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Listening to Jazz Standards





Mi permette, caro signore, una piccola riflessione in questa pausa musicale, mentre gli strumentisti si concedono una birra.

Sì lo so, lei non mi conosce, e la nostra vicinanza di posto non mi autorizzerebbe ad una così invadente confidenza.
Ma, mi scusi la sfacciataggine, io leggo nei tratti del suo volto, così diverso dal mio una sensibilità comune e, forse errando a causa di questa musica eterea, ho sentito l'impulso di condividere con lei qualche mio pensiero. Piccolo eh, non si attenda nulla di sovversivo per gli equilibri del mondo.

Ah, lei sorride e dice che non la disturba, che, anzi, anche lei adora il jazz e le interesserebbe sapere di cosa sto parlando. Allora, mi permetta di offrirle da bere. Certe condivisioni hanno bisogno di carburante per poter avanzare, non trova?

Mi dice che le piace il Jazz, ebbene io mi sento di doverle confessare che di questa musica so davvero poco. Certo come tutti ho anche io ascoltato da giovane Nina Simone e John Coltrane, ma certo non posso dirmi un esperto. La mia è una formazione classica, ho persino provato ad avvicinarmi allo studio del violino anni fa, con risultati molto meno che decorosi.

Lei sorride e mi ricorda che senza costanza e studio non si possono raggiungere risultati con nessun strumento.
Certo ha ragione, ma forse io sono più bravo ad ascoltare che a farmi intendere e di questa mia propensione, sì, ho fatto oggetto di un lavoro duraturo.

Mi chiede cosa mi spinga dunque a frequentare questo locale.
Ebbene io non lo so. Né so perché sia nella mia natura cercare legami, per i più assurdi, tra le esperienze della vita e l'insegnamento che dovremmo trarne.

Vedo il suo sguardo farsi più interessato.

Non tema mi spiegherò meglio, ma ora la prego accetti di fare un brindisi con me “Alla vita ed ai suoi balzi”, caro signore.
Non resti perplesso, vedrà che dopo la mia spiegazione anche questo strano brindisi le risulterà molto più chiaro.
Questo Chablis è delizioso, non trova? E non pensa anche lei che si adatti perfettamente alla musica di questo locale ed alla nostra conversazione?
Dice di non essere un grande intenditore di vini ma che questo le aggrada. Ebbene forse le mancherà l'esperienza di Bacco ma questo suo primo giudizio lascia intravedere un certo talento per la materia. Si percepisce anche dalla delicatezza con cui tiene il bicchiere tra la mani.

Ecco gli strumentisti stanno rientrando. Le propongo di decidere.

Preferisce aspettare la prossima pausa per ascoltare il mio racconto o vuole che gliene parli mentre la musica procede? Stia certo che in ogni caso non mi sovrapporrò al suo ascolto, anzi spero di poterlo integrare con qualche mio piccolo pensiero. Siamo d'accordo, dunque?

Come si chiama il brano che stanno suonando ora? Questo sax è davvero commuovente.

Ah, lei dice che è “Wise Man” nella versione di Coltrane. Non lo trova anche lei toccante e suggestivo? Non trova che l'accompagnamento del piano sia superlativo e non faccia che aumentare l'attesa del sax? E queste scale che gli artisti sembrano sfumare in improvvisazione non le danno brividi sulla schiena.

Ma eccola, l'ha sentita anche lei quella nota dissonante, che solo la maestria del sax è riuscita a trasformare in un salto verso qualcos'altro?

Annuisce di nuovo. E mi pare abbia capito di cosa parlo. Ed in questo si innesta la mia piccola intuizione.


Fanno bene a chiamarle “scale”.
Ci si sale, ci si scende, a volte ci si inciampa cercando di evitare una nota, per raggiungere con un balzo una settima forse troppo lontana.
Che si tratti di solfeggi jazz o di pensieri o della nostra stessa vita, è sempre quel salto a renderci vulnerabili.

Mi chiede perché.

Perché il futuro, mio caro amico, è fragilità, umana fragilità. Il futuro è fatto della stessa materia dei sogni. Ed il risveglio dal sogno del futuro può essere molto doloroso per persone sensibili come me e, mi permetta, sono certo anche lei.

E mentre suonano “Smoke gets in your eyes” nella versione di Miles Davis (questa la conosco pure io), e ci portano un secondo bicchiere di Chablis, glielo confermo. Certo, è più facile percorrere la scala gradino dopo gradino, nota su nota, pensiero dopo pensiero, evitando di guardare troppo avanti, e sopratutto di voltarsi indietro.
La strada già percorsa, si sa, è sempre più vertiginosa di quella ancora da compiere.

