(Redazione) - 54 - Tristan Tzara: nichilismo messianico e redenzione della parola - nota critica di Sergio Daniele Donati
| di Sergio Daniele Donati |
| Tristan Tzara | The Poetry Foundation |
Dal dadaismo all’umanesimo surrealista, in dialogo con René Daumal
Nato
Samuel Rosenstock il 16 aprile 1896 a Moinești, in una Moldavia
romena ancora segnata dalle discriminazioni antisemite che, ad
esempio, negarono agli ebrei la piena cittadinanza rumena fino al
1918, Tristan Tzara incarna una delle figure più radicali e al tempo
stesso più complesse dell’avanguardia europea del Novecento.¹
La
scelta del nome d’arte –anagramma giocoso di «trist
în țară»,
«triste
in patria»
– non è mero vezzo fonetico: è già un atto di distanziamento,
peraltro ironico, da un’identità nazionale oppressiva e da una
condizione diasporica vissuta come ferita originaria profonda.
Figlio
di una famiglia ebrea ashkenazita che parlava yiddish come lingua
materna e che aveva radici profonde nello shtetl
(il villaggio ebraico dell’est europeo) hassidico, Tzara non fu mai
un ebreo praticante.
Eppure,
la sua opera poetica, dalla distruzione sistematica del linguaggio
dadaista alla ricerca di un «uomo
approssimativo»
capace di abitare il caos, porta impressa l’eco rovesciata di una
tradizione mistica ebraica che egli stesso avrebbe riscoperto, in
forma privata e tardiva, attraverso lo studio della Kabbalah.²
Giunto
a Zurigo nel 1915 per sottrarsi alla guerra e al clima antisemita
romeno, si unisce a Hugo Ball, Emmy Hennings, Hans Arp e Marcel Janco
nel Cabaret Voltaire.
Qui,
il 5 febbraio 1916, nasce ufficialmente il dadaismo: non un movimento
artistico in senso tradizionale, bensì una rivolta totale contro la
civiltà borghese, a dir loro responsabile della carneficina europea.
Tzara ne diventa subito il teorico più intransigente e il
propagandista più abile, dirigendo la rivista Dada
e scrivendo, tra il 1916 e il 1918, i testi che ne costituiscono il
nucleo ideologico.
Ovviamente
il Manifesto Dada resta il documento più folgorante di questa fase
di Tzara. Il suo incipit è più che celebre: «Pour
lancer un manifeste il faut vouloir : A.B.C. fulminer contre 1, 2,
3…».
[Per lanciare un manifesto bisogna volerlo: A.B.C. fulminare contro
1, 2, 3…].
Ma
è nel nucleo centrale che Tzara enuncia la sua poetica del nulla:
«Dada
ne signifie rien»
[Dada non significa nulla].
Il
linguaggio non è più qui descritto strumento di comunicazione né
di rappresentazione; diviene, al contrario, materia sonora,
frammento, caso.
La
tecnica del cut-up,
descritta nel manifesto e poi codificata nel 1920 in «Pour
faire un poème dadaïste»
[Per fare una poesia dadaista], ne è l’applicazione pratica più
radicale: «Prenez
un journal. Prenez des ciseaux. Choisissez dans cet article un
article de la longueur que vous désirez donner à votre poème.
Découpez les mots. Mettez-les dans un sac. Agitez doucement. Sortez
les morceaux un à un. Copiez consciencieusement dans l’ordre où
ils ont quitté le sac. Le poème vous ressemblera».
[Prendete un giornale. Prendete delle forbici. Scegliete in
quest’articolo un brano della lunghezza che desiderate dare alla
vostra poesia. Ritagliate le parole. Mettetele in un sacchetto.
Agitatelo delicatamente. Tirate fuori i pezzi uno per uno. Copiateli
coscienziosamente nell’ordine in cui sono usciti dal sacchetto. La
poesia vi assomiglierà.]
Questa
procedura non è mero gioco provocatorio: è un atto di
desacralizzazione della parola che spezza la sintassi occidentale e
la sua pretesa di ordine razionale.
