(Redazione) - Voci dall'Umanesimo-Rinascimento - 12 - De Sanctis, Poliziano e la Fabula di Orfeo (seconda parte)
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| Di Gianni Antonio Palumbo |
Siamo partiti, nella prima puntata di questo dittico della nostra rubrica, dal giudizio riduttivo in merito alla Fabula di Orfeo espresso nella Storia della letteratura italiana di Francesco De Sanctis.
Il
critico irpino parlava di un “un mondo mobile e superficiale, a
celeri apparizioni”, un “bel mondo dell’arte” che sfociava
nella più sfrenata ebbrezza dei sensi, ma finiva col restare
indecifrabile al pari del suo protagonista. Pari a una “lieve
apparizione, ondeggiante tra’ più delicati profumi”, Orfeo gli
parve più sfuggente della stessa Euridice, fugitive
par excellence della
letteratura occidentale.
Nello
stroncare in modo reciso tale opera, De Sanctis consegnava alla
storia letteraria forse le pagine più belle che sulla fabula
polizianesca siano state scritte. Nell’atto di negarlo, finiva col
rivelarne il fascino profondo: “le passioni sono emozioni, gli
avvenimenti sono apparizioni, i personaggi sono ombre; la vita danza
e canta, e non si ferma e non puoi fissarla”.
In
realtà, il mondo di Agnolo Poliziano sarà molto probabilmente
“mobile”, ma risulta tutt’altro che “superficiale”. Non è
un caso che tale opera abbia suscitato una ridda di interpretazioni,
tutte a loro modo plausibili; letture che prima Emilio Bigi, in un
saggio dal titolo Umanità
e letterarietà nell’“Orfeo” del Poliziano pubblicato
sul “Giornale storico della letteratura italiana” nel 1982, e poi
Paolo Orvieto nel bel volume su Poliziano
per
la Salerno (2009) hanno riassunto e discusso. Garin, per esempio, nel
1961 (La
cultura filosofica del Rinascimento italiano)
aveva veduto in Orfeo l’emblema della “parola educatrice”.
Pirrotta, ne Li
due Orfei (1975),
avrebbe
enfatizzato la componente letteraria e spettacolare dell’opera,
legata alla dimensione delle “rappresentazioni conviviali di
corte”, piuttosto che insistere su interpretazioni in chiave etica,
filosofica o politica; si era innestato così lungo una linea che, da
Trombatore a Sapegno, aveva sottolineato gli aspetti fiabeschi,
mitici o ancora la dimensione di sogno della Fabula.
Questa tipologia di argomentazione è stata supportata anche
dall’intuizione di Vittore Branca che, in Poliziano
e l’umanesimo della parola (1983),
ravvisò nell’Orfeo
l’influenza
delle momarie veneziane, rappresentazioni profane che – come
scriveva Molmenti – “traevano ispirazione dalle remote fonti
dell’arte profana”; con esse Poliziano mostrava di condividere
“una segnaletica figurativo-linguistica di carattere
settentrionale” e un plurilinguismo tipico delle espressioni
teatrali veneziane quattro-cinquecentesche; ricordiamo che
Poliziano, prima di recarsi a Mantova, era stato a Venezia a fine
1479. Questo dato biografico autorizza l’ipotesi di Branca.
Maria
Luisa Doglio si accostava, invece, a quest’opera come alla
testimonianza di un periodo di “inquietudine e di irrequietezza
nell’esperienza del Poliziano” oscurato dalla “consapevolezza
di una privazione ineluttabile, in balìa della ‘fortuna crudele’,
con la metamorfosi da eroe a vittima” (Mito,
metamorfosi, emblema dalla “Favola di Orfeo” del Poliziano alla
“Festa de lauro”,
in “Lettere italiane”, 1977).
