(Redazione) - Lo spazio vuoto tra le lettere - 05 Le mani e il Poeta



A cura di Sergio Daniele Donati
Le mani sono le parti del corpo umano che più manifestano la presenza dell'altro da noi; in noi.
Con le mani apprendiamo distanze e protezioni dal mondo. 
Con le mani sempre col mondo veniamo in contatto.
Le mani sono portatrici del bene e del male che creiamo nella nostra breve esistenza.
Le mani trattengono, le mani si aprono e lasciano andare. Le mani benedicono.

Hirokazu Kobayashi












Il grande maestro giapponese Hirokazu Kobayashi (1), che ho avuto modo di incontrare più volte nelle mie peregrinazioni nel mondo delle arti marziali, diceva:
" Le nostre mani non sono nostre. Sono corpi estranei, provenienti da mondi altri, attaccate al nostro corpo per indicarci la Via". 
Ho faticato molto a comprendere il senso di quel messaggio sino a che non mi sono ricordato dei miei studi sul pensiero ebraico. 
Ogni lettera dello alef-bet (2) richiama una parte del corpo e ce ne sono due che ricordano la centralità delle mani nel percorso spirituale. 
La Iod (la decima) rappresenta la mano nella sua interezza e la Kaf (l'undicesima) il palmo della mano. 
Sono lettere centrali nella sequenza alfabetica e la loro prossimità lancia un messaggio preciso: nel mezzo del percorso, quando il passaggio di comprensione si fa stretto, occorre aprire le mani e accettare di ricevere. 
Ed è proprio la centralità, anche fisica, di questo messaggio, a farci comprendere che ricevere non è cosa che si possa fare dall'inizio del percorso; bisogna prima liberarci da pesi inutili che portiamo sulle spalle (3)
E non si può solo ricevere poi, quando, al contrario, bisogna saper ritrasmettere ciò che si è appreso.
Le mani, seguendo il pensiero del compianto maestro giapponese, ci ricordano proprio questa avventura. La relazione con l'altro si manifesta in modo armonico se nel nostro corpo siamo capaci di percepire la presenza dell'altro sempre; in noi.
Kaf poi è per parte del pensiero mistico ebraico la lettera legata alla scrittura.
E cosa facciamo quando scriviamo se non donare al mondo mondi altri?

Pablo Neruda












Allora chiudiamo gli occhi e sussurriamo assieme questo elenco stretto: mani, Altro, ricevere, lettere, scrittura.
Sono parole dolci ma anche spaventevoli, non lo si ignori.
Proprio perché ci impongono un certo movimento verso lo sconosciuto creano timore e, allo stesso tempo, curiosità. 
Questo è il gioco della parola, in fondo.
Spostarci altrove; anzi, spostarci nell'altrove.
E ci sono poesie che più di altre sono capaci di farci fare questo viaggio.
Per questo ora, riaperti gli occhi, vi propongo di leggere questa poesia di Pablo Neruda (4) che delle mani dice molto, muovendosi sul filo di lino dolce e seducente di una sensualità lenta. 

Le tue mani
Quando le tue mani muovono,
amore, verso le mie,
cosa mi portano in volo?
Perché si sono fermate
sulla mia bocca, all’improvviso,
perché le riconosco
come se una volta, prima,
le avessi toccate,
come se prima di esistere
avessero già percorso
la mia fronte, la mia cintura?

La loro morbidezza giungeva
volando sul tempo,
sul mare, sul fumo,
sulla primavera,
e quando tu hai posato
le tue mani sul mio petto,
ho riconosciuto quelle ali
di colomba dorata,
ho riconosciuto quella creta
e quel colore di grano.

Per tutti gli anni della mia vita
ho vagato cercandole.
Ho salito scale,
ho attraversato scogliere,
mi hanno trascinato via treni,
le acque mi hanno riportato,
e nella pelle dell’uva
mi è sembrato di toccarti.

