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Lettere a una persona speciale (41-56)

Dipinto di Lucian Freud


41 Asimmetrie 

Oggi ho giocato con la mia immagine, e in fondo lo faccio ancora.
Anche se ora lo faccio in modo più serio.
Perché quando osservo il mio volto lo vedo che è il regno dall'asimmetria.
E sorrido di questo mio essere sempre un po' a destra, o a sinistra, in ricerca di un centro.
Il mio maestro la chiamava claudicanza.
È un valore positivo.
È la ricerca della stabilità a partire dei propri limiti.
Umanità insomma.
Ho sempre percepito le periferie del mio corpo, i suoi squilibri come un dono.
I miei occhi sono diversi, nel colore e nel posizionamento, ho il naso storto e rotto (benedetto aikido).
E questo, lo so, significa che l'occhio destro vede "altro" rispetto a quello sinistro e la narice destra odora "altro" rispetto a quella sinistra.
E tutto questo si mescola, come si mescolano, apparentemente a caso, le mie parole ora.
Poi mi rileggo e un senso in ciò che scrivo lo percepisco.
E però un centro esiste, petalo, e in quel centro ho costruito negli anni la mia stanza azzurra. Il luogo protetto. Sacro. Il luogo dei miei tesori cui ha accesso solo chi parla la mia lingua, fatta di timidi silenzi e sguardi che si posano sul filo di lino dell'orizzonte.
In quel centro c'è un tam tam ultimamente.
È nato sommessamente.
Manco lo percepivo. Poi ha cominciato a farsi insistente e anche prepotente.
Si fa sentire quando meno me lo aspetto.
Nel centro del mio centro, nel centro della stanza azzurra, petalo, c'è una parola che bussa.
Bussa. Bussa.
Io non so se la dirò in ebraico, in italiano, in francese o in inglese.
Ma quando la dirò e uscirà dalla stanza azzurra per raggiungerti, ne sono certo, le stelle rideranno e gli alberi faranno fremere le loro foglie.
Perché quando un claudicante dice quella parola, dal luogo del "suo sacro", il mondo si ferma e ascolta. Non aver fretta, come non ne ho io.
La parola bussa e prende forza e forma e vigore e sarà detta quando sarà l'ora del suo primo volo.

42 Oggi lo dico così. 

Timidezze
Un narrare lento.
Raccontarsi piano
per non dire,
lo sguardo distolto
dalla porpora
del tuo cuore.

Erano timide
le mie parole
allora.

Sono timide ora.
Non strappano,
non incalzano,
non elevano più.

Tornano lente
nella culla che
le vuole silenti
per rinascere.

43 Ti presento il mio mondo 

Che poi, nel mio continuo "presentarti" il mio mondo, c'è un effetto linguistico e psicologico (come se poi le due cose fossero distinte) non indifferente per la mia mente.
Riportare al presente, al proprio presente, le parti più nascoste di sé non è un'operazione semplice. Richiede un grande coraggio e una forma di incoscienza che poco tiene in conto il "giudizio altrui".
È uno scrivere il mio, uno scriverti, quotidiano e tenace; costante e ilare. Scrivo a te ora, come scrissi al mio Maestro allora. Certo del suo sguardo (e ora del tuo) benevolo.
Ma questa mia volontaria incoscienza ha una fonte, petalo, nobile. A ogni mio post, a ogni mio messaggio, io rinnovo il mio desiderio di farti dono. E rinnovo anche la promessa di purezza che feci a me stesso quando elessi questa via espressiva, da piccolo.
Lo ricordo il peso della penna in mano. E quel foglio bianco. E la sensazione che qualcosa di tremendamente importante si muoveva tra le parole del mio scarsissimo vocabolario.
Scrivere non è mai stato "indifferente" per me, come non lo è per te. C'è una sacralità del gesto in chi scrive che sono certo non ti sfugge.
E non è dettata solo dall'incedere di una narrazione avvincente o potente. È il testo, il tessuto, in sè ad essere sacro, proprio perché comporta una modificazione irrevocabile della realtà.
Nessuna parola, petalo, si limita a "dire". Ogni parola, dicendo, modifica, trasforma, aggiunge (o sottrae) contenuti e significati al reale e al mondo del Sogno.
Tu tutto questo lo sai. Me lo dice il taglio dei tuoi occhi quando mi leggi. E so che sai che, anche se non sempre le mie parole volano alte come desidererei, pura e fresca e la mia intenzione.

