(Redazione) - Fisiologia dei significati in poesia - 24 - Irrigidimento della critica
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| di Giansalvo Pio Fortunato |
Negli ultimi interventi, a cui è seguita una breve pausa, ho cercato di fornire una svolta molto più schiettamente analitica alla mia ricerca in poesia, convinto che l’applicazione della fenomenologia comportamentale possa essere parzialmente esaustiva ai fini di una tematizzazione esperienziale del poetico.
Il grande mistero, in
fondo, è proprio questa riluttanza dei poeti – me compreso – a
riconoscere una fisiologia
del significante, che
va letta nell’accezione con cui questa rubrica è stata concepita.
Il significante è da intendersi come ciò
che significa;
certamente non come la materialità della parola (poetica e non). Il
me che iniziava questa rubrica, quasi due anni fa, era sprovvisto di
ogni rudimento linguistico e analitico di linguaggio: dunque, il me
che osservava il poetico come un’azione macroscopica, assimilabile
alle istanze merleau-pontyane, che si facevano via via sempre più
strada nella mia formazione fenomenologica e che coglieva, quindi,
come decisiva un’olistica generalizzante, non del tutto onesta
rispetto alla poesia come atto di parola. Perché il fuoco
ermeneutico, conseguenza per certi versi immediata e naturale di un
approccio speculativo attorno al poetico, impone una costruzione
sovraesposta, di più lunga gittata, rispetto alla singolarità
dell’atto in sé e l’antico adagio, per certi versi di
pregiudizio psicologico, per cui la poesia sia chiamata
a svelare
è la base tematizzante sia una riflessione meta-poetica sia una
“sistematicità” dell’Essere. La mia è stata, dunque,
un’azione di minuzia. Una riduzione positiva che si è sempre più
accentrata sul poeta nella sua semplicità e nella sua unicità
(certamente), ricacciando indietro ogni cono d’ombra, ogni
possibile visuale caleidoscopica. Le due fasi macroscopiche di questa
rubrica non sono, tuttavia, divergenti: fungono, piuttosto, da
co-implicanti, da multi-strato finalizzato all’analisi sistematica
dell’atto poetico. La fenomenologia comportamentale, che ho fondato
sulla riflessione olistica, ha una semplicissima pretesa: dimostrare
come quella istintività – croce e delizia dell’intendimento del
poetico – non sia miracolosa o immotivata, ma abbia, piuttosto, uno
stato di pensabilità e razionalità (per dirla alla buona), una
coscienzialità
che, seppur non tematizzata, è comunque inevitabilmente e
irrimediabilmente presente. Questa conclusione apre il campo alla
possibilità stessa di un’analitica poetica che non sia
propriamente filologica (sul contenuto-forma) e non sia propriamente
e solo ermeneutica (sul contenuto). Lo spazio meta-poetico, dunque,
deve aprirsi al poeta e alla sua esperienza soggettiva. Dato, questo,
di estrema importanza, che è possibile propriamente attraverso una
chiave descrittiva. Si ritorna, ancora una volta, agli antichi adagi.
Un supposto pensiero analitico dovrebbe, cioè, tematizzare un
supposto pensiero poetante, effettuando una meta-poetica oggettiva e,
almeno apparentemente, più radicale. Il pensiero analitico (l’atto
della razionalizzazione) dovrebbe cogliere, secondo questa chiave di
lettura, il pensiero poetico (atto ancora da definire), fornendolo di
categorie e di ricostruzioni funzionali alla definizione del poetico.
Questa modellizzazione sarebbe certamente più semplice, fondandosi
tuttavia su due grossolane posizioni teoretiche: l’assunto che il
poetico sia immotivabile, in quanto il pensiero poetico è un
compartimento stagno rispetto al pensiero analitico; il poetico,
fondato sulla ingenua prospettiva dell’ispirazione, come zona
franca in cui solo la poesia, ritorcendosi su se stessa, possa essere
esaustiva. Anzi – a dirla tutta – qualsiasi tentativo di messa in
rilievo della specificazione dell’atto poetico non rappresenterebbe
altro che una perdita di aura; un esercizio “bastardo” che
priverebbe il poetico della sua essenzialità.
