(Redazione) - "La pietra che trasmette: Even, av e ben nella tradizione e nella poesia del Novecento" - saggio di Sergio Daniele Donati
Il
saggio indaga il simbolo della pietra nella poesia del Novecento
attraverso il modello ebraico di even
(אֶבֶן),
la pietra come segno di trasmissione fra le generazioni. La lettura
paronomastica che scompone even
in av
(אָב,
«padre») e ben
(בֵּן,
«figlio»), con la lettera bet
come cerniera, viene collocata nella sua posizione filologica: derash
di circolazione moderna, che dispone di precedenti verificabili nel
Targum al Salmo 118,22 e nella formula biblica delle «pietre di
memoriale per i figli d’Israele». Su questa base si leggono
quattro testi: Kamen’
e il manifesto Utro
akmeizma
di Mandel’štam, dove la pietra è fondamento di un’eredità
scelta; Sono
una creatura
e San
Martino del Carso
di Ungaretti, dove è il corpo muto del lutto; Shemà
di Levi, dove il comando di scolpire nel cuore e di ripetere ai figli
incontra la maledizione dell’interruzione; Engführung
di Celan, dove le pietre bianche segnano il luogo senza nome. Il
Novecento poetico ne risulta come stagione in cui la pietra indica,
insieme, la possibilità e il rischio della trasmissione.
1. Una piccola premessa
La
pietra appartiene al nucleo più antico del repertorio simbolico:
cippo, lapide, altare, soglia, muro. La poesia del Novecento l’assume
con insistenza singolare. Kamen’
(«Pietra») intitola, nel 1913, la prima raccolta di Osip
Mandel’štam; la pietra del San Michele accoglie nel 1916 il pianto
del soldato Ungaretti; la pietra, sotto forma di verbo (scolpitele),
regge nel 1946 il comando di Shemà
di Primo Levi; le pietre bianche di Engführung
chiudono nel 1959 Sprachgitter
di Paul Celan.1
Il saggio assume come chiave interpretativa un’idea che l’ebraico
consegna alla lingua stessa: la pietra, even
(אֶבֶן),
come segno e strumento di trasmissione fra padri e figli.
Occorre
dichiarare lo statuto di tale chiave. Il saggio distingue tre piani:
il piano filologico, che indaga lessico e occorrenze bibliche; il
piano del derash,
la lettura omiletica che trae senso dalla forma delle parole; il
piano della ricezione poetica, nel quale i testi del Novecento
riprendono, deformano o contraddicono il modello. Il confronto con i
quattro testi esclude l’ipotesi di una discendenza diretta: per
Mandel’štam, Levi e Celan, di famiglia o di formazione ebraica, la
chiave è storicamente plausibile; per Ungaretti funziona come
termine di contrasto.
Per
«trasmissione» si intendono in ebraico masorah
e qabbalah,
la consegna di ciò che si è ricevuto: l’insegnamento che, secondo
Pirqe
Avot
1,1, Mosè ricevette al Sinai e trasmise a Giosuè, e questi agli
anziani, in una catena senza salti.2
La catena ha una forma generazionale e una forma materiale, nella
quale gli oggetti, e le pietre in primo luogo, sostengono la parola:
ciò che la voce affida all’orecchio, la pietra lo affida allo
sguardo e al tempo. La tesi del saggio si enuncia così: nella poesia
del Novecento la pietra opera come segno di trasmissione in senso
doppio, perché indica la continuità fra le generazioni e, nella
stagione della catastrofe, segnala il punto in cui tale continuità
si interrompe.
2. Even: lessico, paronomasia e derash
Il
vocabolo even
(אֶבֶן),
«pietra», appartiene al lessico comune delle lingue semitiche e
ricorre con grande frequenza nella Bibbia ebraica, come materiale da
costruzione, come pietra di confine, come altare, come tavola di
scrittura.3
Dal punto di vista della linguistica storica nulla autorizza a
derivarlo da av
(«padre») e da ben
(«figlio»)4.
L’accostamento appartiene a un altro regime di senso.