Un
esempio concreto compare in La
Première Aventure céleste de Monsieur Antipyrine
(1916) o nei Vingt-cinq
poèmes
(1918), dove versi come «Cinq
négresses dans une auto / ont explosé suivant les 5 directions de
mes doigts»
[Cinque negre in un’auto / sono esplose seguendo le 5 direzioni
delle mie dita] disarticolano ogni logica referenziale, creando un
paesaggio sonoro primitivo e liberatorio. Il risultato è una poesia
che non significa, ma che è: pura intensità, microbo vergine che
penetra negli spazi lasciati vuoti dalla ragione o, meglio ancora,
divarica il reale per farci vivere il nonsenso che da celato diviene
del tutto manifesto.
Il
legame strutturale celato e inconscio con il pensiero ebraico mistico
Proprio
in questa distruzione sistematica del linguaggio emerge il legame
profondo – e finora parzialmente sottovalutato nella sua portata
strutturale – con il pensiero ebraico mistico.
Tom
Sandqvist ha dimostrato come il nichilismo dadaista di Tzara non
nasca dal vuoto, ma da un substrato culturale hassidico e yiddish
moldavo.
La
famiglia Rosenstock era immersa in un mondo shtetl
(il villaggio ebraico dell’est Europa) «profondamente rivolto
verso l’interno» e lo stesso Tzara, a tredici anni, aveva ricevuto
la berit
milah
(circoncisione) niente meno che da Rabbi Bezalel Zeev Safran.⁴
La
frammentazione delle parole (o della parola), la simultaneità
fonetica, il nonsense assoluto riecheggiano, in forma rovesciata e
nichilistica, la shevirat
ha-kelim
della Kabbalah
lurianica (ovvero la rottura cosmica dei vasi divini che disperde le
scintille di luce divina nel regno delle qelippot,
preludio necessario al tikkun,
la riparazione redentrice).
Il
cut-up,
tuttavia, non è soltanto un escamotage anti-artistico europeo.
È,
nel profondo, una versione secolarizzata e diasporica di quella
rottura che libera il sacro dal contenitore logico, trasformando la
distruzione in atto paradossalmente messianico. In altre parole il
cut-up manifesta quell’eterno gioco con la parola come elemento
creativo, prima del suo significato, tipico del pensiero ebraico.
Milly
Heyd ha individuato un’agenda ebraica tanto nascosta quanto,
paradossalmente, manifesta: il nichilismo diventa strategia di
resistenza diasporica, capace di attaccare la razionalità
occidentale responsabile di guerra e pogrom proprio attraverso la
dissoluzione del suo strumento principe, la lingua o, meglio, la
parola.⁵
Elisabeth
Legge ha collegato, ad esempio, il wordplay dadaista alle tecniche
estatiche di Abraham Abulafia: le permutazioni di suoni e lettere
(come in «Monsieur Aa», parodia del nome divino ebraico privato
delle vocali) o il collage casuale come meditazione rovesciata sulle
ventidue lettere ebraiche che costituiscono la matrice della
creazione.
Tzara
assume, se così interpretato, letteralmente il ruolo di cabbalista
in quanto si appropria del «Great Secret» dello Zohar
(«il mondo non esiste se non attraverso il segreto») e lo svuota di
ogni metafisica per trasformarlo in negazione radicale, dichiarando
che «Dada è conosciuto da alcuni che non diranno mai cosa sia».⁶
Ovviamente
queste sono intuizioni sinaptiche, il cui contenuto va vagliato e
verificato con lenta precisione, sulla relazione tra il poeta e
mistica medievale ebraica che andrebbero meglio e più
approfonditamente studiate ed esposte.
Ma
è certo che richiami e fascinazioni tra i due mondi, solo
all’apparenza distanti, esistono e sono battenti e pulsanti.
Marcel Janco, ritratto/maschera di Tristan Tzara (1919),
collage dadaista che simboleggia l’"uomo approssimativo |
Anche
il ritratto che Francis Picabia dedica a Tzara nel 1920 assume la
forma di un diagramma sephirotico. Questo nesso non si esaurisce nel
periodo dadaista.
