(Redazione) - Dissolvenze - 57 - Ruggero Ruggieri: l’ontologia della traccia e il teatro clandestino delle ombre nella nuova silloge fotografica “Showcase”
di Arianna Bonino
«Le parole nere sulla carta bianca sono l'anima messa a nudo.»
Ho incontrato questa frase di Maupassant anni fa, leggendo il suo ultimo romanzo, Notre cœur e l’ho riletta l’anno scorso, scritta a mano da Ruggero Ruggieri con inchiostro nero su carta bianca sulla prima pagina della mia copia di La notte mi viene a cercare.
In quella silloge notturna di Ruggieri il nero non è assenza, ma densità di materia, lampo luminoso di pece, incisione bruciante. Angoli e scintille che già mi parlavano, mi richiamavano a chiedermi dove io fossi, chi, verso dove il tempo della notte riesca a portarmi.
Sono gli interrogativi costanti di un viaggio in cui lo sguardo dello spettatore rivoluziona e ruota in equilibrio satellitare reciproco con quello di chi scatta e, ancora, con gli occhi chi è colto dal lampo del ritratto. Forse, in fondo a tutto, specchio infinito.
Chi sono, chi sei? Fin dai suoi primi lavori, assale e solleva ad ogni pagina fotografica di Ruggieri quest’eco che si risponde interrogativa.
| Fotografia tratta da Showcase |
La parabola artistica di Ruggero Ruggieri ha radici solide e profonde nel territorio.
Cresciuto Nell’ambiente fotografico trevigiano, ha iniziato a misurarsi con la realtà attraverso la collaborazione come fotografo free-lance per il quotidiano La Tribuna di Treviso.
Questa palestra del “visibile immediato" è volano e spinta di una ricerca che ha presto abbandonato la cronaca per farsi indagine filosofica.
L'evoluzione di Ruggieri è segnata dall’appartenenza a collettivi di ricerca visiva che hanno forgiato il suo linguaggio: dal gruppo Elogio dell’ombra al gruppo Grana di Venezia-Mestre, fino all’attuale partecipazione al gruppo A.L.F.A. di Siracusa.
Fili e linfe di una trama di scambi, nutrienti confronti che, insieme alla partecipazione a progetti editoriali come Lo sguardo oltre la barriera, hanno orientato la sua fotografia verso un ambito sempre più rarefatto.
La ricerca di Ruggieri si alimenta costantemente di contaminazioni interdisciplinari, trovando nella letteratura, nella musica e nel cinema materie di riflessione, di sogno, di immaginazione. Fondamentali sono state le collaborazioni con artisti internazionali, tra cui quella con il video-artista francese Jean-Claude Mocik (già direttore a Fabrica e responsabile di I.N.A.), il pittore Angelo Accardi e il compositore Gigi Masin.
Questo dialogo tra le arti è ulteriore stimolo a Ruggieri per la sua infinita indagine sull’uomo nei luoghi, sul luogo-uomo, sui suoi non-luoghi, attorno e dentro lo sguardo, nella frenesia del tempo, dove indagare e da cui farsi sorprendere per predare gli spazi interstiziali della vita, gli strappi, le rare pause che sfuggono e svelano i retroscena del mondo, il brulicare improvviso della luce nel buio.
| Fotografia da La notte mi viene a cercare |
Il riconoscimento della maturità artistica di Ruggieri passa per la serie La notte mi viene a cercare, entrata a far parte della collezione permanente del Museo della Fotografia di Charleroi.
In quest'opera Giuseppe Cicozzetti, critico fotografico che ha curato l’introduzione degli ultimi due lavori di Ruggieri, individua una “vertigine”: le immagini si astengono dalla chiarezza per innescare una lettura che rivendica il «diritto ontologico della fotografia a contraddire se stessa».
Cicozzetti descrive questa fase come un’immersione in «neri così profondi da divenire materia», dove la notte non è oscurità ma un canto seducente che «si consegna soltanto a chi sa sentirne la voce».
Ruggieri non cerca la mimesi, ma la trasfigurazione: ogni volto, ogni albero o strada diventa un indizio inafferrabile.
È un autentico identity-rider, Ruggieri. E, come tale, la sua ricerca muta forma, muta tecniche, ma è costante nell’orizzonte a cui tendere senza tregua.
Con il suo lavoro più recente, Showcase, Ruggieri compie un passo definitivo verso l’antiestetica e l’antiforma.
| Fotografia da Showcase |
Le immagini sono il risultato di una realtà «scomposta e ricomposta nelle sovrapposizioni», dove gli specchi della percezione si rompono per mostrare l’antiforma nella sua asciuttezza.
| Fotografia da Showcase |
In questo scenario chi guarda per fotografare, così come chi guarda poi l’oggetto fotografato, fiuta le ombre che stanno oltre il limite infranto. La fotografia diventa una lingua cheloide, minerale, un’indecifrabile cifra, dove l'assenza attorno ai segni è la forma stessa del momento.
Ruggero mi ha raccontato come tutto ha avuto origine, per Showcase: “Abitavo ancora a Treviso e un giorno mi sono soffermato davanti a una vetrina colpito non so da che cosa, ma sicuramente un particolare che mi ha attratto. Mentre rimanevo lì davanti ho incominciato ad osservare, riflesso nella vetrina, tutto ciò che seppure per un attimo accadeva alle mie spalle ma che si andava a sovrapporre con il resto. La vetrina diventava come una quinta cinematografica, scene sempre diverse con attori sempre diversi…”
Ecco che da quel primo folgorante insight, il suo sguardo inizia a cercare nella quotidianità: scorci, riflessi, strati. Questi showcase inconsapevoli, popolati da volti sovrapposti, scene involontarie, di senso postumo, d’immaginazione effimera ma reale, vengono fermati per guardarli, per guardarcisi dentro come in mille specchi in cui cercarsi, forse più ancora come portali da attraversare.