La
lettura che scompone even
in av
e ben
si fonda su un dato grafico: la parola si scrive con tre lettere,
alef,
bet,
nun
(אבן);
le prime due compongono av
(אב-padre),
le ultime due compongono ben
(בן-figlio),
e la bet
appartiene a entrambe. La lettura circola nella letteratura omiletica
e divulgativa contemporanea, spesso di orientamento cristiano, dove
assume anche valenze cristologiche.5
Nelle fonti rabbiniche classiche da me consultate non ho riscontrato
un’attestazione esplicita; il saggio la tratta perciò come derash
moderno di tipo paronomastico, e ne verifica la fecondità
interpretativa senza attribuirle un’antichità documentata.
Quanto
alla figura, il termine «chiasmo» richiede una precisazione. Il
chiasmo in senso stretto è l’inversione ABBA. Nell’even
la figura è un incastro: la bet
è lettera finale di av
e iniziale di ben,
e funge da cerniera fra i due termini. Il saggio conserva il termine
«chiasmo», autorizzato dall’uso, per designare la struttura di
scambio che la parola mette in forma: il padre prolunga il proprio
nome nel figlio attraverso la lettera comune, e il figlio riceve nel
proprio nome la lettera finale del padre. Un chiasmo in senso
proprio, come si vedrà nella sezione 3, si trova in Giosuè 4,21-22,
dove i ruoli di chi chiede e di chi risponde si invertono fra padri e
figli attorno alle pietre.
La
bet
orienta un intero campo semantico. È la prima lettera di bayit,
«casa»: il Sefer
ha-Bahir
legge la bet
di Bereshit,
chiusa su tre lati e aperta davanti, come bayit.6
È la lettera iniziale di ben
e di banah,
«costruire», verbo con il quale ben
è, secondo un’ipotesi di parentela non dimostrata, connesso.7
Il Talmud trasforma l’affinità in precetto di lettura: in Isaia
54,13 si legga bonayikh,
«i tuoi costruttori», in luogo di banayikh,
«i tuoi figli».8
Casa, figlio, costruzione e pietra concorrono così a una medesima
costellazione: i figli costruiscono la casa con le pietre, e la casa
conserva i padri.
Le
fonti bibliche conoscono il gioco fonico fra even
e ben.
Il toponimo Even
Bohan ben-Re’uven,
«pietra di Bohan figlio di Ruben», in Giosuè 15,6 e 18,17, accosta
i due vocaboli nella stessa espressione.9
Il Salmo 118,22, «La
pietra scartata dai costruttori è divenuta testata d’angolo»,
riunisce even
e bonim,
due termini che l’ebraico pone in relazione con ben;
il Targum, che al posto della pietra legge «il fanciullo» (talya)
rifiutato dai costruttori tra i figli di Iesse, vi riconosce la
figura di Davide.10
La stessa formula regge i due maggiori memoriali di pietra della
Torah e dei Profeti anteriori: le pietre dell’efod sono avnei
zikkaron livnei Yisra’el,
«pietre di memoriale per i figli d’Israele» (Es 28,12), e le
pietre del Giordano sono le-zikkaron
li-vnei Yisra’el
(Gs 4,7).11
La pietra è memoriale, e il suo destinatario è il figlio.
3.
La pietra e la trasmissione nella tradizione biblica
La
Bibbia ebraica conosce la pietra come segno fin dalle origini
patriarcali. Giacobbe, risvegliato dal sogno di Betel, prende la
pietra che gli era servita da capezzale, la erige a matzevah
e vi versa olio; alla morte di Rachele erige un cippo sulla sua
tomba; l’accordo con Labano si suggella in un tumulo di pietre,
Galed,
«mucchio di testimonianza».12
Nell’ambito legale e liturgico la pietra riceve la scrittura: le
tavole di pietra (luchot
ha-even)
recano il decalogo scritto dal dito di Dio, e le pietre intonacate
del monte Ebal devono accogliere le parole della legge.13
La
funzione trasmissiva della pietra riceve in Giosuè 4 la sua
formulazione più compiuta. Dopo la traversata del Giordano dodici
uomini prelevano dodici pietre dal letto del fiume e le erigono a
Gàlgala. Il testo ne dichiara lo scopo con una formula che ricorre,
con varianti, in più luoghi della Torah:14
«Che
significano per voi queste pietre?»
(Gs 4,6, CEI). La domanda, posta dai figli, attiva la risposta dei
padri; la pietra, muta in sé, diventa discorso quando qualcuno la
interroga.