Emilio
Bigi, nell’utilissimo saggio già citato del 1982, sostanzialmente
vedeva nella Fabula
un
exemplum
degli
effetti di un amore vissuto in maniera irrazionale e incontrollata,
dallo “sfrenato ardore” di Aristeo al “troppo amore” di
Orfeo, sino all’approdo della violenza delle Baccanti, che “sfogano
il loro istinto sessuale deluso nello strazio crudele di Orfeo e
nell’orgia finale”; una chiave di lettura analoga è stata
proposta nel 2004, nel contesto della trattazione e dell’edizione
delle Plutarchi
Chaeronaei Amatoriae Narrationes Angelo Politiano interprete,
da Caterina Malta, in un saggio della miscellanea Laurentia
laurus. Per Mario Martelli.
La studiosa leggeva la Fabula
alla
luce degli effetti dell’amore quale furor.
Stefano
Carrai nella sua edizione per Mursia, Stanze.
Fabula di Orfeo (1988),
coglieva nel testo polizianesco l’incapacità di superare “l’ottusa
inclinazione verso la bellezza terrena” per cui il finale
rappresentava il “definitivo, generale abbandono agli eccessi della
carne” (in un momento che aveva anche la funzione di “avvio dei
festeggiamenti veri e propri per il Carnevale”, cui lo studioso,
come altri, riconduceva l’opera). Mario Martelli, che riconosceva
il carattere “dotto e costruito” della Fabula,
vi
identificava (in Angelo
Poliziano: storia e metastoria,
1995) l’impossibilità di andare oltre il livello della “vita
activa
(o politica)”, fattore che conduceva il protagonista a ‘piombare’
“in un’esistenza dedita alle cure più vili”. Segnalava
peraltro il carattere “interessante” e “problematico”
dell’opera. Un significato allegorico sottolineava anche Francesco
Bausi nell’edizione delle Poesie
volgari di
Poliziano; l’opera rappresentava la mancata capacità di “passare
da un livello inferiore ad un livello superiore di vita,
dall’imperfezione alla perfezione”.
Senz’altro,
a nostro avviso, la trattazione più completa del capolavoro
polizianesco resta affidata al volume di Antonia Tissoni Benvenuti,
L’Orfeo
del Poliziano con il testo critico dell’originale e delle
successive forme teatrali,
pubblicato nel 1986 e in seconda edizione nel 2000, per i tipi di
Antenore. Un accurato lavoro filologico si poneva a fondamento della
pubblicazione del testo critico dell’opera e della messa in
discussione della vulgata che voleva la fabula
scritta
e rappresentata nel 1480 su commissione del cardinale Gonzaga alla
corte di Mantova. Tissoni Benvenuti evidenziava come il lutto per la
morte della marchesa Margherita proclamato dall’ottobre 1479
avrebbe portato alla proibizione di feste e spettacoli. La studiosa
conduceva un’attenta esegesi dell’Orfeo,
tanto nei capitoli introduttivi, quanto nel puntuale commento.
Antonia Tissoni Benvenuti evidenziava la volontà di Poliziano di
comporre un’opera “totalmente ‘all’antica’”. Quello del
poeta toscano era un recupero plastico condotto con “spavalderia”;
non a caso aveva scritto Dionisotti in Leonardo
uomo di lettere – 1962
–
che
“Soltanto da un prepotente e spavaldo possesso della tradizione
greca e latina poteva insorgere la sfida dell’umanista Poliziano al
codice morale della società in cui era nato e viveva”. Dietro quel
revival si celava però, in fondo – precisava la studiosa –, già
la consapevolezza che “La poesia antica in questo mondo non rivive,
se non per l’illusione di qualche attimo”. Anche Tissoni
Benvenuti, richiamando la lettura di Bigi, sottolineava la presenza
del tema della “dismisura dell’amore” con i suoi “effetti
nefasti”. L’autrice faceva riferimento anche all’inquadramento
dell’opera nel genere della fabula
satyrica,
interpretazione ch’è stata poi ulteriormente corroborata da Paolo
Orvieto. Nel già citato volume per la Salerno, quest’ultimo ha
messo in discussione le interpretazioni allegoriche precedentemente
stratificatesi, puntando tutto sulla volontà da parte di Poliziano
di una “coltissima restaurazione nel volgare del dramma satirico”,
cioè del dramma satiresco antico rappresentato dal Ciclope
di
Euripide. Orvieto rilanciava anche la possibilità, ventilata da
Giovan Battista Picotti in un saggio pubblicato nel 1955 (Sulla
datazione dell’Orfeo
e delle Stanze
di Agnolo Poliziano),
che la composizione e la rappresentazione dell’opera siano avvenute
in occasione delle celebrazioni del fidanzamento tra Clara Gonzaga e
Gilberto di Montpensier e tra Francesco Gonzaga, figlio primogenito
del marchese, e Isabella d’Este. Riteneva plausibile che per
un’occasione così importante si potesse derogare alle limitazioni
legate ai periodi di lutto.
