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La danza dello scrittore

 


J. B. Bach - Prelude 1 in C Major BWV 846 from the Well-Tempered Clavier (Tzvi Erez)



È una questione di appoggi, sai.

Scrivere è essenzialmente una questione di appoggi. Fisici, corporei, mentali.

I pensieri, le idee, le intuizioni non hanno forma, prima di adagiarsi su una superficie ruvida.

Che sia un foglio bianco di carta, o la tastiera di un PC , le idee e le intuizioni non hanno forma prima di calare sul reale.

Scriviamo come danziamo. Un passo prepara il balzo verso il cielo, la piroetta o le figure a terra.

Così chi scrive sa bene che una parola trascina la successiva verso il cielo (o a terra), a volte senza un disegno apparente.

Per questo scrivere è essenzialmente una questione di appoggi; più o meno calcati, più o meno aderenti al terreno.

Ho visto gente danzare attorno ad un idea per ore, prima di scrivere la prima lettera, e io stesso, lo sai, attendo sempre degli eoni prima di lasciare un segno.

Perché lasciare un segno è un atto inesorabile, incontrovertibile.

Perché lasciare un segno è un gesto di modificazione dell'universo intero.

Ciò che è prima della scrittura, dopo la scrittura non è più.

Ciò che è prima del primo passo di danza, dopo non è più.

Ma tu forse non capisci bene ciò che voglio dire.

Allora scuoto questo inutile scrigno di premesse e ne estraggo un racconto breve, molto breve, sulla danza dello scrittore.

IMMAGINA 

Immagina un bimbo di sei anni. Immaginalo come vuoi tu.

Un bimbo di sei anni davanti a un foglio bianco. Con la penna in mano.

Immagina che nella sua stanzetta sia solo silenzio, che dalla cucina arrivino profumi di bolliti e che il bimbo stia aspettando il ritorno del papà da un viaggio di lavoro.

Immagina poi che la mamma canti in cucina, mentre apparecchia tavola.

Il bimbo, sai, non ha grandi appoggi.

Sono poche le parole che conosce. E ancor meno quelle che sa scrivere.

Tu immagina, ma il nostro bimbo non immagina. Quelle cose le sta vivendo davvero.

E conta le parole che conosce e quelle che sa scrivere e appoggia la penna la foglio.

Immagina un tratto verde, colorato. Su un foglio bianco.

Uno di quegli A4 che sono la tentazione mia da sempre.

Vuoti da riempire. Di parole.

Il bambino appoggia la penna e forse macchia il foglio. Forse ha premuto troppo.

Un appoggio calcato, persino troppo, chiama parole forti, e al bimbo si illuminano gli occhi.

Ha un'idea. O forse un'idea finalmente ha trovato il suo appoggio. E scrive

“Mama e papa vi voio bene”.

Ora il bimbo ha tra i venti e i trent'anni. Il suo vocabolario è molto ricco.

Ha letto e scritto e studiato e meditato.

Tiene la stilografica in mano come un cavaliere medievale la sua spada, o un pizzaiolo la sua pala da forno, o un pasticcere la frusta per montare il bianco d'uovo.

Strumenti che non mentono.

Strumenti da rispettare perché ci siano alleati e non nemici.

Il bimbo adulto non ha un foglio davanti, ma un taccuino.

E una lacrima sul volto.

E scrive una frase sola.

“7 marzo - Francesca non è più, l'ha portata via il male che non si nomina.

7 marzo - Nemmeno io sono più.”

Un appoggio leggero, come una piuma, per dire la cosa più pesante che si possa dire.

Parole che fermano le lacrime, da tenere come dolci avanzati “per domani”.

Perché ci ricordino di essere vivi ancora.

Ora il bimbo immaginalo di più di cinquant'anni.

Ha un vocabolario immenso, ma lo riduce.

Perché la vita gli ha tolto la smania di riempire.

Sente che è arrivata l'ora di lasciar cadere pesi e lemmi e parole inutili.

E il suo strumento è la cesoia.

E appoggia la sua stilografica al ricordo e un piccolo sorriso si dipinge sul suo volto.

Prende il foglio e la stilografica in mano e mescola gli stili.

E scrive una frase né lunga né corta.

La scrive come un bimbo, ridendo.

Un bimbo dal vocabolario immenso, lasciato cadere a terra per i bimbi di domani.

Se tu lo sbirciassi ora, senza farti vedere, mentre scrive e sorride forse riusciresti a leggere

“È ora che vada, “voio” tornare al profumo del bollito e alla capacità di costruire mondi con sole tre parole, “voio” dire a Francesca che non l'ho dimenticata, “voio” conoscere il regno dove “l'erba voio” non è solo per il giardino del re”.
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