44 Speranze segrete 

Le speranze che portiamo segrete dentro di noi vanno protette e custodite.
Perché, quando l'orizzonte si perde e la vista si offusca, non ci resta molto altro che coprirci il volto.
Per ritrovarci al di là (e ancora una volta dentro) la nostra maschera d'argilla.
E i colpi d'ala nera che tagliano impietosi il piano del nostro sperare e credere e cercano di farci percepire che no, non è possibile.
Non è cosa data, e continuare a sognare è la peggior trappola e illusione. Così si pensa.
Dentro di noi, però, batte (finché batte) un cuore antico che sprizza scintille di sapienza nelle nostre vene. Troppo spesso inascoltate.
Voliamo, quando vogliamo, incoscienti della potenza delle nostre ali. In un panorama fatto solo di speranza.
E poi (adoro i poi) capita l'incontro e, il volto ancora tra le mani, sbirciamo tra le dita.
È reale o sogno quella nuova presenza che osserva, che legge nei nostri aneliti e nelle nostre speranze, che danza e parla con passo e accento regale?
Poi abbassiamo le mani intimiditi dalle tracce, i residui, di argilla ancora sul nostro volto.
E tu, petalo, sei lì e sorridi.
E tutto ciò in cui si è sperato (e tutto ciò che, a volto coperto, si è superato) prende un senso e un nome. Il tuo.
E si sorride inebetiti a questo incontro e alla forza che si è saputo sprigionare quando la maschera d'argilla ci stringeva il volto in una raccapricciante smorfia.

45 Il gioco antico 

È un gioco antico
quello che
fa percepire
un silenzio

che amplifica
ciò che si tace.

Lo culla, certo,
e lo estende,
fino al giorno in cui,
nella parola,
incontra il suo
e il tuo
nome.

Tu tutto questo
lo sai
e sorridi.

46 Facile a dirsi 

Facile a dirsi, petalo, che bisogna evitare i contrasti e i conflitti. Facile davvero, ma la lotta è uno dei cardini energetici di ogni creazione.
E la separazione crea un vuoto che si riempie, per forza di cose, di comunicazione.
Il punto è mantenere una soffice e delicata presenza al dispiegarsi di forze più grandi di me, di noi. Forze antiche che ci attraversano e che possiamo solo accogliere e lasciare che ci trasformino.
Sì, che ci trasformino o ci riportino, cosa che poi è di ogni trasformazione, alla nostra natura originaria.
Il ritorno, petalo, è anche una forma di testimonianza. La più antica e solenne.
È testimoniare, in ogni istante, ciò che si è stato, ciò che si è perso e ciò che si ritrova dopo e grazie gli affanni della vita.
Questo tu me lo stai re-insegnando, con un solo battito di ciglia.
Battiti su battiti.
Le tue ciglia sul mio cuore.

47 Giornata dura questa 

Giornata dura questa.
Fatta di occhi che si chiudono per non vedere e parole che tagliano come lame, per salvarsi.
Giornata in cui si desidererebbe lo zucchero filato azzurro di una fiera di paese, e invece si fanno i conti della spesa per dividere tra sé e altri il peso delle responsabilità.
Perché va fatto, per sopravvivere.
E poi ci sono le premesse/promesse, che, oh sì, sono state 'messe prima, a favore tuo' e non dopo o per altri, e vanno tenute per mano, mantenute.
E le dediche così tanto vicine agli dei da ricordare loro chi sono.
Un dire divino la dedica.
E io ho promesso di scriverti ogni giorno, e la promessa mi raddrizza la schiena.
E alza il mio alito a livello di spirito.
Ti scrivo anche oggi, soprattutto oggi, petalo, perché tu sappia che se c'è una cosa che la durezza di granito di questa giornata non ha scalfito, è la presenza del tuo sguardo, che taglia i piani obliqui dei miei pensieri e li porta altrove dove possono riposare in una luce dorata.
Io benedico ogni giorno la promessa che feci di scrivere, perché ogni giorno mi permette di essere altro e altrove.
Là dove, con tutto me stesso, vorrei essere.