Già
la ricchezza di una parte delle interpretazioni avanzate induce a
pensare come quello rispecchiato nella Fabula
sia
tutt’altro che un mondo “superficiale”. In primo luogo si
segnala il recupero di un mito che si prestava a reinterpretazioni in
chiave allegorica, non ultime quelle di matrice neoplatonica. La
colpa dello sguardo era insita peraltro anche nella morale evangelica
– si pensi a Lc 9,62 («Nessuno che mette mano all’aratro e poi
si volge indietro è adatto per il regno di Dio») – e ancor prima
nella narrazione biblica, con la salinificazione della moglie di Lot,
colpevole di una struggente nostalgia per la propria terra
addirittura sin dal momento in cui si apprestava a lasciarla.
Se
quello della letteratura è un banchetto complesso e stratificato, è
dunque possibile che si voglia far riferimento alla necessità di un
cambiamento interiore, di un perfezionamento di stato, che però deve
essere accompagnato dalla totale tensione alla mutatio
animi.
Chi si guarda indietro indubbiamente non ha tagliato i ponti col
passato e dunque non è pronto per il balzo in avanti. Non può
entrare nel regno dei cieli né fuggire da Sodoma in fiamme.
È
peraltro lo stesso Poliziano ad autorizzare un’interpretazione
morale dell’opera, nella misura in cui Plutone sottopone Orfeo alla
prova della negazione dello sguardo proprio perché vuole insegnargli
a moderare il desiderio. “Io te la rendo, ma con queste leggi: /
che la ti segua per la ceca via, / ma che tu mai la suo faccia non
veggi / finché tra’ vivi pervenuta sia; / dunque el tuo gran
disire, Orpheo, correggi / se non, che tolta subito ti fia”
(citiamo dalla seconda edizione del lavoro di Tissoni Benvenuti,
2000, p. 158). Dunque, l’indicazione è chiara: la prova di
percorrere da cieco la “ceca via” serve a “correggere” il
“gran disire” di Orfeo; a insegnare, dunque, a controllarlo.
Tutta la fabula
presenta
indubbiamente esempi di come l’uomo non sia in grado di tenere a
bada il proprio “desiderio”. Nella prima parte è Aristeo che,
incapace di controllarsi, finisce con l’inseguire Euridice e
provocarne la morte, per il morso di un serpente che si cela tra
fiori ed erba, ipostasi di quel male che si annida nei reami del
piacere. Nella seconda è Orfeo a mostrarsi inadeguato a moderare il
“gran disire”. Fallisce la prova che gli ha assegnato Plutone e
poi, sempre incontinente nella lussuria, cede agli amori efebici per
non voler amare più altra donna che la sua Euridice. Si consacra
all’omosessualità suscitando le ire delle Baccanti e il
conseguente σπαραγμός
– ossia lo smembramento – per aver biasimato la “teda
legittima”. Quest’ultima affermazione vuol dire l’aver
profanato – come spiega Tissoni Benvenuti nel commento della sua
edizione – non tanto il matrimonio quanto l’amore “secondo
natura”.
