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(Redazione) - Dissolvenze - 51 - Triangle of Sadness* (欲望的几何**)

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  di Arianna Bonino Jan Peter Tripp, litografia "E l'abito nero con i pizzi sfarzosi non si vedeva su di lei; era solo una cornice, e si vedeva lei soltanto, semplice, naturale, elegante e insieme allegra e vibrante. [...] Anna sorrideva, e il sorriso si comunicava ai suoi occhi. [...] Le sue sopracciglia, nere e folte, erano unite da una linea sottile che conferiva al suo viso un carattere particolare, quasi fiero.” Quella leggera sinofria rivela il temperamento passionale, forse anche il destino drammatico di Anna Karenina, se Tolstoj decide di farvi cenno nel suo immortale romanzo. Ma le sopracciglia – che sia un visone o altra bestiola a rievocarne la setosa e selvatica irrequietezza - non sono solo quelle di Anna. Si pensi alla libertà indomabile di quelle di Fermina Daza, che Gabriel Garcia Marquez descrive così: "Le sue sopracciglia, lunghe e curve come ali di rondine, davano al suo sguardo una fierezza che la faceva apparire più adulta della sua età." E quell...

(Redazione) - Fisiologia dei significati in poesia - 21 - Analitica in poesia: in che senso?

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  di Giansalvo Pio Fortunato Raccogliere l’eredità di un atteggiamento analitico in poesia è sfida non da poco. Soprattutto perché sempre più impellente è la richiesta di chiarificazione rispetto ad elementi che, in una loro certa accezione, sembrano affidarsi ad un trasporto da significato comune ed invece, in una prospettiva analitica , possono condurre a dei deragliamenti, che privano di riferimenti: latitano nelle manovre effettive di abbordaggio.  Si può certamente ritenere che sia questo un sovra-pensiero, un tentativo maldestro di delimitare un campo di autorità rispetto a delle tematiche.  Si può parlare addirittura di tentativi da assolutismo visuale.  Nulla di tutto questo, tuttavia, è manifestato all’interno di un atteggiamento analitico in poesia o all’interno di una fruttifica relazione con la concettualizzazione auto-riflessiva sui tempi e sui modi della poesia. Questa uscita mensile è uscita d’appendice.  Uscita d’appendice – a mio parere – non me...

(Redazione) - Amerinda - 06 - La guerra? Non finisce mai (Poesia argentina e Malvinas: Un’antologia 1833 – 2022 - Parte Seconda)

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  di Antonio Nazzaro A mo’ di prefazione Da quando il soffio dei venti di guerra si è fatto urlo, chi scrive queste poche righe, si è ritrovato a scoprirsi pacifista. Forse per l’incapacità davanti all’orrore di prendere partito. Questo non significa stare dalla parte sbagliata — come accadde per l’Italia e gli italiani fascisti — ma semplicemente vedere la guerra come un delitto di lesa umanità. Questa seconda parte di questo viaggio nella guerra delle Malvinas passa per la voce di tre poetesse. Diverse scelte poetiche, diverse visioni e canti eppure unite dalla speranza disperata e da una guerra che non finisce. Non termina dopo l’ultimo sparo, ma continua ad uccidere e quasi per assurdo a dare una speranza di un’altra vita. La poesia di Prilutzky Farny si immerge nel mito — come altri testi dell'antologia —non nasconde un forte senso nazionalista. Tuttavia le sue amazzoni non sono donne prigioniere, secondo i topos del XIX secolo, ma di donne che si liberano degli uomini. C'...

(Redazione) - Anfratti - 13 - La buona distanza

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  Di Alessandra Brisotto A proposito di distanza, che si differenzia dalle distanze per la sua vicinanza, mi sovviene spesso l’immagine delle linee di Nazca , in Perù. Per l’ennesima volta mi sono ritrovata nuovamente in volo, nel tragitto che unisce il mio io comunemente chiamato Alessandra con il mio io originario, che sempre c’è, ma che di tempo in tempo si copre di sabbia e dimenticanza. A intervalli perlopiù irregolari, quando la vita srotola voci e fatti ad un ritmo fragoroso, la mia anima si stacca automaticamente dalle pietre accatastate l’una dopo l’altra in processione incomprensibile. Dalla distanza buona posso allora riconoscere il disegno originario del mio io, enormemente piccolo, la sua distinzione dal resto del paesaggio, in quegli istanti adatto solo ad accoglierlo, a scartarne i confini. Dall’alto del mio io-non-io riscopro il sentire e il desiderio di rientrare laggiù, da dove sono partita, di fondermi con quella figura nitida, ben definita e completa di sé. Tut...

(Redazione) - Paul Klee: la parola come forma, la forma come campo di formazione - di Sergio Daniele Donati

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Ci sono artisti che sembrano nascere già immersi in un linguaggio, e altri che sembrano invece cercarlo, come se ogni gesto fosse un tentativo di raggiungere una forma ancora in viaggio. Paul Klee ¹ appartiene a questa seconda famiglia: la sua opera non si limita a produrre immagini, ma interroga continuamente il luogo da cui esse provengono. Per questo motivo la sua scrittura – poesie, diari, appunti teorici, lettere – non costituisce un margine, bensì un territorio sorgivo. È qui che la forma comincia a muoversi, a vibrare, a prendere consistenza.  È qui che la parola diventa un laboratorio della visione. La produzione letteraria di Klee si colloca dunque in una regione in cui la parola assume una funzione generativa, capace di anticipare la forma prima che questa trovi un corpo visivo. Nei testi poetici raccolti da Giorgio Manacorda la lingua si dispone come nucleo germinativo, come vibrazione che precede l’immagine. In un frammento, Klee annota: « La parola è un tratto che vi...