48 Singulti 

C'è qualcosa di cui forse non ti ho mai parlato.
Come una sorta di singulto, di strozzo, che mi prende quando la bellezza della natura si dipana davanti ai miei occhi.
Mi capita quando il vento freddo d'inverno mi sferza le rughe del viso, o quando l'umidità di Milano, d'estate, rende molli muscoli e pensieri.
Ecco, io allora ho come un moto interiore, molto vicino a un pianto, una sorta di fermata obbligata.
Come se una voce mi dicesse: "Fermati Sergio. Taci e piangi tutta la bellezza che ti attraversa".
Mi capita che il bello strozzi i miei lemmi e mi lasci afono e incerto. Come un bambino.
Sorrido con gli occhi umidi.
Sorrido perché una piccola voce dentro di me rinvigorisce il dubbio che prende forma di domanda.
Perché a me?
Sono io degno di questa bellezza?
E poi c'è la voce più grande che canta dentro e fuori di me.
E risponde alla prima domanda.
"No non sei degno. Sì lo sei. E poco importa. Questo ti è dato. Lascia che ti attraversi".
E mi attraversa. Certo che lo fa.
E io singulto e strozzo.
Poi torno sulle mie vie.
E scrivo e penso e accartoccio fogli finché non trovo una parola degna di descrivere quella traccia di bellezza.
Oggi l'ho vista nei tuoi occhi e sentita nella tua voce regale.
E non c'è nulla che io possa dire di più.

La tua delicatezza mi stordisce e mi lascia ebete a chiedermi mille e mille volte cosa io abbia fatto per meritare un dono simile.
E sì, l'occhio è umido pure ora, mentre scrivo, e lo strozzo in gola non è sciolto dai miei lemmi.
Anzi tentennano le mie parole perché sanno che non c'è ornamento degno del piano obliquo delle tue labbra, della luce calda del tuo sguardo.
Perché tu sei dono e io sono felice di riceverti e grato a un Dio che forse ora, mentre scrivo, non si cela, di aver ancora qualche inchiostro da usare per dirti una parola sola: grazie!

49 Giornata strana questa 

Giornata strana oggi.
Fatta di strali e nubi. Grigie, scure, color topo.
Segnali di richiamo a una mia (enorme) capacità di resistenza.
Giornata fatta di strali, dicevo, che si conclude con una piccola schiarita.
E il grigio, quando si mescola al rosa di un tramonto, prende tonalità più mistiche e leggere e accettabili.
"Resistere" è solo un verbo. Vuoto e dallo scarso significato, petalo.
Resistere significa in un certo senso pregare che passi.
Ah beh, sai che saggezza. Roba da pagina centrale della settimana enigmistica (forse non tutti sanno che, spigolature) o da bacio perugina.
Ma io ho navigato ben altre parole in vita mia e dato ben altri baci e quindi, no, resistere è un verbo che riempio di altre cose.
Resistere è per me stato oggi abbassare lo sguardo e lanciarlo a fondo, dove ritrovo le mie radici, e cercare nel loro esempio la potenza che crea.
E poi, siccome di corpo si parlava petalo, resistere è alzare le braccia al cielo ma non come gesto di resa. Al contrario.
Si alza le braccia al cielo in Aikido e si comincia a creare una piccola vibrazione che lenta raggiunge tutto il corpo.
Lo risveglia e rigenera. Un albero resiste, dicono i maestri, non solo dalle radici ma anche dalle foglie.
E capire a fondo una cosa (illuminante), petalo, è stato per me importante.
Io vengo da una storia e da una narrazione.
E di quella storia e narrazione sono figlio e padre. Altri figli verranno dopo di me, altri padri sono venuti prima.
Non siamo soli sul centro della terra, e nessun raggio di sole ci trafigge.
Siamo tanti, siamo stati tanti.
E le nostre radici si intrecciano sottoterra, fanno l'amore.
E linfe diverse attraversano le nostre foglie, che sono figlie dei nostri sogni.
So che anche per te è stata un giornata di strali. E ti ho vista resistere con un taglio certamente più regale del mio. Che spettacolo vederti reagire. E che lezione per il mio cuore oggi salterino.
Quando il ballo fa duro i duri si spezzano. 
Sono i sognatori che cominciano a ballare. Coloro che sanno proiettare luce sul futuro, non sono duri.
Sono dolci come i tuoi occhi.
E tu sei figlia del sogno. Si proprio tu. E anche io. Anche se a volte lo dimentichiamo.
Oggi abbiamo resistito assieme e assieme ora vediamo un cielo striato di rosa, mano nella mano.
In silenzio.
Il resto, ora sì che si può dire, è un grande "speriamo che passi presto".
Si può dire solo ora che abbiamo parlato dei nostri sogni.