Al
di là, però, delle possibili letture in chiave morale e allegorica,
se effettivamente quest’opera fosse stata rappresentata per
l’occasione del doppio fidanzamento, si sarebbe rivelata
perfettamente in tema. Essa presentava un esempio tutto sommato
fulgido e iconico di amore coniugale, quello di Orfeo per Euridice,
ma anche gli esiti nefasti di chi viene meno alla “teda legittima”,
con lo smembramento del poeta da parte delle Baccanti. Quasi un
ammonimento scherzoso nei confronti dei due maschi – uno era
destinato a divenire il successore del marchese – che stringevano
un vincolo con le future spose. Bisognava insomma saper tenere a bada
il desiderio e allo stesso tempo non tralignare dall’amore secondo
Natura. Il tutto, però, era calato in un contesto che non era
affatto tragico, perché, e qui riprendiamo un’espressione di
Orvieto, si stava giocando l’“inopinata metamorfosi della
tragedia nel più esilarante lusus
carnevalesco”.
Insomma, ci troviamo di fronte a una soluzione goliardica, analoga
alle bevute del dramma satiresco e dello stesso Ciclope
di
Euripide; un furore bacchico che doveva coincidere con la Spannung
del
banchetto, in cui il vino e l’ebbrezza allentano i freni inibitori.
Non c’è nulla di tragico nelle Baccanti che smembrano Orfeo, ma si
percepisce semmai un’allegria beffarda per aver punito un membro
deviante del consesso sociale, uno “scelerato”, un “tristo”,
uno che disprezza l’amore delle donne, cosa inaccettabile tanto più
in occasione dei festeggiamenti di ben due fidanzamenti.
Quindi
l’idea dell’inquadramento nel genere del dramma satiresco, su cui
Poliziano rifletteva in più opere tra cui il Commento
alle
Selve
di
Stazio, resta, a nostro avviso, la più efficace chiave
interpretativa dell’opera, che sembra più configurarsi come un
colto divertissement
filologico
che come un testo allegorico. Peraltro resta vera anche la
contiguità con le Stanze,
rispetto alle quali l’Orfeo
presenta
il percorso inverso. Lo Iulio delle Stanze
passa
da una misogina feritas
all’ingentilimento
per effetto dell’amore seguito alla visione della bella Simonetta;
tratti fisici analoghi a quelli della protagonista femminile delle
Stanze
ha
la diafana Euridice, ma suscita in Aristeo ben altro effetto
(l’infoiamento) e provoca anche in Orfeo un desiderio
incontrollabile. Insomma, nella Fabula
è
la ferinità della legge del desiderio a dominare e c’è una
componente fortemente erotica anche nel finale, sia nelle Baccanti
che bevono e godono del misfatto compiuto, con termini che evocano
ambigue metafore sessuali non sfuggite ai commentatori (da Carrai a
Bausi a Orvieto), e nello stesso goût
du malheur che
sembra accompagnare la fine del cantore trace. Peraltro, qui potrebbe
soccorrerci Freud. In Über
den Traum (1901),
Freud scriveva che spesso “Ciò che nel sogno veniva presentato in
modo ampio e chiaro come contenuto essenziale, deve accontentarsi,
dopo l’analisi, di una parte assolutamente subordinata fra i
pensieri onirici, mentre il materiale rappresentativo che, secondo il
mio modo di sentire, ha diritto tra i pensieri onirici alla più alta
considerazione, o non si trova affatto nel contenuto onirico, o ha la
sua rappresentanza, per mezzo di una lontana allusione, in una
regione indistinta del sogno”. L’inclinazione di Orfeo verso i
giovinetti salta fuori inopinatamente nel finale di una fabula
che,
per i suoi due/terzi, ha fatto esclusivo riferimento all’amore di
due uomini per la bella Euridice e al suo inseguimento fin nell’Ade.