Amando il suo lavoro e il suo percorso, gli ho chiesto alcune cose che volevo approfondire e ne è nata una breve intervista, altra cosa di cui gli sono grata.
A.B.: Dalle tue prime esperienze alla Tribuna di Treviso alle mostre del 2026 a Milano su Human Nature, il tuo interesse per l'uomo nei "non luoghi" della modernità è rimasto costante. Come si è evoluta la tua percezione della solitudine umana?
R.R.: L'interesse per quel tipo di "tematica" ha preso sempre più corpo dalle letture e dagli autori che amavo ovvero i francesi da Camus a Sartre e poi negli ultimi anni Auster e Delillo. E poi il vivere le città e lo spazio urbano che mi circondava quasi con distacco e estraneità. Sensazioni queste che mi hanno accompagnato fin dall'adolescenza.
Crescendo poi e amando registi come Wenders e Antonioni mi sono concentrato sui progetti fotografici cercando di rappresentare quello che era ed è il mio modo di vedere il mondo intorno a me.
A.B.: A proposito, considerando l’amore che nutri per la letteratura e quanto questa rappresenti una strada parallela al mondo della tua fotografia, quale testo rappresenta meglio la tua visione dell’identità umana, della ricerca di sé che l’uomo è in se stesso?
R.R.: Come ti dicevo, gli scrittori francesi mi hanno molto influenzato ... a volte mi sento come Meursault, il protagonista de Lo straniero, o come i personaggi de La trilogia di New York di Auster.
A.B.: A proposito di La notte mi viene a cercare Giuseppe Cicozzetti scrive che tu eserciti il «diritto ontologico della fotografia a contraddire se stessa».
In un mondo che chiede alla fotografia di essere prova documentaria o "like" immediato, come riesci a preservare questo spazio di incoerenza e di mistero senza cadere nell'astrazione pura?
R.R.: Ricordo che una volta visitando una mostra di Duane Michals rimasi molto colpito da una sua frase che recitava testualmente: "quando tu guardi una mia fotografia tu guardi nei miei pensieri" . E così, riflettendo su questo concetto, ho capito che la cosa per me importantissima è riuscire a trasformare i miei stati d'animo, le mie sensazioni (paure o gioie che siano) in una fotografia ed è questo quello che mi spinge a fotografare, il cercare quel qualcosa che è dentro di me, che vedo solo io ma che poi posso trasmettere agli altri che poi a loro volta lo interpreteranno.
A.B.: Showcase segna il tuo distacco più netto dalla fotografia tradizionale. Se dovessi dire in una frase com’eri prima di questo lavoro e come sei ora, come riassumeresti dove ti ha portato al momento la tua ricerca?
R.R.: direi che Showcase è forse la quadratura del cerchio, ovvero di un percorso nato nel 2016 con Voyage, I'm one i'm another, I_dentity, nel senso che da lì ho sempre più rivolto la mia macchina fotografica verso di me, verso la mia anima e sempre meno verso il mondo esterno. Ho cambiato il mio punto di vista che non è una visione egocentrica ma intima, personalissima.
A.B.: E adesso, Ruggero, dove si posa ora il tuo sguardo per cercare d’illuminare cosa c’è dietro le quinte, cosa c’è dentro?
R.R.: già....cosa c'è dietro le quinte ... ti dirò, Arianna, che per me la fotografia è come una seduta da uno strizza cervelli, ha un valore terapeutico enorme, mi ha aiutato e mi aiuterà ancora – ne sono sicuro – a esorcizzare le mie ansie, le mie insicurezze e le paure che non mi vergogno di confessare. Dietro le quinte ci siamo noi sempre e dentro c'è la nostra anima. Tutto qui....
| Fotografia dal sito dell'autore |
Infine, Ruggero, devo dirti ancora una cosa. Quando ho visto in anteprima i contenuti fotografici di Showcase, mi hanno colpito profondamente, perché finalmente, davanti a una foto, non posso più dire semplicemente “bellissima, magnifica, stupenda”. Qui si parla d’altro, si parla d’oltre. E quando mi hai proposto di “scrivere una pagina” da inserire nel tuo libro, è stato come se mi dicessi: “credo che tu sia, a tuo modo, alla ricerca di queste stesse domande”.
Sì, è così, Ruggero. Perché anch’io, perché tutti siamo inesauribili anagrammi, impronunciabili altrove, dissolvenze infinite.Pubblicazioni di Ruggero Ruggieri
I’m one, I’m another (2019)
A cura di Lisa Calabrese
Testo critico di Simona Guerra
La notte mi viene a cercare (2022)
Testo critico di Giuseppe Cicozzetti
Progetto grafico di Paolo Celotto
Testo critico di Giuseppe Cicozzetti
Progetto grafico di Paolo Celotto
Showcase (2026)
Testo critico di Giuseppe Cicozzetti
Testo di prosa poetica di Arianna Bonino
Testo critico di Giuseppe Cicozzetti
Testo di prosa poetica di Arianna Bonino
| Fotografia da Voyage |

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