(Redazione) - Lo spazio vuoto tra le lettere - 06 Eugenio Montale e la lingua di Dio (una sovra interpretazione biblica)

 A cura di Sergio Daniele Donati

Conoscere la parola significa conoscerne i contorni, esplorarne le assenze e soprattutto godere dello stupore delle sue mutazioni semantiche. Lo stupore non è una semplice fanciullesca sensazione legata al nuovo. Almeno non soltanto. È il motore di ogni ricerca, ciò che ci spinge alla scoperta e a nuove interpretazioni di un testo. 
I contorni della parola sono poi costituiti, prima ancora dei significati che essa veicola, dai suoni che la compongono e dai silenzi che la sorreggono. 
Ogni parola è sempre anche un richiamo all'ossequio per tutte le parole che abbandoniamo per eleggerne una sola. 
Per questo è detto che: «ogni parola comporta un sacrificio. E la memoria di ciò che non si dice è uno dei sensi profondi del dire»
Il testo biblico, ad esempio, è denso di richiami alla sacralità della parola, di parole che svelano e rivelano e che rendono eretta la schiena in una tensione essenzialmente etica. 
Il testo biblico è però anche denso di richiami ai rischi del non detto, della parola abusata, violentata e negletta, ed alla necessaria attenzione che l'interprete o l'ermeneuta deve porre in ciò che la Bibbia non dice. 
Ad esempio, in più di un passaggio il Creatore si rivolge a Mosè con una formula alquanto arcana: "E parlò Hashem a Mosè per dire, parla  ai figli di Israele per dire loro (...)" 
Quale avvertimento contiene un così ripetuto ed incalzante richiamo alla parola? Che necessità porta questa ripetizione? Non bastava dicesse "Dì ai figli di Israele (...)".
Ebbene l'avvertimento e  il richiamo all'etica della comunicazione è chiaro: non si usi la parola per non dire, si parli per dire. Altrimenti si taccia. 
E questo avvertimento vale per lo stesso Creatore che si rivolge a Mosè, parlando, per dire. 
Da un lato, dunque, ci viene insegnato che la parola per dire deve essere autentica nelle intenzioni, dall'altro veniamo avvertiti che la trappola di una parola afona e non portatrice di significato profondo è qualcosa in cui tutti posso cadere. 

E ci viene detto anche della eccezionalità della parola, ché la normalità della comunicazione tra l'uomo e la Trascendenza è nel Silenzio, anzi è Silenzio. 
Il D.o dei cinque libri comunica con l'uomo raramente attraverso la parola, eppure il rapporto che i profeti hanno con il creatore è essenzialmente auditivo. 

Così legato alla parola è l'atto creativo primario. Dio dice Luce e Luce è. Dio parla e parlando crea.
E non crea solo parole ma universi, che noi, figli di un animo che interpreta, possiamo ben chiamare gli universi dei significati. 
Dio quindi è allo stesso tempo linguaggio che assenza di linguaggio, parola e silenzio. 
È allo stesso tempo Silenzio che parla e parola che si tacita per lasciare lo spazio allo stupore.
(Dio vide che era cosa buona, il primo giorno). 
C'è qualcosa di divino e trascendente nello stupore, una sorta di grazia, un dono che provoca riconoscimento e riconoscenza. 

L'episodio di Elia, profeta capace di percepire la voce di Dio nel sottile spazio, nel refolo in una voce di silenzio, dopo averne negato la presenza in eventi rumorosi e roboanti come incendi, venti che spezzano le montagne e terremoti, è molto indicativo. In un certo senso, e qui azzardo un'ipotesi mia non certo della tradizione, Dio è colui che è capace di mettere in  relazione Voce e Silenzio, Parola e Silenzio togliendo quei binomi da una polarità ed antinomia che non ha senso di esistere. 
Eugenio Montale, in una sua del 1971 intitolata LA LINGUA DI DIO così si esprime

Se dio é il linguaggio, l'Uno che ne creò tanti altri
per poi confoderli
come faremo ad interpellarlo e come 
credere che ha parlato e parlerà
per sempre indecifrabile e questo è
meglio che nulla. Certo
meglio che nulla siamo
noi fermi alla balbuzie. E guai se un giorno
le voci si sciogliessero. Il linguaggio,
sia il nulla o non lo sia,
ha le sue astuzie.