Il
versetto 21 riprende la formula e ne esplicita la struttura
generazionale: asher
yish’alun benekhem machar et-avotam lemor: mah ha-avanim ha-elleh,
«quando in avvenire i vostri figli domanderanno ai loro padri: che
cosa sono queste pietre?».15
Nel medesimo versetto compaiono i tre termini: banim
(figli), avot
(padri), avanim
(pietre). Il versetto successivo capovolge la posizione dei ruoli:
«voi
lo farete sapere ai vostri figli»
(Gs 4,22), cosicché i figli chiedono ai padri e i padri informano i
figli. Lo scambio è chiastico in senso proprio: figli e padri nel
versetto 21, padri e figli nel versetto 22, con le pietre a fare da
perno fra i due movimenti.
La
pietra segna anche il soccorso ricevuto: Samuele erige una pietra e
la chiama Even
ha-‘ezer,
«pietra del soccorso», perché «fin
qui ci ha aiutato il Signore»
(1 Sam 7,12). E segna la rovina: nelle Lamentazioni le pietre del
santuario sono sparse all’angolo di ogni strada, e i figli di Sion,
preziosi come oro fino, sono stimati come vasi di argilla (Lam
4,1-2).16
Nel passo la sorte delle pietre e quella dei figli si dispongono in
parallelo: la distruzione colpisce insieme la materia che trasmette e
i destinatari della trasmissione.
La
tradizione profetica e sapienziale sposta progressivamente la
scrittura dalla pietra al cuore. Il libro dei Proverbi invita a
scrivere l’insegnamento «sulla
tavola del tuo cuore»
(Pr 3,3), Geremia annuncia una legge scritta nel cuore (Ger 31,33), e
il comando dello Shemà
ordina che le parole stiano nel cuore e siano ripetute ai figli (Dt
6,6-7).17
Il passaggio trasferisce all’interiorità e alla ripetizione orale
la funzione della pietra, e ne conserva il modello. L’espressione
«scolpire nel cuore» riprende alla lettera, come si vedrà con
Levi, tale doppia eredità.
La
tradizione post-biblica conserva la pietra come luogo di memoria. Nel
Tempio la Even
ha-Shetiyah,
la «pietra di fondazione», occupava il posto dell’arca dopo la
sua scomparsa;18
sulle tombe ebraiche si pone un sassolino a ogni visita. L’origine
del costume è incerta, e il precedente biblico più vicino è il
cippo di Rachele; il sassolino segnala che qualcuno è venuto e che
il defunto non è dimenticato, e contrappone la durata della pietra
alla caducità dei fiori.19
4.
Il Novecento e l’interruzione della catena
Il
Novecento letterario eredita la pietra in una condizione nuova,
determinata dall’esperienza della guerra di massa e dello
sterminio. Walter Benjamin, nel saggio sul narratore, ricordava che i
combattenti erano tornati dal fronte ammutoliti, più poveri di
esperienza comunicabile: la trasmissione, che presuppone
un’esperienza narrabile e un destinatario che la raccolga, entrava
in crisi.20
La
poesia risponde con un lavoro sulla materia più antica, e la pietra
diviene uno dei luoghi in cui la crisi si manifesta.
Quattro
testi consentono di descrivere una gamma: la pietra come fondamento
di un’eredità scelta (Mandel’štam), come corpo muto del lutto
(Ungaretti), come comando e come maledizione (Levi), come luogo senza
nome (Celan). Si procede in ordine cronologico, dal 1913 al 1959.
5.
Mandel’štam: la pietra come fondamento
La
prima raccolta di Mandel’štam, Kamen’,
esce nell’aprile del 1913 a Pietroburgo presso l’editore Akme, in
trecento copie, a spese dell’autore, con il denaro del padre; una
seconda edizione, ampliata a sessantasette poesie, appare nel 1916,
una terza nel 1923.21
Il titolo, forse suggerito da Gumilëv e sostitutivo di un progetto
originario che prevedeva Rakovina,
«Conchiglia», dichiara una scelta poetica: la poesia come
costruzione.
Il
manifesto del gruppo, Utro
akmeizma
(«Il mattino dell’acmeismo»), scritto nel 1913 e pubblicato nel
1919, applica alla poesia il linguaggio dell’edilizia. Mandel’štam
vi scrive: «Costruire
significa lottare contro il vuoto, ipnotizzare lo spazio»,
e ancora: «L’architetto
dice: costruisco, dunque ho ragione».22
La guglia gotica riceve nello stesso testo il suo senso dalla volontà
di pungere il cielo e di rimproverarlo di essere vuoto. La pietra è
dunque il materiale della volontà: l’acmeista si fida della realtà
del materiale e vi trova la propria giustificazione.