Il
lettrismo
di Isidore Isou – altro rumeno di origine ebraica che dichiarò di
voler leggere esplicitamente Tzara come Maestro – porta a
compimento la teleologia messianica latente.
La
distruzione della parola diventa via per una nuova creazione
kabbalistica della lingua.⁷
Verso
la fine della vita, dopo l’Olocausto e l’esperienza comunista,
Tzara tornò esplicitamente allo studio della Kabbalah,
confermando un ritorno alle radici che trasforma il nichilismo
dadaista in un «nichilismo messianico» ereditato e preesistente.
La
distruzione totale diviene unica via possibile alla redenzione del
frammento e nel clima post-shoah dell’epoca, questo assunto non può
non dare brividi.⁸
La
poesia non è dunque mera anti-arte europea: è anche l’espressione
di un ebraismo diasporico che, di fronte alla violenza della storia,
sceglie di distruggere il linguaggio prima che il linguaggio
distrugga l’uomo, come aveva, Klemperer docet, fatto solo pochi
decenni prima.
In
dialogo (immaginario) con René Daumal: due vie della rottura
linguistica verso il “superiore”
Nel
quadro del percorso poetico che da Paul Klee [di
Paul Klee come poeta ci si è occupati su queste pagine in questa
nota
critica. A questo link,
invece, troverete un dalogo poetico col grande artista]
e Oskar Kokoschka [qui
un mio intervento sulla figura centrale di Kokoschka] conduce
idealmente
a
René Daumal [ne
aprlo in questa nota
critica],
la figura di Tzara assume un ruolo di ponte radicale.
Entrambi
– mi riferisco qui
a
Tzara e Daumal – operano all’interno (o ai margini) del
surrealismo, entrambi rompono la lingua per accedere a una dimensione
“superiore”.
Tuttavia,
le loro traiettorie divergono profondamente nella direzione mistica e
nella risposta alla crisi della parola. Daumal, fondatore con Roger
Gilbert-Lecomte del Grand
Jeu
(1928), rifiuta l’ortodossia bretoniana e l’impegno politico per
una via ascetica orientale: l’induismo, il tantrismo e soprattutto
l’insegnamento di Gurdjieff lo conducono verso un “ritorno alla
fonte” della realtà, un punto supremo in cui le contraddizioni si
annullano (Mount
Analogue,
1952, postumo).
Il
linguaggio, per Daumal, deve essere trasceso nel silenzio mistico e
nella conoscenza suprema; la poesia diventa strumento di ascesi, non
di nichilismo.⁹
Tzara,
al contrario, si riconcilia con Breton nel 1929, entra nel
surrealismo e ne accetta (almeno temporaneamente) la politicizzazione
comunista. La sua rottura è, tuttavia, kabbalistica e messianica: la
shevirat
ha-kelim
dadaista non annulla la parola ma la frantuma per liberarne le
scintille, preparando il tikkun
in chiave laica e collettiva.
Dove
Daumal cerca l’ascesa verticale verso l’Analogo (il monte
simbolico della verità), Tzara opera una discesa orizzontale nel
caos della materia linguistica, trasformando la distruzione in atto,
forse redentivo, di animus politico.
Entrambi
rifiutano il razionalismo borghese responsabile della guerra, ma
Tzara lo fa con l’arma del nonsense diasporico e della rivolta
contro la parola, Daumal con l’arma, ben dalla prima lontana, del
silenzio iniziatico.
In
questo senso Tzara completa il percorso avviato da Klee (misticismo
visivo-creativo) e Kokoschka (espressionismo visionario): la parola
spezzata non è fine, ma una premessa mistica per una nuova umanità,
parallela ma complementare al “Grande Gioco” di Daumal.
Nel
1919 Tzara si trasferisce a Parigi.
Dopo
la rottura drammatica con Breton (1922), il nichilismo puro si rivela
insufficiente.
L’opera
cardine di questa svolta è L’Homme
approximatif
(1931), poema epico in cui il linguaggio non viene più solo
distrutto: viene ricomposto in una ricerca umanistica del senso che
riecheggia, in chiave laica e politica, il tikkun
kabbalistico.
