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L'avvocato va


In attesa del dispositivo di sentenza l'altro giorno, mi chiedevo cosa fosse quel lieve disagio.
Aveva una collocazione precisa nel mio corpo.
Si manifestava come una sorta di piccola vibrazione a livello della clavicola destra; un battito, una pulsazione che faceva cucù alla mia coscienza con ritmo sincopato.
E portava con sé pensieri; e portava via da me pensieri.
Sono uscito un attimo dall'aula per respirare le polveri sottili di Milano (quelle sì che fanno bene).
Poi il cancelliere è venuto a cercarmi.
“Avvocato l'aspettano per leggere il dispositivo”.
Sono rientrato di malavoglia.
L'esito era scontato; l'aveva combinata troppo grossa e la sua recidiva certo non lo agevolava.
“Carcere”, avevo previsto. E carcere è stato.
“Sì, sì, faremo l'appello. Ci sentiamo presto”, ho bofonchiato distratto al condannato, e sono uscito dal Tribunale.
Avrei voluto tornare a piedi in studio; Milano era davvero radiosa.
Ma dopo qualche metro ho sentito l'esigenza di sedermi su una panchina a respirare; sempre polveri sottili, ma stavolta in compagnia di una immancabile sigaretta.
Mai lasciare nella solitudine le polveri sottili di Milano.
Intanto lo sfarfallio clavicolare batteva a ritmo regolare.
“Avrò dormito in qualche posizione strana”, ho pensato in prima battuta.
La seconda battuta è stato di darmi dell'imbecille, perché la notte prima non avevo affatto chiuso occhio.
“E vabbè sarà uno sfarfallio da stanchezza”, mi sono detto tra me e me, resistendo alla tentazione di lasciarmi rodere da dubbi più seri, da ipocondriaco.
Poi una mamma di colpo ha urlato a suo figlio adolescente: “Ma sei scemo! Ma ci pensi a quello che sei quando ti comporti così”.
Giuro. Ha usato il verbo essere e non il verbo fare.
E' stato come un flash, come assistere alla proiezione di un film muto in slow motion.
Li ho visti tutti i miei studi istituzionali di diritto in università, gli anni di pratica, l'esame di stato, la mia collaborazione con avvocati di grido, il giorno in cui finalmente, nel 1996, ho iniziato l'attività in proprio
“Studio legale - Avv. Sergio Daniele Donati”, c'era scritto sulla targa.
Un targone che ostentava falsa sicumera; manco Cicerone avrebbe osato metterlo alla sua porta.
Peccato che poi i primi tempi sulla mia scrivania c'erano solo due pratiche da svolgere.
Sono proprio partito dal nulla nel lavoro. E non solo nel lavoro.
E la quasi balbuzie quando dovevo parlare in aula per qualche caso delicato, finché un giorno la lingua si è sbloccata, e niente è stato più lo stesso.
Le parole da quel giorno sono volate da sé, incuranti dell'effetto che facevano al giudice, senza falsa modestia non pessimo il più delle volte.
Volavano per me, le parole.
E certo, lo specchio di casa mia mi ha visto agli inizi ripetere le mie “recitazioni” milioni di volte, finché non ho appreso la docile arte del convincimento senza intenzione.
Ma questo è venuto dopo, molto dopo.
La capacità di rispondere sul momento ai solleciti di controparte e dei magistrati viene solo se si è esercitata a lungo la fine arte dell'eloquio contro se stessi.
Sì, è proprio così. Contro se stessi. Contro il proprio impulso di scappare via, contro quella vocina che ti dice beffarda, magari col timbro sarcastico di un padre che non c'è più: “ma chi credi di essere Sergio tu, per poter anche solo pensare di difendere qualcuno?”.
E ho rivisto le notti a scrivere atti, che non mi vedevano mai soddisfatto perché per me scrivere è scrivere; e limo, taglio, aggiungo, suturo e ricucio finché non è la perfezione dello scritto a fermarmi, ma il sonno.