La
scelta della pietra intreccia un dato biografico. Il padre di
Mandel’štam, mercante di pelli, aveva abbandonato la formazione
rabbinica per un’istruzione secolare in Germania; il poeta, nato in
una famiglia ebraica, fu battezzato nel 1911 da pastori metodisti.
Nel bozzetto Il
caos giudaico
di Il
rumore del tempo
(1925) egli descrive il mondo ebraico di famiglia come un caos
estraneo all’animo del bambino, mentre l’architettura di
Pietroburgo, che da fanciullo lo colpì profondamente, gli offrì un
ordine.23
La
tradizione ebraica della trasmissione giunge dunque a Mandel’štam
spezzata: il padre ha interrotto la catena rabbinica, e il figlio
sceglie un’altra eredità, quella della pietra europea. Un dato
materiale conferisce a tale scelta la sua ironia: Kamen’
è stampato con il denaro del padre. Il lessico di av,
ben
ed even
si ritrova qui in forma obliqua: il padre (av)
finanzia la pietra (even)
che il figlio (ben)
eleggerà a fondamento di un’eredità diversa da quella paterna.
Per Mandel’štam la pietra è il segno di una trasmissione scelta:
la cultura come edificio che le generazioni costruiscono e che
sostiene chi vi abita. Il modello ebraico vi agisce come assenza
determinante, perché la pietra occupa il posto che la catena paterna
ha lasciato libero.
6.
Ungaretti: la pietra muta
Sono
una creatura,
scritta a Valloncello di Cima Quattro il 5 agosto 1916 e pubblicata
nel Porto
sepolto,
poi nell’Allegria,
si apre con un paragone: «Come
questa pietra / del S. Michele».24
La pietra del Carso è detta fredda, dura, prosciugata, refrattaria,
«totalmente
/ disanimata»:
l’elenco degli aggettivi ne fa un oggetto che rifiuta ogni scambio.
Il pianto del soldato è come questa pietra, «che
non si vede».
Il componimento si chiude con una sentenza: «La
morte / si sconta / vivendo».
Messa
a confronto con il modello di Giosuè, la pietra di Ungaretti ha una
caratteristica precisa: nessuno la interroga e nessuno risponde. Nel
testo manca la figura del figlio che domanda, e manca, con essa, il
padre che racconta. La pietra è la materia del lutto prima che
questo diventi messaggio; il pianto resta invisibile, e il poeta lo
identifica con una cosa. Il titolo applica a chi parla il vocabolo
creatura,
che presuppone un creatore e colloca il soldato nella condizione di
essere fatto di terra e destinato alla morte; la sentenza finale, che
fa della vita il tempo in cui si paga la morte, rinvia a tale
orizzonte creaturale. Il confronto con Giosuè esclude ogni ipotesi
di dipendenza, e serve a misurare una differenza.
In
San
Martino del Carso
la pietra compare come rovina: «Di
queste case / non è rimasto / che qualche / brandello di muro».
Il verso successivo sposta la memoria dalla pietra al cuore: «nessuna
croce manca»,
e il cuore diviene «il
paese più straziato».25
Ungaretti ripete così, senza riferimento esplicito alla Bibbia, una
trasposizione analoga a quella che la tradizione biblica compie dalla
tavola di pietra alla tavola del cuore: il luogo della memoria
diventa interno. Il lutto del soldato abita il cuore, e il cuore è
un cimitero dove le croci sostituiscono le pietre. Ungaretti segna
dunque il limite del modello: una pietra senza interlocutore, che
registra l’interruzione del discorso fra le generazioni nella
guerra che manda i figli a morire prima dei padri.
7.
Levi: comando e maledizione
Il
10 gennaio 1946 Primo Levi data la poesia che, posta come epigrafe a
Se
questo è un uomo
(Torino, De Silva, 1947) e intitolata Shemà
nella raccolta Ad
ora incerta
(1984), costituisce il testo più esplicito, nel corpus qui
considerato, di una poetica della trasmissione.26
Il titolo definitivo rinvia alla preghiera centrale dell’ebraismo,
Shemà
Yisra’el,
«ascolta, Israele» (Dt 6,4), e la seconda parte del testo ne
riprende la struttura.
