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Et vous êtes passée



"Et vous êtes passée
Demoiselle inconnue
À deux doigts d'être nue.

Sous le lin qui dansait"
(J .Brel)


Non lo dico io; lo dice Jaques Brel nella più lirica delle sue canzoni.
Io invece sono un pover'uomo. Un essere banale davvero che ha avuto nella vita il massimo punto di elevazione (e di bassezza) nell'aver capito profondamente quanta ruvidità possa portare ai nostri piedi il fragile e delicato esercizio della "danza su fili di lino".

Io sono una pietruzza banale del gretto di un fiume impetuoso che ha avuto come massima elevazione (e punto di bassezza) l'aver saputo dire ai diamanti, zaffiri, perle e giade che ha incontrato un bisbigliato: "Eccomi qui. Ci sono".

Io sono il più umile degli allievi davanti al più grande dei maestri. 
Un figlio poi, e prima, che ha avuto la massima elevazione (e punto di bassezza) nell'aver saputo dire "Basta, io da ora faccio da padre a me stesso", proprio a chi si è dimostrato incapace di parole di stima.

Io sono un ladro di parole, di sensazioni, un borseggiatore di silenzi altrui, che ha avuto la più grande elevazione (e punto di bassezza) nell'aver sempre lasciato un biglietto di ringraziamento, io novello Arsenio Lupin, alle vittime dei miei furti.

Io, piccolo, infimo, zoppicante danzatore sui pezzi di vetro di De Gregori, equilibrista dell'impossibile anelito verso l'unione, io Sergio, io Fedro, io Daniele, creatura della penombra, senza nemmeno la kafkiana dignità d'insetto, oggi la sento tutta, ma propria tutta la fatica di farsi piccoli per lasciare spazio al grande altrui. Il peso del ritiro per lasciare dignità all'altro. E vorrei urlare al mondo.
"Fermati, ma non vedi quali tesori getti incurante tra le tue immondizie?".

Ma l'insetto non ha voce. Si ritira sotto la pietruzza e comincia da capo a mettere in ordine le sue briciole. Le sue parole, i suoi tratti, i suoi puntini. 
Così, compulsivamente, perché va fatto, nel silenzio.

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