Il legno di colpo
mi ha portato il tuo contatto,
la mandorla mi annunciava
la tua morbidezza segreta,
finché si sono strette
le tue mani sul mio petto
e lì come due ali
hanno concluso il loro viaggio.
(Pablo Neruda - Tratto da I versi del Capitano, 1952)

L'entrata in scena delle mani è legata ad un verbo (muovere)  che molto si collega a ciò che si diceva prima. 
Sono le mani a muovere l'amore, e non il contrario, come comunemente si dice. 
Il corpo (le mani) chiama l'amore, letteralmente lo muove, lo fa scendere dal luogo statico in cui risiede nel mondo e spazio umani.
E non si chiede il poeta cosa porti l'amore, ma cosa portino il veicolo delle mani della donna che ama. 
Neruda poi continua con un vibrante passaggio in cui si chiede cosa significhi questa sensazione di essere già stato conosciuto dalle mani dell'amata prima della loro stessa esistenza, come se in quella carezza appena accennata si muovesse una saggezza che già tutto contempla, anche il futuro.

Ecco il passaggio:
(...)
Perché si sono fermate
sulla mia bocca, all’improvviso,
perché le riconosco
come se una volta, prima,
le avessi toccate,
come se prima di esistere
avessero già percorso
la mia fronte, la mia cintura?
(...)

In tutta la poesia il gesto delle mani viene assimilato al volo, e la loro stessa struttura a delle ali capaci di trasportarci lontano, o vicino; anche nel tempo. 
L'evidente sensualità di questi versi non ci impedisca di cogliere un messaggio che va oltre il desiderio di unione. 
Le domande di Neruda sono incalzanti e precise e, sebbene immerse in un meraviglioso gioco dei sensi, descrivono un vero stupore per il viaggio che le mani fanno e impongono di fare a chi ne riceve il tocco.

Poi il Poeta continua:
(...)
Per tutti gli anni della mia vita
ho vagato cercandole.
Ho salito scale,
ho attraversato scogliere,
mi hanno trascinato via treni,
le acque mi hanno riportato,
e nella pelle dell’uva
mi è sembrato di toccarti.
(...)

L'altro, anzi l'altra, anzi le mani dell'altra, sono l'oggetto della nostra ricerca ma anche della nostra percezione tattile della pelle di un frutto i cui richiami mitologici, simbolici e mistici non possono sfuggire: l'uva.
Il frutto sacro a moltissime culture, la sua pelle, permette a chi ha la sensibilità per farlo, di percepire la presenza dell'altra. 
Ci trascina sempre via la vita moderna (i treni), ma poi ci riporta alla sacralità del contatto l'elemento legato all'origine: l'acqua.

E poi la chiusa, la conclusione del viaggio.
(...)
Il legno di colpo
mi ha portato il tuo contatto,
la mandorla mi annunciava
la tua morbidezza segreta,
finché si sono strette
le tue mani sul mio petto
e lì come due ali
hanno concluso il loro viaggio.
(...)

Ancora sensualità immensa, ma anche il riferimento alle ali, che si chiudono per terminare, dove devono, il loro viaggio.
Ma non conclude il viaggio il Poeta, perché ne fa scrittura, narrazione, racconto, poesia. 
E le mani, come si diceva sopra, sono lo strumento sacro di ogni scrittura. 
Dovremmo osservarle più spesso le mani; le nostre e quelle altrui.
E lasciarci trascinare più spesso dalla narrazione del loro viaggio.
E dei nostri? Chissà quali mani scriveranno?
__________
NOTE
1 Per delle brevi notizie su Hyrokatzu Kobayashi cliccare sul link
2 Per brevissimi cenni allo alfabeto ebraico cliccare sul link
3 Per richiamarsi alla sequenza delle lettere ebraiche cliccare sul link alla nota 1
4 Brevissimi cenni alla vita e all'opera del poeta li troverete qui
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