Il
confronto è puntuale. Il Deuteronomio ordina che le parole stiano
nel cuore, che siano ripetute ai figli e che se ne parli stando in
casa e camminando per via, coricandosi e alzandosi.27
Levi scrive: «Vi
comando queste parole»,
e prosegue con gli imperativi «Scolpitele
nel vostro cuore»
e «Ripetetele
ai vostri figli»,
in una scansione spaziale e temporale che coincide con quella del
Deuteronomio.
Il
verbo scolpitele
attira l’attenzione. Scolpire è un lavoro di pietra: richiama le
luchot
ha-even,
le tavole di pietra, e le trasferisce al cuore, secondo il movimento
che la Bibbia stessa compie da Proverbi 3,3 a Geremia 31,33. Nella
poesia di Levi la pietra agisce nel verbo, e il cuore diviene la
lapide su cui incidere ciò che è stato. Il testo riunisce così le
tre stazioni della pietra biblica: la tavola della legge, il
memoriale destinato ai figli, il cuore come luogo di scrittura.
La
poesia si chiude con una maledizione in tre membri. Il primo recita
«O
vi si sfaccia la casa»,
l’ultimo «I
vostri nati torcano il viso da voi».
Il testo mette a confronto due esiti della trasmissione. Se i
destinatari ripetono, la catena continua; se tralasciano, la casa
(bayit)
si disfa e i figli voltano il volto. Il lessico della lettera bet
ritorna in forma negativa: crolla la casa che le pietre e i figli
dovevano costruire, e il figlio volge il viso al padre.
Un’osservazione testuale rafforza la lettura: il comando usa figli,
termine di relazione, e la maledizione usa nati,
termine che nomina il fatto biologico. Chi si volge altrove è ormai
un nato, e ha cessato di essere un figlio. Il chiasmo di Giosuè 4,
nel quale i figli domandano e i padri rispondono, è qui sospeso: se
i figli distolgono il viso, nessuno domanda, e la pietra tace.
8.
Celan: la pietra e il luogo senza nome
Engführung,
ultimo componimento di Sprachgitter,
prende il titolo dal termine musicale per lo stretto
della fuga, la sovrapposizione serrata delle entrate del tema.28
Il testo si apre con una scena di paesaggio: «Verbracht
ins / Gelände»,
trasferito nel terreno. Il verbo verbringen
evoca, nella lettura che propongo, uno spostamento forzato. Seguono
le linee: «Gras,
auseinandergeschrieben. Die Steine, weiß, / mit den Schatten der
Halme».
Il
paesaggio è una pagina: l’erba è «scritta in modo disperso», e
le pietre bianche compaiono con le ombre degli steli. Subito dopo il
testo dà un comando che interrompe la lettura: «Lies
nicht mehr — schau!»
e «Schau
nicht mehr — geh!».
La scrittura cede al vedere e il vedere al camminare. La pietra,
nella tradizione seguita in questo saggio, era tavola da leggere e
memoriale da interrogare; nel poema di Celan diventa cosa da
guardare, in un luogo dove l’interrogazione dei figli ai padri non
ha più chi risponda.
Più
avanti il poema nomina il luogo dei morti con una frase che lo
cancella: il luogo dove giacevano «er
hat / einen Namen — er hat / keinen»,
e soggiunge: «Etwas
/ lag zwischen ihnen»,
qualcosa giaceva fra loro; «sahn
nicht hindurch»,
non videro attraverso.29
Propongo di leggere in quel qualcosa
la figura dell’intervallo che si frappone fra i morti, e dunque fra
le generazioni. Il qualcosa che giace fra i morti funziona come
pietra d’interruzione: separa là dove la pietra di Giosuè
mediava. Il chiasmo dei ruoli, che in Giosuè fa passare la parola
dagli uni agli altri, si arresta davanti a un oggetto che non può
essere interrogato.
Le
pietre bianche di Engführung
richiamano, per un lettore che conosca l’uso ebraico del sassolino
sulle tombe, la condizione dei luoghi della morte. Propongo di
leggerle come l’unico segno di un’assenza di segni: la pietra
indica che qualcuno è giaciuto là, e il luogo resta senza nome. La
pietra di Celan è dunque il punto in cui la trasmissione incontra il
proprio limite: la parola non può passare da padre a figlio, perché
ignora dove giacciono i padri. Il poema trasforma l’interrogazione
di Giosuè in comando di guardare e proseguire, e il silenzio dei
morti in forma.