Robert Delaunay, Ritratto di Tristan Tzara (1913-1914),
pittura orfista/cubista conservata al Reina Sofí |
L’uomo è «approssimativo» perché imperfetto, frammentario, eppure capace di abitare il sogno e la rivolta. Un passaggio emblematico recita: «je parle de qui parle qui parle je suis seul / je ne suis qu’un petit bruit j’ai plusieurs bruits en moi / un bruit glacé froissé au carrefour jeté sur le trottoir humide…». [parlo di chi parla chi parla io sono solo / non sono che un piccolo rumore ho diversi rumori in me / un rumore gelato stropicciato all’incrocio gettato sul marciapiede umido…]
La
voce si fa polifonica, il soggetto si dissolve e si ricompone in un
flusso che coniuga angoscia esistenziale e speranza politica.¹⁰
Influenze
ricevute ed esercitate da Tristan Tzara
Gli
influssi ricevuti da Tzara sono molteplici e dichiarati: il
simbolismo romeno di Adrian Maniu e Ion Vinea, Guillaume Apollinaire,
Arthur Rimbaud, Lautréamont, il primitivismo africano e il folklore
yiddish. Meno ovvio ma decisivo è l’apporto di Hugo Ball e Hans
Arp nella fase zurighese, nonché – indirettamente – di Nietzsche
per la radicalità nichilista. Il futurismo viene assimilato e
respinto nella sua componente militarista.¹¹
La
sua eredità è però ancora più vasta e ramificata. Il metodo del
cut-up – esplicitamente codificato nel 1920 – anticipa e ispira
direttamente William Burroughs e Brion Gysin, che lo riconoscono come
fonte primaria per la tecnica letteraria del “fold-in”
e per l’intera Beat Generation.¹²
Il
dadaismo influenza il lettrismo di Isidore Isou (che dichiarò Tzara
proprio maestro), il teatro dell’assurdo di Eugène Ionesco (il
quale, in un’intervista per la Paris Review, raccontò come la
lettura derisoria di una poesia di Tzara da parte di un insegnante lo
avesse paradossalmente ispirato, e come il loro incontro tardivo in
romeno avesse sigillato un’affinità profonda), Fluxus, il
situazionismo e la poesia concreta.
Samuel
Beckett tradusse sue poesie; la sperimentazione grafica e
performativa contemporanea, fino alla poesia digitale e alla
generazione random di testi, ne conserva l’energia dissacrante.¹³
Anche in ambito politico la lezione di Tzara – nichilismo come
premessa alla ricostruzione – si riverbera nelle pratiche
situazioniste e nei movimenti del ’68.
Tzara
non fu soltanto il «papà
del dadaismo»,
come lo definì con ironia lo stesso Breton.
Fu
un intellettuale ebreo diasporico che, attraverso la distruzione e la
successiva ricostruzione della parola, ha tentato di rispondere alla
crisi della civiltà europea con un gesto insieme nichilista e
redentivo.
In
dialogo con il misticismo ascetico di Daumal e con il percorso
visivo-espressionista di Klee e Kokoschka, la sua opera poetica
resta, ancora oggi, un atto di resistenza: contro ogni sistema,
contro ogni certezza, contro ogni lingua che pretenda di imprigionare
l’uomo. In un’epoca che continua a interrogarsi sul senso della
creazione dopo Auschwitz e dopo le guerre contemporanee, la lezione
di Tzara – nichilista e messianica al tempo stesso – conserva
intatta la sua urgenza.
Man Ray, ritratto di Tristan Tzara nello studio (anni '20),
fotografia surrealista iconica. (Public domain / Metropolitan Museum of Art open access) |
Approfondimenti e sviluppi ulteriori possibili
Un’indagine
più ravvicinata e spregiudicata della poetica tzariana rivela che il
parallelismo tra la shevirat
ha-kelim
lurianica – cioè la dottrina mistica ebraica della “rottura dei
vasi divini” elaborata dal rabbino Isaac Luria nel XVI secolo – e
la tecnica del cut-up
non è una semplice metafora colta, ma una corrispondenza profonda
che tocca l’essenza stessa del suo gesto creativo.
