(Redazione) - "Bub von Knabensdorf - Nullus" - 08 - a cura di Alessandra Brisotto
Bub von Knabensdorf nasce nel secolo scorso, la data esatta risulta incerta, in una cittadina della Turingia da una nobile famiglia tedesca decaduta.
In seguito al suo atteggiamento scontroso, diretto e non raramente offensivo, perde un posto di lavoro dopo l’altro, cade in disgrazia e si ritrova a vivere sulla strada. Le avventure di Nullus, appellativo che gli viene attribuito fin dalla nascita, le scrive egli stesso in un taccuino alquanto consunto che reca sempre con sé. “Il mio tesoro inestimabile”, lo definisce.
Alcuni capitoli, tradotti dal tedesco all’italiano ne narrano le vicende in ordine sparso, non cronologico.
Il signor von Knabensdorf vive a Francoforte sul Meno, ora qui ora là, a seconda delle stagioni.
Il più delle volte si può incontrare nel quartiere di Sachsenhausen.
(la curatrice - Alessandra Brisotto)
CAPITOLO VIII
SOLTANTO UNA ROSA ROSSA
Alcuni
giorni più tardi si svolsero i funerali di mio padre in pompa magna,
ma per pochi eletti.
Ricordo
quella giornata come fosse oggi. Il cielo era cupo, devastato da
eserciti di nuvole dalle più diverse tonalità di grigio,
agghiaccianti e contemporaneamente avvolgenti come una coltre calda e
morbida, pronta a calarsi sul feretro di mio padre, che non vedevo
più, ma sapevo riposarci dentro.
Più
che alla sua morte pensavo al suo riposo dalle scappatelle in
cantina, che sicuramente lo avevano allietato per alcune ore,
tuttavia, reso inagibile per il resto della giornata successiva, con
i mal di testa sparsi per tutta la casa, fino a sera, quando pareva
riprendersi e sperare in un miracolo, quel tocco di gioia che solo
una rosa gli aveva donato.
Una
rosa.
Soltanto
una rosa rossa.
Nessuna
corona di fiori, né sull’auto, né nella cappella di famiglia,
neppure nella nostra casa.
Tutti
i mazzi di fiori, che allietavano giornalmente, o, perlomeno avevano
cercato di allietare disperatamente e senza successo l’atmosfera
delle molte stanze, erano svaniti nel nulla subito dopo la morte di
mio padre.
Pareva
che mia madre volesse eliminare ogni forma di vita dalle stanze, dai
muri, dalle persone. I giardinieri avevano ricevuto l’ordine di
potare le siepi, di tagliare ogni rosa, bocciolo e foglia dai roseti,
che ora erano scheletri immondi, inavvicinabili.
La
villa era improvvisamente morta con mio padre e i sorrisi di Tina,
che sparirono assieme ai fiori e alle rose, per non ritornare più.
L’unico
bocciolo sopravvissuto in casa e nel giardino era quella rosa rossa,
con i petali rivolti al volto della salma, quando la bara era ancora
aperta, e nella stessa direzione dopo la chiusura della sua futura
dimora per l’eternità.
Mia
madre scomparve per tre lunghi giorni, durante i quali non volle
vedere nessuno, mangiare o bere. Oltre la porta della sua camera si
stava espandendo la verità.
Mi
fece entrare solo il giorno del funerale.
Mamma,
ho bisogno di te, mi senti? Mamma! Sono il tuo Bub, il tuo odiato
Nullus. Sarò tutto ciò che vorrai, ma parlami, ti prego!
Una
sillaba, un suono, un sorso di voce sarebbe bastato per spaccare
tutto quel silenzio assetato di un qualcosa a me allora sconosciuto.
Ho
paura, mamma.
Entrai
in camera in punta di piedi. Lei era accartocciata sul suo letto,
come una foglia caduta da un ramo ormai troppo lontano per essere
raggiunto, attorniata da oggetti di terra e di sassi. Le finestre
erano chiuse, gli scuri serrati, le tende tirate al collasso.
Silenzio.
Bub,
vieni qui.
Mi
sussurrò.
Mamma
Non
ricordavo da quanti anni non mi chiamasse più così ‘Bub’, e non
quel Nullus che doveva essere cancellato dalla faccia della terra.
Forse mia madre non reggeva due uomini di grande statura come mio
padre e il mio piccolo io che molto prometteva ai suoi occhi.
Tirai
le tende e feci entrare la luce.
Bub,
fatti abbracciare
La
sua voce aveva assunto una tonalità quasi rosata, inconsueta. Il
trucco le era sceso dalle ciglia agli zigomi, solcando due rivoli
nerastri che tracciavano il confine tra la vita e la morte.
Pensandoci adesso, credo che avesse l’intenzione di togliersi la
vita. Stringeva in mano dieci o quindici pastiglie, che all’inizio
non avevo notato, ma che al momento dell’abbraccio aveva lasciato
cadere come candida pioggia sul tappeto color terra e foglie.
Tic,
tac, tic tic tic tic tac tac tic tum tac toc tum taaaaa…
In
quel momento pronunciò una frase a cui non avrei mai osato pensare,
visto il tipo di vite che conducevano i miei genitori - alquanto
libere e di facili costumi- direi con il senno di oggi.
Tuo
padre era ed è la mia rosa. Ma lui non l’ha mai capito. Mai
capito. Mai…
Aveva
raccolto il mio volto tra le mani storpiandone la fisionomia.
Ma
tu lo capisci, vero? Tu sì che mi capisci. Tu capisci tutto. Vero?
Ero
terrorizzato da quella nuova forma di madre che non aveva nulla a che
vedere con la donna forte, dal cuore di pietra e dallo sguardo
glaciale.
La
sua bellezza e dolcezza mi incutevano paura.
Sì,
mamma, capisco, capisco tutto
L’avevo
stretta a me come meglio potevo, in base alla lunghezza delle mie
braccia ancora troppo corte, che avevo prolungato con tutta la
fantasia che possedevo. Ora abbracciavano lei, la stanza di terra e
foglie, la casa di radici e rami e la bara lasciata a riposare nella
cappella con la sua rosa.
Forza,
ora dobbiamo andare. Il papà ci aspetta.
In
pochi istanti ero diventato un uomo.
Mi
vergogno di ammetterlo, ma non ero tanto triste per la perdita di mio
padre, lo ero perché non avevo capito le parole di mia madre.
No,
non ti capisco!
Avrei
voluto gridarle, ma non lo feci. Non lo feci mai più.
| Foto: K.I. Alexander |

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