Ma a me pare di poterle dire che aspiriamo alla disarmonia come al suo contrario.
La nota dissonante, l'accordo stridente, ci fanno sentire vivi, lanciando semi di possibilità nella nostra musica, ascolto, vita.
Non trova anche lei, amico caro, che l'assenza di dissonanza sia la cosa più innaturale che dalla vita si possa chiedere?
La vedo perplesso e ne capisco il motivo. Il mio le parrà un elogio della mancanza di grazia, ma mi creda così non è.
E' del tutto inutile nascondersi questa verità, dicevo, aspiriamo anche alla disarmonia. Il jazz che stiamo ascoltando ora ne è una prova evidente.
Bramiamo poter sentire la scintilla del cambiamento e dei suoi rischi, ancora viva in noi e non riusciamo ad accontentarci della gradualità musicale, o di vita che sia.

Vedo che ora si trova d'accordo con me, anche se mi ricorda che la disarmonia può essere solo un passaggio per arrivare ad altro. Ed è esattamente ciò che intendevo dirle.



Come piccole pulci, incuranti del rischio, saltiamo di nota in nota, di sentimento in sentimento, di pensiero in pensiero e, se ne risulta una disarmonia profonda, poco importa.
E' la nostra musica, e, ne siamo certi, avrà un finale stupendo che lascerà tutti senza respiro. Perché un altro balzo è già pronto e, sul finale, ne siamo certi, troveremo comunque un accordo che tutto compone.
Il nostro cantare, suonare, vivere, solfeggiare la vita, è tutt'altro che regolare perché ci sostiene la certezza di quel finale.

Mi parla del rischio di perdere se stessi nell'azzardo di balzi troppo grandi, sia in musica che nella vita. Creda che in alcun modo io possa darle torto?

Ho visto gente compiere salti disastrosi. Forse non avevano considerato che la scala era vecchia e cigolante. E sono atterrati su gradini pericolanti.
Non le dico lo schianto, come di pianoforte fracassato al suolo.
Eppure li ho visti dopo poco, ed era uno spettacolo, mi creda, superbo a cui assistere, balzare di nuovo, saltando di nota in nota, con un evidente progetto di costruzione musicale e di vita in mente. E mentre lo facevano li ho sentiti canticchiare, allegri ed acciaccati, le note finali che avevano in mente per il loro progetto.

“Poco importa”, sembravano dirsi, “se il percorso musicale risulta sin ora dissonante, sgraziato, stonato. Io ho un finale in mente ed è il mio. Perché, certo, le disarmonie, gli inciampi, i salti sbagliati, su gradini pericolanti, sono di tutti.
Ma, fosse anche all'ultimo respiro, il mio ultimo balzo sarà su quell'accordo sbalorditivo che immagino essere il mio finale e che tutto comporrà in una musica mai ascoltata”.

Tutto questo nostro atterrare di nota in nota, canticchiando una melodia poco chiara, è un percorso, claudicante, verso quell'accordo che, ne siamo certi, sapremo donare al mondo. E sembriamo, con un sorriso lievemente inebetito, dire assieme a Camus

“N'était pas cela, en effet, l'Eden, cher Monsieur: la vie en prise directe. Ce fut la mienne”

Conosce Camus? Poco, mi dice. Lo legga, oso consigliarle. Lo legga prima di tornare in questo locale ad ascoltare del jazz. Perché Camus non è uno scrittore è un maestro dell'esistenza e dell'umano, e sa narrare della disarmonia dell'umanità come di un tesoro che ci proietta altrove.
Fanno bene a chiamarle scale, certo. Ci balziamo sopra gioiosi ed incoscienti, occhi aperti di bimbo, con un progetto folle in mente. E nel farlo riscopriamo la nostra capacità di volo, sostenuto, librato, assistito da correnti ascensionali potenti, anche se, si sa, l'atterraggio è sempre una fase delicata che bisogna imparare a governare.
Fanno bene a chiamarle scale, certo!


Lei mi guarda ed ora io non so decifrare bene il suo sguardo, sarà colpa del terzo Chablis. Ma, mi creda, sono felice che abbia avuto la forza e l'interesse di ascoltare sino in fondo questa mia piccola intuizione. Sono certo che questa serata risulterà indimenticabile non solo per me.

“Alla vita ed ai suoi balzi, dunque”, amico caro.

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