50 Spade di legno 

Quando prendi in mano la tua spada di legno, (anche se l'hai lisciata con olio di lino, e di gomito, per ore e ci hai passato le migliori cere per secoli, inebriandoti dei loro odori d'erba e fiori; anche se l'hai limata alla perfezione rendendo la sua punta il luogo dell'equilibrio, il tuo) quando la prendi in mano, dicevo, è la ruvidità a fare la parte della Regina.
Che la punta è sì il luogo dell'equilibrio ma il manico è quello della tua umanità. Se non hai un rapporto ruvido con l'idea che la tua spada taglia o sei il più grande dei samurai o dei un asettico e anaffettivo uomo.
È pieno di dubbi il manico di una spada, petalo. E c'è una sola azione possibile nella sua punta.
Questo è il gioco, petalo, anche di sguardi tra due due persone che danzano la più antica delle danze.
Tu lo sai e per questo io sorrido. E do olii speciali al legno della mia spada come si fa per chi sa già ti cambierà la vita.

51 Insegnare gli inciampi 

Diceva il mio maestro d'Aikido che la pratica è simile all'attività del ricercatore di tracce in una fitta foresta. Che il puma (o l'orso, la lince o il lupo) sia passato di lì lo intuisci da piccoli indizi.
Impronte semi cancellate dalla neve da poco caduta, ciuffi di pelo vicino a un tronco, segni di artigli sui rami. Così l'idea di perfezione della tecnica, di armonia della vita, lascia odori al suo passaggio e quelle tracce nell'aere il buon praticante deve seguire.
Io non ero tecnicamente il migliore degli allievi. Non avevo facilità, né una muscolatura abbastanza sciolta da fare senza un plissé le acrobazie che tanti allievi con meno anni di pratica imparavano subito. Il mio apprendimento fu lento e la sua costante e lentissima crescita fu sudata, appresa nella fatica.
Il mio maestro spesso diceva. "Se volete vedere una buona pratica di un secondo Dan osservate Bruno, Stan, Marta o tanti altri". E il mio nome non era tra i loro. Mai. Ma poi aggiungeva: "se volete invece vedere come pratica chi diventerà un ottimo insegnante guardate Sergio".
Io mi sentivo umiliato e inutilmente deriso.
E così un giorno chiesi spiegazione di quel dire al mio maestro. Lui sorrise e non rispose.
Al corso successivo disse al gruppo.
Questo corso lo terrà Sergio.
Io sprofondai per terra.
C'erano allievi quarti Dan e gente che saliva per la prima volta sul tatami. Ero veramente in imbarazzo.
Spiegai e dimostrai un paio di tecniche e mentre gli allievi praticavano passai ad osservarli, troppo intimidito per fare correzioni.
Il maestro mi guardava.
Mi avvicinai a una coppia di giovani praticanti alle prime armi. Impacciati, tesi, rigidi, incapaci ancora di tenere la corretta postura.
Mi facevano un'enorme tenerezza.
E col mio stentato francese gli spiegai i giusti appoggi di piedi e sguardo, e, mentre loro lavoravano il flusso dei ricordi della mia faticata pratica emerse.
E parlavo, sorridendo, indicando dove trovare vie d'uscita dai blocchi. Incitavo e mi complimentavo con chiunque per dei minimi millimetrici miglioramenti.
Perché io lo sapevo che fatica ci può essere nel percorrere un millimetro nel modo giusto. Il maestro sorrideva e tutti, anche i quarti Dan, mi ascoltavano. Attenti. Concentrati.
Alla fine del corso il maestro disse davanti a tutti.
"Avete visto? C'è chi si affossa nelle difficoltà e chi trasmette la gioia di superarle. C'è chi, avendo molte facilità, è incapace di vedere nell'allievo il peso dei primi passi, e chi, al contrario ha sviluppato empatia dal suo incedere incerto". Poi aggiunse: " Ho risposto alla tua domanda Sergio?"
Ebbi e ho lo stesso rapporto con la scrittura e la meditazione.
Perché te lo dico, petalo?
Perché oggi, nelle pieghe della tua voce, ho sentito esattamente questo.
Un peso attuale che lentamente si trasforma in oro, da trasmettere al mondo. Una bellezza che avanza, anche se forse da te non ancora del tutto riconosciuta. E soprattutto una umanità folgorante che si fa strada decisa.
Parlavamo di specchi e del rapporto tra interno e esterno. Della necessità di riconoscere la propria bellezza perché che sia riconosciuta dagli altri non basta.
Vero e falso, petalo.
Il mio maestro ha visto in me cose che io non vedevo e che da allora tengo nel cuore. Lo sguardo benevolo degli altri scardina il gioco di false immagini di noi stessi che ci portiamo dentro.
E va ascoltato. Sì, uno sguardo da ascoltare.