Siamo certamente di fronte a una mirabile poesia del grande maestro che tanto più vale quanto si richiama nella forma a espressioni dubitative. Quel se iniziale pone chi legge di fronte a un quesito immenso che ci obbliga a scardinare l'idea della coincidenza del Creatore col Logos, coincidenza ben poco ebraica che del Creatore risalta molto le manifestazioni silenziose. 
Ovvio il richiamo del poeta all'episodio della confusione della lingue, della Torre di Babele. Il poeta si chiede come sia interpellabile o credibile un dio indecifrabile. 
E cifra e lettera nella tradizione ebraica sono sempre connesse. Ogni lettera è sempre anche numero e ogni parola è portatrice di significati numerici che possono metterla in relazione con tutte le altre parole portanti il medesimo valore numerico. 
Non credo sia sfuggito al grande poeta quanto l'aggettivo indecifrabile possa anche significare la nostra incapacità, o perdita di capacità di dar numero alla parola. 

È una domanda, quella di Montale, del tutto lecita ma ignora uno dei due poli che la tradizione ebraica pone a contatto con la presenza divina. Appunto la capacità di ascolto del silenzio, che non è affatto negazione del linguaggio, ma semplicemente una diluizione, un assottigliarsi della parola, un far spazio alla comunicazione tra Creatore e Creatura. 
E ignora, o meglio finge di ignorare, altresì che la balbuzie, la lentezza di parola di Mosè, è proprio il campo di costruzione della comunicazione. 
Come si accennava in premessa se le nostre balbuzie si sciogliessero, se il nostro parlare diventasse quasi divino, finiremmo col negare il vincolo sacro col limite, che per il pensiero ebraico è sempre il campo della salita spirituale. 
La balbuzie, l'inciampo linguistico, l'idiozia (in senso etimologico di difficoltà di idioma) è dunque funzionale al dare importanza alla parola. 
È lo stigma di Mosè, conscio del suo limite, della sua lentezza di parola, ma anche del sostegno che avrebbe poi ricevuto da parole alte e altre. 
Ecco l'importanza delle astuzie cui si riferisce il poeta. 
Montale parla dell'astuzia dell'ermeneuta che sa di dover interpretare di un testo sia ciò che dice che ciò che omette di dire, perché il binomio parola-silenzio è, non solo indissolubile, ma creativo. 
E fa bene dunque il poeta a parlare di balbuzie, perché di fronte alla parola che dicendo crea, i nostri sono solo singulti confusi. 
Forse gli manca quello spin che permette di vedere in quella balbuzie non una fermata ma uno spin potente verso la conoscenza della nostra umanità.
Dice la tradizione che il dovere interpretativo è dell'Uomo, che nemmeno la potenza divina può farsi interprete del testo, né può essere invocata a testimonianza della validità di una interpretazione. 
Montale ce lo suggerisce nei mirabili versi della chiusa. 
Il linguaggio, non chi parla, ha la capacità di trovare strade d'espressione anche nei palati balbuzienti, anzi diventa sacra proprio in quei palati, perchè così facendo ricorda a tutti che, nonostante il limite della nostra dura cervice, ci è dato un compito. 
Noi non creiamo il linguaggio ma ne siamo i navigatori, gli interpreti. E ci orientano le stelle di chi ha interpretato prima di noi quei medesimi testi, che sono fissi, immutabili, proprio per permettere la dinamica del gioco tra tradizione e interpretazione. 
Per questo Montale ci dice "meglio che nulla siamo/noi fermi alla balbuzie".
Il poeta è conscio del valore supremo che a quella balbuzie è dato sia come richiamo alla fallacia umana che come ricordo delle immense potenzialità interpretative di un uomo...balbuziente.

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Commenti

  1. Grazie. E quel 'D.o', scritto così come l'hai scritto, forse involontariamente, da senso (per me), a ciò che ho letto.

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