_______
I
quattro testi, in
conclusione,
mostrano la pietra
del Novecento
in quattro posizioni. In Mandel’štam è fondamento di un’eredità
scelta, edificata al posto di quella paterna. In Ungaretti è corpo
muto del lutto, senza interlocutore. In Levi è il comando di
scolpire nel cuore e di ripetere ai figli, insieme con la maledizione
dell’interruzione. In Celan è il luogo senza nome in cui la
trasmissione incontra il proprio limite e la lettura cede al
guardare. La costellazione ebraica di even,
av
e ben
offre al lettore un criterio per distinguere tali posizioni: ogni
pietra va misurata sul triangolo che unisce il padre che racconta, il
figlio che interroga e la pietra che sta in mezzo.
Il
criterio ha limiti dichiarati. La lettura av
+ ben
è un derash
moderno, e la tradizione classica ne offre soltanto precedenti
analoghi; il corpus è ristretto a quattro autori; Ungaretti non
appartiene alla tradizione ebraica e il suo testo vale come
contrasto. Entro questi limiti il triangolo consente di leggere il
Novecento poetico come stagione in cui la domanda di Giosuè, «Che
significano per voi queste pietre?»,
viene riformulata da poeti che non sanno più a chi rivolgersi, o che
trovano il destinatario soltanto nel lettore futuro. Il verso di
Levi, che comanda di ripetere ai figli, e quello di Celan, che invita
a guardare e ad andare, si dispongono allora ai due estremi di una
medesima scena: la parola che si affida alla pietra perché qualcuno,
domani, domandi.
Per la Redazione de Le parole di Fedro
il caporedattore - Sergio Daniele Donati
PICCOLA BIBILIOGRAFIA ESSENZIALE
Benjamin
W., Angelus
Novus. Saggi e frammenti,
a cura di R. Solmi, Einaudi, Torino 1962.
Biblia
Hebraica Stuttgartensia,
ed. K. Elliger – W. Rudolph, Deutsche Bibelstiftung, Stuttgart
1977.
Celan
P., Gesammelte
Werke in fünf Bänden,
hrsg. B. Allemann – S. Reichert unter Mitwirkung von R. Bücher,
Suhrkamp, Frankfurt a.M. 1983.
Celan
P., Poesie,
a cura di G. Bevilacqua, Mondadori («I Meridiani»), Milano 1998.
Koehler
L. – Baumgartner W., The
Hebrew and Aramaic Lexicon of the Old Testament,
Brill, Leiden 1994-2000.
Levi
P., Se
questo è un uomo,
De Silva, Torino 1947; Einaudi, Torino 1958; Opere,
I, Einaudi, Torino 1997.
Levi
P., Ad
ora incerta,
Garzanti, Milano 1984.
Mandel’štam
O., Pietra,
testo russo a fronte, La Vita Felice, Milano 2023.
Mandel’štam
O., Utro
akmeizma
(1913; pubbl. 1919); Šum
vremeni
(1925).
La
Sacra Bibbia,
versione CEI, Conferenza Episcopale Italiana, 2008.
Ungaretti
G., Vita
d’un uomo. Tutte le poesie,
a cura di L. Piccioni, Mondadori («I Meridiani»), Milano.
NOTE
1 Per
le citazioni bibliche si usa La
Sacra Bibbia,
versione CEI, Conferenza Episcopale Italiana, 2008; il testo ebraico
è quello della Biblia
Hebraica Stuttgartensia,
ed. K. Elliger – W. Rudolph, Deutsche Bibelstiftung, Stuttgart
1977. Per i testi poetici si vedano le note delle sezioni 5-8 e la
bibliografia.
2 Pirqe
Avot
1,1 (Mishnah, trattato Avot).
3 L.
Koehler – W. Baumgartner, The
Hebrew and Aramaic Lexicon of the Old Testament,
Brill, Leiden 1994-2000, s.v. אֶבֶן.
4
Per questro motivo tra l’altro sulle tombe dei cimiteri ebraici si
trovano pietre e non fiori, come segno di una continuità della
trasmissione ledor-vador (di
generazione in generazione)
5 La
lettura è documentata a titolo di testimonianza in sussidi
divulgativi online di orientamento cristiano, ad esempio nella voce
Bet
di Hebrew
for Christians,
dove l'accostamento di av
e ben
in even
assume anche valenze cristologiche (cfr. Sal 118,22; Mt 21,42).