Fisiologia
del significante,
in tal senso, è primariamente questa inversione di tendenza; questo
ibridismo che riargomenta la modellizzazione prima esposta. Ha
certamente una pretesa molto più basica e basilare e, per questo
motivo, tanto più volutamente etica. Laddove, infatti, è
discernibile descrittivamente l’esperienza del poeta nel suo far
poesia, lì la critica diventa più originaria e la possibilità
anti-inflazionista del poetico è sempre più serrata. In tal senso,
l’analisi fenomenologica implica una critica molto meno partitica
rispetto all’analisi d’avanguardia. Essa – cioè – può
pronunciarsi anche sulla stessa opera d’avanguardia evidenziando
descrittivamente le sue componenti strutturali e ragionando su quanto
le potenzialità espressive siano effettivamente portate a compimento
da ciascun autore in ciascun testo. Fattore, questo, che porta con sé
una diversità sostanziale rispetto ad una ricerca teorica già
finalizzata ed utilitaristica. Se la ricerca analitica d’avanguardia
avviene, cioè, con la finalità del ritrovamento di nuove e
progredenti forme espressive, che facciano scuola e siano canone, se
la teorizzazione d’avanguardia ha per suo scopo costitutivo la
generalizzazione imperativa dell’atto poetico, l’analisi
fenomenologica molto più sommessamente fa un passo indietro: un
passo più originale. Senza alcun imperativo, tematizza semplicemente
l’esperienza che ciascun poeta fa di se stesso in poesia (del suo
linguaggio e della parola che plasma), diventando ausilio euristico
per la comprensione di ciascuna azione poetica (compresa la stessa
avanguardia), delineando, aldilà di ogni generalizzazione, cosa
semplicemente avvenga nel poeta o cosa dovrebbe avvenire. In tal
senso, l’analisi comportamentale, compiuta nella prima parte di
questa rubrica, ha avuto per sue ragioni alcune inevitabili esigenze
analitiche: restituire, anzitutto, alla poesia un’analisi
descrittiva del pensiero che fosse scevra di qualsiasi metafisica
approssimativa, isolare un campo teorico che non fosse immediatamente
meta-teorico, tranciare via le simbiosi istintivo-poetico,
ri-soggettivizzare il poetico in una declinazione molto più
sommessamente ed ordinariamente induttiva.
Lo
scoglio che, nella seconda parte di questa rubrica, si viene
delineando è tanto più avanzato perché costruito nei termini di un
accasamento,
di un rimettersi in acqua. La poesia come fenomeno
di linguaggio
(non semplicemente come
linguaggio)
rivendica su di sé un peso duplice: empiricizzare e rendere
ordinario l’atto poetico, strattonare e porre in discussione le
rigide strutture proposizionali a fronte di una riflessione analitica
in poesia che vada ben oltre il corrimano del caso estremo di
enunciazione. La poesia come fenomeno di linguaggio è, dunque, una
scoperta. Una scoperta tanto naturale ed immediata, quanto –
proprio per questo motivo – difficile da far sbocciare nella sua
piena portata. Al poeta è consegnato finalmente un armamentario
auto-inducente, capace di riconoscere un’appartenenza produttiva e
di vincolare il successo o l’insuccesso ai soli termini della sua
stessa spinta creativa. Fattore, questo, che richiederebbe a maggior
ragione un irrigidimento
della critica,
chiamata essa stessa a ripensare i propri giudizi in una prospettiva
che consideri come sodale e consequenziale il momento contenutistico.
Al filosofo, invece, è consegnato un armamentario mistico. Un
armamentario nel quale il linguaggio può autocompiersi, motivato da
un’autosufficienza che radicalizza sia le istanze scheletriche
della proposizione sia le istanze pragmatiche dell’enunciazione.
Si
ritorna, dunque, alla fisiologia
di ciò che significa;
che è anche fisiologia
del significante:
la scoperta sorgiva del significato nell’atto singolo ed
irriducibile di pronunciamento poetico; la scoperta della
significazione nel corpo stesso della poesia e, con essa, della
parola.

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