Due poeti allo specchio (Danila Di Croce e Sergio Daniele Donati)

 

Sai bene che là,
nei territori salmastri
dove si incrociano
voci e sguardi,
il canto dell’attenzione
trova i suoi primi toni.
I sensi non parlano mai
una lingua solitaria;
si mescolano e giocano
a rimpiattino col senso
– se mai esiste.
Viviamo di sinestesie sovrane,
dei raccolti di ossimori,
confusioni e paradossi antichi;
e bisogna saper tornare
bambini e toccare il cielo
sull’altalena dei desideri
per dare parola
al colore del silenzio;
di un silenzio di cristallo.
Tu tutto questo lo sai
e tieni eretta la postura
e posato all’orizzonte lo sguardo,
quando dici al mondo
dell’impossibilità di dire
prima di aver visto.
Io vengo da altri deserti
e ho scelto una cecità
dalle immense capacità auditive
– e ho conosciuto le sabbie
di una parola disperata,
esule e profuga.
Eppure nelle notti d’autunno,
quando il canto monotonico
dell’assiolo recita senza sosta
la lista dei nomi – di quei nomi –
ho la tua stessa postura,
e il mio sguardo
astigmatico sfoca i contorni
per restare al centro, immobile,
dentro la memoria
non ancora condivisa
di un futuro già previsto.
                       
                       E non c’è suono
                       prima del singulto
                       né colore che non sorga
                       da un nero d’ossidiana.

[Ma tu tutto questo lo sai
e faresti bene a sorridere
dei miei inciampi
che comunque ti dedico
come il dono più prezioso
– o forse l’unico possibile –
di chi non sa dare parola
all’assenza di parole]

(Sergio Daniele Donati - inedito 2026)


Sapere è il più aperto degli enigmi,
l’imperfetta risoluzione.
Qui sotto lo spuntone è quel ginocchio
ferito: a noi che arrampichiamo
corti diventano i calzoni,
le matite nell’astuccio mezze
spuntate. S’inciampa nei colori
per affinità di fiato.
                                   La luce
parla un più friabile abbandono.

(Danila Di Croce - inedito 2026)

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