Poi con un colpo di teatro, nel finale, Orfeo rivela il suo
interesse, d’ora in poi esclusivo ma sicuramente già ampiamente
latente, per la “primavera del sesso migliore”. Interesse che era
già nella fonte ovidiana, tanto che – come leggiamo sempre nel
volume di Tissoni Benvenuti – Poliziano in un incunabolo dell’opera
omnia
di Ovidio stampata a Parma da Stefano Corallo nel 1477, al f. 111v,
annotò che “Pueros amandi auctor Thracibus Orpheus”. Questo dato
si pone alla base del finale della Fabula,
in cui la leva omoerotica fa capolino senza alcuna preparazione,
suscitando quasi un’impressione di incoerenza psicologica. Ci si
chiede come un uomo che abbia concepito un amore così intenso e
profondo per una donna possa, d’emblée,
abbandonarsi a dichiarazioni misogine (per quanto topiche) e
consacrarsi voluttuosamente agli amori maschili. A nostro avviso è
mera questione di “energia psichica”. Quest’opera, che ha la
fragile consistenza di un sogno (e di questo si avvide De Sanctis),
fa riemergere un contenuto latente giudicato inaccettabile
dall’autocensura di Poliziano, sebbene espresso larvatamente nelle
Stanze ed esplicitamente in epigrammi scritti in greco. Questo
recupero si rendeva accettabile in un contesto di restauro di un mito
antico (Dionisotti docet), in cui la conclusione sembra un
aprosdòketon
e
invece è l’essenza dell’opera stessa. Sulle inclinazioni di
Poliziano pochi dubbi si possono coltivare, e non si tratta di fare
mero psicobiografismo se il dato è lì, esibito con un gioco di
prestigio in un testo teatrale, il primo in volgare d’argomento
profano. Dopo la rivelazione doveva però scattare l’atto punitivo,
ed ecco l’ingresso in scena delle Baccanti e lo smembramento del
poeta pharmakòs:
l’atto repentino del venir fuori si concludeva in un’allegra,
ebbra e divertita eliminazione dell’incauto cantore. Non una difesa
dell’omosessualità, dunque, ma la sua pubblica punizione. A farlo
era presumibilmente – considerate le usanze teatrali dell’epoca –
un coro di uomini che interpretavano donne ubriache; ciò doveva
probabilmente portare a una recitazione in falsetto tipica, se ci si
pensa bene, degli scimmiottamenti verso quelle creature che “maschi
sono (…) per le donne, per gli uomini donne” (così recita un
epigramma dell’Antologia
Palatina che,
come leggiamo in Orvieto, Poliziano mise “in evidenza con una
graffa marginale e col segno di rilevanza”, dopo averlo letto). La
stessa morte del Poliziano, in alcune delle tante versioni che ne
furono date, sembra apparentarsi con quella di Orfeo, per il furor
omoerotico
che fu secondo alcuni alla sua origine.
Insomma,
tante sono le possibili implicazioni di un’opera che resterà
sostanzialmente un enigma per il lettore. De Sanctis intuì che vi si
celava un’essenza inafferrabile, ma non comprese a fondo
l’immaginario del Poliziano quando parlò di un “mondo mobile e
superficiale, a celeri apparizioni, e mentre fissi lo sguardo il
fantasma ti fugge”. “Mentre fissi lo sguardo il fantasma ti
fugge” esclusivamente perché è l’autore che ha voluto così,
non certo per demerito della costruzione che ha consegnato alla
storia letteraria. Non dobbiamo del resto ricordare come sia proprio
dell’Arte e del suo – per dirla con Heidegger – “das
Sich-ins-Werk-Setzen der Wahrheit” portare alla luce qualcosa che
si continua a nascondere, a velare. Così la Fabula
di Orfeo vela
e rivela tante cose, perché in essa scorre l’essenza dell’umano:
mobile, inafferrabile, talora voluttuosamente autodistruttivo.

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