere in India, amici cari, e altro è trovarsi davanti al Taj Mahal o all'Everest provenendo dalle brume della bassa padana.
Io credo che chi fa un viaggio verso il diverso, l'estraneo, sia in un certo senso avvantaggiato perché capace di mantenere uno stupore più puro verso ciò che osserva e vive.
E il percorso che ci permette di percepire che il diverso (l'estraneo) e ci porta a stretto contatto con noi stessi e la nostra parte più intima, credetemi, è sempre ricco e profondo.
Io ritrovo questo profumo stordente del nuovo (del vergine) quando affronto altri alfabeti (armeno ad esempio) e percepisco nei loro segni grafici rimandi alla mia storia.
Il pensiero ebraico ci esorta sempre a mantenere vivo (come atto volontario) il nostro stupore, perché sa bene che naturalmente l'essere umano si adagia sull'usuale, sul conosciuto, e così facendo, in un certo senso, perde milioni di significati possibili e rinuncia al suo ruolo nel mondo.

Quali significati? E quali ruoli?

I significati che la nostra interpretazione (pur piccola e stentata) può aggiungere a un fenomeno linguistico che, per chi è credente, precede ed è alla base della Genesi e, per chi non lo è, ha comunque un plurimillenario portato ermeneutico a suo sostegno.
L'antico, che pur può spaventare e sembrare monolitico, ha bisogno di noi (di te, sì, proprio di te che ora leggi) per attualizzarsi ancora e ancora nelle vite di ciascuno di noi.
Avvicinarsi allo Alef-Bet, per chi non l'ha masticato sin da piccolo, è dunque un atto di stupore etico gigantesco, in cui il dare e il ricevere sono ben bilanciati.
In questo mio primo intervento a ruota libera mi interrogo sui valori universali di 22 lettere, 22 arzille vecchiette che vengono a scompigliarti la vita per portarti altrove.
E allora ecco, in elenco stretto e mai esaustivo, alcuni di questi valori universali:
  1. le lettere ebraiche portano ordine, arruffandoti prima i capelli, perché sono mattoni costituivi e resistenti. Ti parlano della costruzione dell'universo e (in piccioletta barca) della costituzione della tua identità (che sia ebraica o meno in questa sede conta poco). E ti dimostrano la possibilità di un percorso di rimediazione, sempre possibile. Certo per farlo, prima ramazzano e gettano via l'inutile da una mente forse troppo ingombra di pesi e zavorre. Ma, a lavoro compiuto, la casa splende e i vetri alle finestre sono così lucidi e brillanti che si può vedere un pulviscolo di polvere a chilometri di distanza.
  2. le lettere ebraiche ti ricordano a ogni passo che il segno linguistico è forma, suono, numero, richiamo e simbolo, prima di ogni significato emergente. Per questo vanno studiate nella loro struttura grafica, nel loro valore numerico, nella loro phonè, prima di addentrarsi nel fatato mondo dei significati che la loro combinazione crea.
  3. le lettere ebraiche sono contenute una nell'altra e tutte nella prima. E questo, ça va sans dire, ci ricorda al valore dell'altro nel nostro sviluppo etico. 22 arzille vecchiette che ti ricordano tutti gli eppure e altrove possibili.
  4. le lettere ebraiche sono portatrici del ludico nel serio e del serio nel faceto. Impossibili da affrontare senza una piccola dose di ironia (quella che ci permette di avvicinarsi al grande, all'immenso), allo stesso tempo ti chiedono il rispetto che è comunque dovuto a un fenomeno antico e millenario. 22 arzille vecchiette che ti esortano al gioco ma ti incitano ad ogni passo a rispettarne le regole, se da quel gioco vuoi trarre significati profondi per la tua stessa vita.
Tanto altro si potrebbe dire e, d'altronde, tanto altro è già stato detto e scritto da ben più alte menti sull'argomento. Era per me importante lanciare una piccola esortazione a chi vuole condividere con me un percorso nello Alef-Bet ebraico.

Si abbandoni ogni timore e si divenga sentinella attenta e concentrata a guardia del proprio stesso stupore. Che lo stupore per il nuovo, il diverso, è ciò che fa poi cantare canti di elevazione (per cuore e mente) in coro a 22 arzille e intonatissime vecchiette














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