Io scrivo per sopravvivenza fino allo sfinimento.
E per me poco conta se sto scrivendo i miei saltelli pseudo poetici o un atto d'appello.
Sempre di scrittura si tratta.
E le dita che battono sui tasti del computer sono le mie; e si ispirano a Gould o a Arpino o a Tozzi come a Carnelutti. Non fanno distinzioni.
Dalla panchina vedevo gli occhi persi di quell'adolescente.
E quelli di sua madre, ancora più persi.
E ho rivisto gli occhi di mamma, persi, dopo l'ennesima caduta.
Occhi di bambina. Da proteggere.
E i miei che ora si rifiutano di vedere e fuggono via, sempre più lontano, dove non ci siano che orizzonti e mare su cui posarsi e bramano il vento e il sensuale fischio del merlo al tramonto, in una sera d'estate.
Poi ho visto altri occhi e ne ho immaginato la loro linea ancora una volta, e il colore intenso e la felicità che fu nell'incontrare i miei.
Erano occhi che mi dissero: “salvami”, mentre io, afono, tacevo e nel cuore mi scoppiava un grido: “ci salveremo insieme”.
Il 7 marzo si avvicina e anche dopo trent'anni, Francesca, quelle tue parole vibrano nel mio sterno. Non ti ho salvata e, lo sai, non mi sono salvato nemmeno io.
Di altri occhi che ho visto, ridere e amare e poi piangere e tingersi di rabbia e furore e poi allontanarsi dai miei non dirò che una sola parola: petali. Sono delicati petali.
“Occhi stanchi i miei, incapaci di messa fuoco, troppo a lungo ultimamente puntati sull'indicibile”, pensavo tra me e me.
E non era un pensiero doloroso. Ma una diretta presa di coscienza del mio affanno.
Diretta sì, come il pugno quasi mortale di un pugile americano.
Li ho chiusi i miei occhi, stanchi e persi, e Milano “la bella” non ha trovato le sue solite melodie per consolarmi. Non ha trovato un assolo di pianoforte che accompagnasse lo sfarfallio clavicolare che batteva un ritmo blues.
Il mio fondo schiena sembrava incollato alla panchina e il film in slow motion sembrava non aver fine.
Una sigaretta può essere eterna a volte e non c'è nulla di romantico nel rivedere scorrere i propri disastri e le proprie gioie mentre si aspira nicotina.
Ho rivisto i miei libri di filosofia, di poesia, i romanzi che ho tanto amato.
Gli autori danzavano davanti a me ma io non sorridevo. Anzi li ho detestati perché le loro promesse non le hanno mantenute, mai. Non hanno saputo trovare un angolino per un vecchio avvocato pazzo nei loro sistemi, nei loro versi, nei loro incipit. E non parlano di sfarfallii clavicolari, né sanno cosa sia uno sguardo che si perde un una supplica.
È stato lui, sempre lui, il Salmista, a riportarmi alla realtà. “Anì Imadì”, ha detto, “Sono al tuo fianco”.
E i volti dei miei allievi cui cerco di trasmettere ciò che ho appreso negli studi, nelle pratiche e sopratutto nell'incrociare, con sguardo di gufo, i volti altrui, erano lì. E i volti del mio maestro. Sì i volti plurali e collettivi del mio maestro.
“Scemo, ma ci pensi a ciò che sei?”, avrebbe potuto dirmelo lui, spada d'acciaio in un fodero di seta.
“Non lo so, Charles, chi sono io”, ho pensato.
Però mi sono alzato e lentamente sono tornato in studio a piedi.

Ora io non so perché racconto questo. So che torno ancora un po' nel mio luogo protetto perché il ritorno, quello vero, sia con una pelle nuova. L'altra, quella lacera, usata, di biscia, va lasciata a concimare i muschi dei boschi dove vorrei essere.
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