6 Sefer
ha-Bahir
(Provenza, XII secolo), nella sezione sulle lettere dell'alfabeto;
per la lettura bet-bayit
si veda la versione inglese di A. Kaplan, The
Bahir,
Weiser, York Beach (ME) 1979.
7 Abarim
Publications, Hebrew
Dictionary,
voce 'eben
(online), che segnala la possibile relazione tra ben
e banah.
8 Berakhot
64a; Shabbat
114a, su Is 54,13.
9 Gs
15,6; 18,17 (BHS). L'osservazione sul gioco fonico con ben
è in Abarim Publications, cit.
10 Targum
Tehillim
118,22 (testo aramaico consultato in Sefaria online); per il gioco
even-ben
nel Salmo e nel suo uso neotestamentario (Mt 21,33-46 e paralleli)
si veda Texts
in Conversation
(intertextual.bible), schede su Sal 118,22. Traduzione del versetto
mia.
11 Es
28,12 e Gs 4,7 (BHS). Traduzioni mie.
12 Gen
28,18-22; 31,45-52; 35,20.
13 Es
31,18; 34,1; Dt 27,2-8.
14 Es
12,26; 13,14; Dt 6,20; Gs 4,6.21.
15 Gs
4,21-22 (BHS). Traduzione mia.
16 1
Sam 7,12; Lam 4,1-2. Traduzioni mie.
17 Pr
3,3; Ger 31,33; Dt 6,6-7. Traduzione mia di Pr 3,3.
18 Mishnah
Yoma
5,2.
19 D.
Wolpe, Why
Jews Put Stones on Graves,
My Jewish Learning (online); per il precedente biblico del cippo di
Rachele, Gen 35,20. L'origine del costume resta incerta.
20 W.
Benjamin, Il
narratore. Considerazioni sull'opera di Nikolaj Leskov
(1936), in Angelus
Novus. Saggi e frammenti,
a cura di R. Solmi, Einaudi, Torino 1962.
21 О.
Мандельштам, Камень,
Акмэ, Петербург 1913; ed. it. Pietra,
testo russo a fronte, La Vita Felice, Milano 2023. Per il padre, la
formazione rabbinica abbandonata, il finanziamento della stampa e il
battesimo del 1911 si veda Encyclopaedia
Britannica,
voce Osip
Mandelshtam
(online).
22 О.
Мандельштам, Утро
акмеизма
(scritto nel 1913, pubblicato nel 1919). Traduzioni mie dal testo
russo.
23 О.
Мандельштам, Шум
времени
(1925), bozzetto Хаос
иудейский;
per l'impressione esercitata dall'architettura di Pietroburgo sul
poeta bambino cfr. Большая
российская энциклопедия,
voce Мандельштам
Осип Эмильевич.
24 G.
Ungaretti, Sono
una creatura
(Valloncello di Cima Quattro, 5 agosto 1916), in Il
porto sepolto,
Stabilimento Tipografico Friulano, Udine 1916, poi in L'Allegria,
Preda, Milano 1931; ora in Vita
d'un uomo. Tutte le poesie,
a cura di L. Piccioni, Mondadori («I Meridiani»), Milano.
25 G.
Ungaretti, San
Martino del Carso
(1916), in Il
porto sepolto
e in L'Allegria,
cit.
26 P.
Levi, Shemà,
datata 10 gennaio 1946, come epigrafe a Se
questo è un uomo,
De Silva, Torino 1947 (poi Einaudi, Torino 1958; Opere,
I, Einaudi, Torino 1997) e con il titolo Shemà
in Ad
ora incerta,
Garzanti, Milano 1984.
27 Dt
6,4-9 (CEI 2008).
28 P.
Celan, Engführung,
in Sprachgitter,
S. Fischer, Frankfurt a.M. 1959; cfr. Gesammelte
Werke in fünf Bänden,
hrsg. B. Allemann – S. Reichert unter Mitwirkung von R. Bücher,
Suhrkamp, Frankfurt a.M. 1983, vol. I; ed. it. Poesie,
a cura di G. Bevilacqua, Mondadori («I Meridiani»), Milano 1998.
Traduzioni dei passi mie.
29 P.
Celan, Engführung,
cit.

Commenti
Posta un commento