52 Quel verbo lì 

C'è una cieca ostinazione nello sguardo di chi vive "quel verbo lì", un posarsi senza sosta sui particolari che le luci (del bello che avanza) illuminano.
C'è una tenacia non detta nel celare "quel verbo lì" al mondo, perché il mondo intenda il Silenzio che lo sorregge.
C'è una gioia, senza fine, nel lasciar scivolare lento "quel verbo lì" in un eterno gioco fatto di "io so che tu sai".
E un fremito delle mani, quando si immergono nell'oro liquido di "quel verbo lì", e ne estraggono l'essenza.
C'è un incedere silente di chi avanza timoroso verso la parola, verso il "verbo lì" che detona ilare nelle viscere e apre spazi grandi come galassie nell'universo delle incertezze.
C'è un non detto timido che si ritrae e un altro che attende e estende.
Perché ci vuole un tempo e uno spazio e una intenzione perché "quel verbo lì" possa essere ascoltato.
Sto per dirlo "quel verbo lì".
Di nuovo.
E attendo, attendo, sì, attendo e estendo, perché tu intenda.
Perché, come una ripresa cinematografica perfetta, "quel verbo lì" esige il suo "buona la prima".
Non accetta replay né ciac aggiuntivi.
"Quel verbo lì", si dice quando va detto, a orecchie che sanno ascoltare (anche il silenzio che tracima da un verbo così breve).

Ma si macina, sedimenta, semina, molto tempo prima.
"Quel verbo lì" è il Sacro.
E va detto dinnanzi a un cielo che accoglie e coi piedi saldi nel muschio umido del proprio Sogno.
"Quel verbo lì" è la regola, la misura, la dedica e il peso dei miei pensieri, che finalmente si posano lievi sulle foglie argentate delle tue ciglia.
"Quel verbo lì" è nel tuo volto che si ritrae e tace e sorride e sa che io so che tu sai e il mondo sorride, sì sorride.
Perché su "quel verbo lì" poggia il respiro del mondo e noi ne siamo i testimoni eletti.
Da chissà chi, da chissà chi.
C'è un verbo che crea, molto prima che sia detto.
Un verbo che mantiene promesse che nacquero col primo "e luce sia".
Un verbo, quello lì, che avanza lento come il millepiedi sul muro. E oggi non sarà detto, ma tra il mio sterno e la linea delle mie ciglia è gridato e urlato e, ne sono certo, tu lo intendi.

53 Il femminile 

"Il femminile", dicevi.
"Il femminile", ascoltavo, e già la mia mente si perdeva.
Perché nel cuore di un uomo il femminile è voce nascosta,
volto velato.
Nel cuore di uomo il femminile è
il lontano abbaiare di un cane
in una notte d'estate.
Un addio soffocato
(perché? perché io? perché a me?)
e una lucina accesa poi in sguardi nuovi
(vieni, completami, colmami)
Nel cuore di uomo femminile non è mai evidenza.
È velo, ricordo, urlo strozzato, affogato in pinte di birra.
Nel cuore di uomo il femminile è apparizione e sparizione
Sono mani tese verso un vuoto che acceca.
"Il femminile", dicevi, "dobbiamo riscoprirlo".
E rallentava il respiro. Il mio.
Perché quella scoperta nel cuore di un uomo
è atto di coraggio.
Estremo.
È battaglia contro l'assenza, il nascondimento.
È strapparsi dai volti maschere d'argilla
nella speranza di una completezza nascosta
in un firmamento lontano.
Per questo ho bisogno della tua narrazione
dei tuoi silenzi, e delle tue pause.
Per poter appoggiare la testa sulle tue gambe
e respirare.

Io, Sergio, le tue gambe, e il mondo.

54 Correre meditando 

Vuoi sapere cosa significhi correre meditando, petalo?