Secondo
la cosmologia di Luria, Dio aveva creato il mondo versando la Sua
luce infinita dentro dieci vasi di luce purissima; questi vasi,
troppo fragili, si frantumarono in un cataclisma cosmico chiamato
appunto shevirat
ha-kelim.
Le
scintille divine si dispersero allora nel regno delle qelippot
(letteralmente “i gusci” o “le scorze”), cioè le forze
impure e materiali del mondo. Solo l’uomo, attraverso il tikkun
– il lavoro paziente di raccolta e ricomposizione di quelle
scintille – può riparare la frattura originaria e redimere la
creazione intera.
Quando
Tristan Tzara, nel manifesto del 1920, invita a ritagliare le parole
da un giornale, a chiuderle in un sacchetto e a ricomporle secondo
l’ordine del puro caso, compie un’operazione sorprendentemente
affine: «les
mots se brisent comme des os»
[le parole si spezzano come ossa]. Frantumando la sintassi e la
pretesa di ordine razionale della lingua occidentale, egli non si
limita a distruggere; libera, al contrario, le scintille di senso
imprigionate nella logica borghese, preparando – in forma laica,
diasporica e collettiva – una redenzione della parola stessa.
Questa
stessa dialettica nichilista-messianica disegna una linea sotterranea
che attraversa gran parte del pensiero ebraico europeo del Novecento
e pone Tzara in un dialogo ideale ma densissimo con alcune delle
menti più radicali del secolo.
Il
suo rifiuto totale del linguaggio costituito riecheggia la concezione
di Walter Benjamin, il filosofo tedesco ebreo che nelle sue “Tesi
sul concetto di storia”
(1940) immagina il Messia non come un pacifico restauratore, ma come
colui che irrompe improvvisamente per fermare il treno della
catastrofe storica e far emergere, in un attimo di pericolo, la
redenzione.
Dialoga
poi con Gershom Scholem, lo storico della mistica ebraica che proprio
negli anni Venti – mentre Tzara scriveva i suoi manifesti –
interpretava la Kabbalah
lurianica come una vera e propria “teoria della catastrofe”
capace di dare senso alla modernità distrutta dalle guerre e, più
tardi, dall’Olocausto.
Trova
infine un compagno inatteso in Georges Bataille, lo scrittore e
filosofo francese che nel suo libro L’Expérience
intérieure
(1943) trasforma la dissoluzione estrema della parola e del soggetto
in via di accesso all’estasi e al sacro profano. In tutti questi
autori, come in Tzara, la distruzione non è mai nichilismo puro: è
sempre il passaggio obbligato verso una forma paradossale e disperata
di salvezza.
L’eredità
di questo gesto si proietta con forza sorprendente nel presente. Il
metodo del cut-up, codificato da Tzara con lucidità profetica,
costituisce oggi uno degli archetipi fondamentali della poesia
sperimentale contemporanea e della creazione generata da intelligenza
artificiale.
La
glitch
poetry
– cioè la poesia che utilizza deliberatamente errori digitali,
interruzioni di codice e “glitch”
(letteralmente “guasti”) per produrre testi imprevedibili – e i
progetti di letteratura algoritmica non fanno che riprodurre, su
scala digitale, lo stesso meccanismo originario: rompere il controllo
autoriale per permettere l’emergere di combinazioni imprevedibili e
feconde.
Ciò
che nel 1916 appariva come provocazione anarchica si è trasformato,
un secolo dopo, in uno strumento essenziale per interrogare i confini
tra autore, macchina e linguaggio in un’epoca dominata dal codice.
Particolarmente
commovente e ancora largamente inesplorato rimane il ritorno
esplicito di Tzara alla Kabbalah
dopo la Seconda guerra mondiale. Superato lo shock dell’Olocausto e
delusa l’esperienza comunista, il poeta si immerge nuovamente e con
intensità crescente nei testi sacri. Le lettere a Isidore Isou degli
anni 1952-1954, le fitte annotazioni marginali sull’edizione
francese dello Zohar
– il testo fondamentale della mistica ebraica medievale, composto
in Spagna tra il XIII e il XIV secolo – conservate alla
Bibliothèque littéraire Jacques Doucet e i diari privati
(parzialmente pubblicati solo di recente) testimoniano una lettura
quasi quotidiana del trattato lurianico Etz
Chaim
(“Albero
della Vita”),
la summa più importante del pensiero di Isaac Luria. In queste
pagine intime Tzara sembra rileggere a posteriori l’intera
avventura dadaista come una prefigurazione necessaria della grande
catastrofe europea: solo attraverso la distruzione totale della
parola era forse possibile preparare, nel cuore stesso del buio, una
forma nuova e tragica di tikkun
collettivo.
