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Lo storpio



Sono incerti e straziati, eppur sereni, i passi di quell'uomo.

Un camminare lento, tenace, testardo - forse un po' ebete - nonostante gli inciampi.

E mi chiedo cosa porti un uomo a non cedere alla debolezza delle ossa, del corpo.

A fermarsi finalmente sulla via e chiudere gli occhi e tacere.

Lo vedo avanzare, inesorabile, strascicando i piedi, quasi a urlare: io vivo e cammino.

E a quel suo passo disarticolato - quasi inumano - la gente lascia spazio.

Esiste un'empatia immediata verso le fatiche dell'uomo.

Esiste eccome, anche quando vogliamo dipingere l'umanità come un ammasso di egoismi senza fondo.

Di fronte al movimento da marionetta, da spettacolo dei pupi, di quello storpio, la gente si sposta, silenziosa.

Nessuno ne intralcia la via.

“Lasciatelo passare”, sembrano dire.

E lui passa, tenace, testardo - forse un po' ebete – nonostante i limiti fin troppo evidenti del suo corpo.

La gente lo lascia passare e poi si volta, come ad assicurarsi che possa proseguire all'infinito il suo cammino.

Io li guardo e poi guardo lo storpio. Ride e cammina.

Invasato, visionario, stralunato – forse un po' ebete - cammina e sorride, sbattendo in faccia al mondo il giallo (quasi ocra) dei suoi denti.

A chi si mette le mani in tasca per dargli qualche spicciolo risponde con uno sputo.

Non è l'elemosina del mondo che cerca.

Cammina con passo strascicato, persistente, testardo – e sguardo invasato, forse un po' ebete – verso una destinazione solo a lui conosciuta.

Io lo guardo e guardo la gente cedergli il passo. E quasi l'invidio.

Perché le mie ossa, il mio corpo, mi permettono un ben altro incedere.

Troppo solenne, regale, altezzoso – e molto ebete – è il mio cammino.

E forse proprio per questo davanti a me la folla non si apre, come il mar Rosso, per lasciare libero il mio passo.

È fatto di permessi richiesti e sguardi di sfida il mio zigzagare nel mondo.

I miei passi sono il nulla sul suolo del nulla.

Quelli di quell'uomo, al contrario, sono il ricordo, la memoria e la rimembranza di ciò che è l'uomo per l'uomo, l'individuo per l'umanità, il soffio del vento sui nostri fuocherelli deboli.

E gli si cede il passo, perché continui inesorabile la sua marcia - che è quella dell'uomo - claudicante, zoppa e storpia verso il firmamento delle nostre idee.

Nelle sue ossa che cedono, nelle sue caviglie storte e fragili, si percepisce tutta la potenza dell'umanità, non nei miei muscoli e nel mio sguardo posato sull'orizzonte.

L'umanità è nel giallo ocra dei suoi denti, lanciati come uno schiaffo al cielo a dire: io esisto. E cammino.

Lo guardo avanzare verso di me lentamente e senza sosta.

Il giallo ocra dei suoi denti, come in un quadro di Vermeer, ora più vicino al mio sguardo sembra un intralcio: sì, ma alla finzione della mia esistenza.

Si ferma a pochi metri da me.

Ci osserviamo senza tradire una sola emozione.

Ci guardiamo come si guardano il sole e la luna quando fanno a cambio della guardia nel cielo.

Mi fa un cenno sollevando il mento coperto di una peluria incolta. Ricambio.

Riprende la sua marcia claudicante, zoppa strascicata e, forse, un po' ebete.

Io resto fermo. Radicato, altezzoso, regale e, certo, molto ebete.

Che una cosa è certa.

Il suo avanzare nel mondo, sorretto dal color pastello (giallo ocra) dei suoi denti, lo porterà molto più lontano del mio incedere regale, altezzoso e puerile.

Avanza e porta la sua zavorra con un sorriso molle, dipinto sul volto.

Io mi illudo di poter camminare, disconoscendo i miei limiti, in un selciato di parole sconnesse e lemmi arcani, senza senso e traditori.

E non ho un giallo ocra che possa sostenere i limiti dei miei passi.

Per questo io zigzago senza sosta mentre lui avanza lento, inesorabile, tenace – e forse ebete – verso una destinazione sconosciuta ai più.

Commenti

  1. La consapevolezza è storpia per i molti che guardano. Ti vedono sciancato perchè porti le tue ferite per il mondo, quelle che pesano sulla vita fino a piagarti le caviglie. Ma non a levarti il passo, che resta regale nell'umiltà di chi ha capito. Forse non tutto, certo più di tanti. È un onesto picchetto d'onore fare largo, l'outsider non può essere ignorato. Porta con sè il coraggio dei suoi sguardi, di visioni anche repellenti, le vergogne dell'umano. Eppure chi offre spazio a quel zoppo incedere, mentre riconosce e ammira, se ne distanzia. Non pagherebbe mai quel prezzo di fatica e stigma, non si sporcherebbe mai la bocca e i denti dell'urlo spaventoso, di tutte le parole oscene che occorre dire, masticare, per un po' di scandalosa verità.

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    1. Grazie, le sue sono parole molto toccanti. Quell'urlo è la manifestazione dell'umano a volte e andrebbe ascoltato...

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  2. davvero newssuno capisce niente di quel che vede o forse vede solo ciò che vuol vedere

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    1. Grazie per le sue parole. La realtà è fatta di tante facce diverse, simboli che ci colpiscono e trascinano altrove. Si vede nell'altro sé stessi sempre ma anche ciò che potremmo (in positivo) divenire. Esiste poi, come dice lei, anche la volontà di chiudere gli occhi. È vero, e forse va rispettato anche questo bisogno (ogni tanto).

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    2. penso alla mamma di quello storpio. Chissà come ha vissuto l'handicap del figlio...magari con pena per sé stessa. Forse si chiedeva quale peccato poteva aver commesso per meritarsi quel castigo. Intendevo dire quello nel primo commento. magari anche le persone al suo passaggio sussurravano:- Povera donna la sua mamma, poveri io genitori-

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