Significa sentire tendini e muscoli e andare più in profondo, dove lo scambio tra corpo e mente è sempre sano. Al primo chilometro la respirazione non è regolare e i pensieri confusi. C'è un nodo da lasciare andare, correndo.

E scremi, lasci andare un anno difficile sotto i piedi, chilometro dopo chilometro. Ma il nodo persiste, duro come un macigno e tu sai che l'unico modo per scioglierlo è macinare altra strada. Al settimo chilometro ti sembra di volare, corri senza volontà, senza sforzo e superi senza difficoltà quella salita. Anzi superate quella salita. Tu e il nodo. Acceleri e depositi tossine sul terreno, ma il nodo bussa. Dopo la salita, e la discesa che segue, entri in un parco. Sei all'ottavo chilometro. E il nodo, il ricordo bussa. E lo vuoi mandare via. Ma non puoi perché hai nel cellulare una playlist e hai messo la riproduzione casuale e la tua amica

Lorenza, Dio la benedica, canta Nature Boy, il tuo standard jazz preferito.

E allora, petalo, corri e ridi e piangi, perché quest'anno il Nature Boy è stato pugnalato che tutti lo davano per morto e ci sono voluti un salmista, una voce amica, un samurai e un petalo, tu, per ridargli vita.

E allora corri e ridi e piangi, perché lo davano per morto , il Nature Boy, e ora corre e piange e ride che sembra un pazzo.
Al decimo chilometro sono a casa.
Non è più ora di correre e ridere e piangere...
Il sole cala sulla città che amo. Vedo mio figlio che si beve una coca con gli amici al bar.
Vita, petalo, e Nature Boy che canticchia dentro di me

The greatest thing you'll ever learn is to love and be loved in return. 

55 Ritirarsi dal mondo 

Ci sono milioni di motivi per ritirarsi dal mondo.
Per elevarsi al cielo, come nuvola, e ricadere, goccia a goccia e inaspettato, su un terreno arido e assetato.
O al contrario sei tu il terreno, e ti ritiri in attesa che la pioggia ti copra di nuovi significati e rinnovi la tua capacità di dare frutti.
C'è un ritiro per ogni stagione, per ogni respiro, per ogni scelta.
Ci si ritira, ad esempio, per trovarsi soli davanti allo specchio e porgli domande (che mai ha inteso) e ridere del suo silenzioso imbarazzo e di quella immagine riflessa.
Sì, sei tu, ma allo stesso tempo è ciò che di più lontano dal tuo Nome esista.
Oppure ci si ritira, ormai incapaci di parola, perché ne esiste una che deve germinare, coi suoi tempi. E i suoi tempi non sono i tuoi, sempre troppo irruenti.
Oppure ancora, ci si ritira per tornare nella stanza azzurra che reclama pulizia e manutenzione e brama la sacralità di un suono di Shofar o la malinconica visione di quello del Duduk.
Ci si ritira dal dire, dal dirsi, dal darsi, dal rappresentarsi, a volte, per ritrovare la spontaneità di un sorriso, di un abbraccio o d'una carezza.
E poi ci si ritira altre volte, come avviene a me, con la schiena rotta dopo aver seminato e arato il campo con la massima cura.
Dopo aver recitato formule sacre e preghiere antiche, ci si ritira nella propria cascina, sapendo di aver donato il donabile e attendendo, fiduciosi, che il raccolto sia abbondante.
C'è un ritiro di attesa dei frutti, le cui condizioni tu hai fatto il possibile perché si avverino; e, stanco, guardi il cielo e, ironico, gli chiedi di non fare scherzi.
Perché, se il cielo impedisse alla parola che hai seminato di germogliare, in fondo ci perderebbe il mondo della cui armonia il cielo stesso è garante.
Il resto è solo un grande "speriamo che regga", lanciato dal luogo azzurro, dalla cascina calda del ritiro.

56 Passi cadenzati 

C'è un passo, sconosciuto ai più, (lento e cadenzato) che chi ama compie.
Un circumnavigare (lento e ritmato) il corpo e l'anima delle coste su cui desidera approdare.
Che la lentezza dei movimenti spesso non è che lo specchio dei turbini del corpo.
C'è un passo, denso di rispetto, che chi anela (anche di lontano) compie.
E tacita la sua voce, perché l'orecchio non distragga dal piacere del calore dei piedi sulla sabbia, delle mani che si intrecciano e degli sguardi che giocano a scivolo su ciglia nere e lunghe.

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