Infine,
il confronto serrato con René Daumal e l’esperienza del Grand
Jeu
– il gruppo surrealista dissidente fondato nel 1928 da Daumal e
Roger Gilbert-Lecomte, che rifiutava l’ortodossia bretoniana per
una via mistica e ascetica – permette di cogliere nella sua
pienezza la specificità del contributo tzariano.
Se
Daumal cerca l’ascesa verticale verso il «punto supremo»
attraverso il silenzio mistico e la disciplina iniziatica orientale
descritta nel suo romanzo postumo Mount
Analogue
(1952) – un’allegoria del viaggio spirituale verso una montagna
invisibile che rappresenta la verità assoluta –, Tzara compie una
coraggiosa discesa orizzontale nel caos della materia linguistica
frantumata, tentando di estrarne una redenzione laica e politica. Due
risposte complementari e tuttavia profondamente diverse alla medesima
crisi della civiltà europea del Novecento: una contemplativa e
ascetica, l’altra nichilista e messianica.
È
forse proprio nella tensione irrisolta tra questi due poli – tra il
silenzio di Mount
Analogue
e la polifonia caotica dell’Homme
approximatif
– che si rivela uno dei capitoli più intensi e attuali della
letteratura moderna.
In
questo senso, la lezione di Tristan Tzara conserva intatta, ancora
oggi, la sua urgenza e la sua inquietante attualità
NOTE
¹
Tom Sandqvist, Dada
East: The Romanians of Cabaret Voltaire,
MIT Press, Cambridge (Mass.) 2006, pp. 45-67.
²
Andrei Codrescu, The
Posthuman Dada Guide: Tzara & Lenin Play Chess,
Princeton University Press, Princeton 2009, pp. 211-213.
³
Tristan Tzara, Sept
Manifestes Dada,
Jean Budry, Paris 1924 (trad. it. parziale in Manifesti
del dadaismo,
a cura di U. Carpi, Einaudi, Torino 1976).
⁴ Sandqvist,
op. cit., pp. 78-92.
⁵ Milly
Heyd, «Tristan
Tzara/Shmuel Rosenstock: The Hidden/Overt Jewish Agenda»,
in Jewish
Dimensions in Modern Visual Culture,
a cura di R. Washton Long, M. Baigell e M. Heyd, University Press of
New England, Lebanon (NH) 2010, pp. 193-215.
⁶ Elisabeth
Legge, «Faire
de son histoire une boucle (noire): Ways of Looking at Tristan
Tzara»,
Art
History,
vol. 32, n. 5, 2009, pp. 161-162.
⁷ K.
H. Niehaus, «Writing in secret: Kabbalistic language mysticism and
messianic teleology in lettrism», Journal
of Modern Jewish Studies,
2012.
⁸ Codrescu,
op. cit., p. 213.
⁹ Raoul
Vaneigem, A
Cavalier History of Surrealism,
trad. ingl. AK Press, Edinburgh 1999, pp. 24-28 (sulla posizione del
Grand Jeu rispetto a Breton e Tzara).
¹⁰
Tristan Tzara, L’Homme
approximatif,
Éditions Fourcade, Paris 1931 (trad. it. L’uomo
approssimativo,
a cura di G. Celli, Guanda, Parma 1978).
¹¹
Cfr. Elmer Peterson, Tristan
Tzara: Dada and Surrational Theorist,
Rutgers University Press, New Brunswick 1971.
¹²
William S. Burroughs, interviste
e scritti
(cfr. The
Adding Machine,
1985).
¹³
Eugène Ionesco, intervista Paris
Review
(1984); cfr. anche la testimonianza sull’incontro romeno con Tzara.
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