(Redazione) - Metricamente (Prontuario di sopravvivenza metrica) - 07 - Liberamente, poesia
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| Di Ester Guglielmino |
Fin dal primo contributo di Metricamente abbiamo avuto modo di spiegare quanto saldo e imprescindibile sia il rapporto tra musica e poesia. Sia che si voglia partire dal ditirambo antico sia che si faccia riferimento all’arcaica lirica monodica, la storia del genere ci insegna che la sua essenza più specifica risiede nell’interdipendenza strettissima tra il ritmo, il senso e la parola. Memori di ciò, abbiamo ab origine chiarito che la metrica non può rappresentare altro se non il tentativo, fatto a posteriori, di cogliere e classificare come regolari le spinte entropiche insite nell’atto stesso dello scrivere; operazione, questa, che, da un lato, ha permesso uno studio tecnico più consapevole della forma poetica ma, dall’altro, ha finito per imporre un controllo sempre più pesante e strutturato alla spontaneità della composizione. E quindi, approssimandoci - a un anno esatto di distanza - ad un inevitabile commiato, potevamo forse esimerci da una trattazione sulla nascita del “verso libero”? Certamente no, perché è attraverso questo percorso lungo e complicato che la poesia moderna ha rivendicato quella primigenia naturalezza ritmico-musicale in cui risiedono le stesse origini del genere.
Nelle
sue Questioni
metriche novecentesche1,
Pier Vincenzo Mengaldo parla di “metrica
libera”
e di “metrica
liberata”
per riferirsi al moto di ‘liberazione’ della poesia moderna
dall’insieme di vincoli e norme della metrica tradizionale, al fine
di conseguire un sistema versificatorio più liberamente ritmico e
prossimo alla spontaneità musicale del dato sonoro. Non più uno
schema sovrapposto dall’esterno, insomma, ma la germinazione
autonoma di una struttura che combaci con l’afflato lirico. Niente
più sedi fisse per gli accenti, niente più computi sillabici che
regolino la lunghezza del verso, niente più rime baciate,
incrociate, alternate. Mengaldo sostiene, infatti, che per poter
parlare di metrica libera debbono verificarsi ben tre condizioni:
intanto, la perdita di una funzione strutturale delle rime; in
secondo luogo, la mescolanza libera di versi canonici e non canonici;
infine, la mancanza di una corrispondenza regolare nella misura delle
strofe. Insomma una rivoluzione che riguardi non solo il verso in sé
ma tutte le componenti del discorso poetico: le parole, i suoni, le
strofe. Tuttavia, sebbene parlare di “metrica
libera”
renda il concetto più pregnante, la preferenza per l’espressione
‘verso
libero’
non è casuale: essa ha finito per imporsi perché traduzione
letterale del francese “vers
libre”,
coniato in Francia già a partire dal Cinquecento e poi ripreso, alla
fine dell’Ottocento, dal poeta simbolista Gustave Kahn (1859-1936),
considerato il primo teorico del fenomeno. Ciò nonostante, bisogna
subito precisare che la paternità del verso libero non può essere
attribuita né a Kahn né a nessun altro autore, in quanto si tratta
di un’esigenza di lungo corso, manifestatasi in vario modo prima
della fine del XIX secolo, periodo storico in cui essa venne
semplicemente a combaciare con la forte e diffusa richiesta di
modernizzazione del genere. E infatti, già nella Francia del
Cinquecento, a parlare di “versi
liberi”
troviamo Blaise de Vigenère (1523- 1596), colto segretario di Enrico
III, che usò tale espressione per riferirsi ad alcuni dei versi con
cui lui stesso aveva tradotto i Salmi, ottenendone una scrittura
ibrida, a metà fra le cadenze della prosa e le regole metriche della
poesia. Parimenti, anche in altre zone d’Europa, come l’Inghilterra
o l’Italia, si erano registrati atti di insubordinazione in questa
direzione: dalle innovazioni sullo schema del sonetto di Giovanni
Della Casa (1503-1556) all’irregolarità delle strofe di Torquato
Tasso (1544-1595) e Abraham Cowley (1618-1667).
Ma
è solo a partire dagli anni ‘80 dell’Ottocento che la tradizione
verso-liberista comincia ad affermarsi con maggiore cognizione. Se ne
riconoscono importanti prove in area francese come i Petits
poèmes en prose
di Charles Baudelaire (1821-1867), il quale aveva anche scritto in
versi liberi un Epilogo,
che poi non avrebbe mai pubblicato, per la seconda edizione di Les
Fleurs du Mal;
oppure certe opere di Arthur Rimbaud (1854-1891) quali Une
saison en enfer
(1873) e le Illuminations
(1886), in cui si alternano prose liriche e poesie folgoranti e
visionarie; fino ad arrivare al già citato Gustave Kahn, primo poeta
ad adottare una vera e propria forma di versificazione libera in Les
palais Nomades,
nel 1887, teorizzandone poi i caratteri sul numero del 1888 della
“Revue
Indépendante”.
Il sunto delle posizioni teoriche espresse da Kahn è che la libertà
compositiva
debba basarsi su tre condizioni fondamentali: che la lunghezza del
verso e il suo particolare ritmo scaturiscano solo dall’idea
poetica; che la rima possa essere sostituita dall’assonanza e
dall’allitterazione; che anche la strofa, come il verso, assecondi
il libero movimento del pensiero. A Kahn seguirono poi le
esemplificazioni di Francis Vielé-Griffin con Joies (1888-89)
e di Henri de Régnier (1864-1936) con Poèmes
anciens et romanesques (1890),
che perfezionarono notevolmente la tecnica del nuovo periodo ritmico.
Nella prefazione a Joies,
Vielé-Griffin affermava
"Il
verso è libero, ciò che non vuol dire che il vecchio alessandrino a
cesura unica o multipla con o senza rejet e enjambement sia
abolito; ma, più largamente, che nessuna forma fissa è più
considerata lo stampo necessario all'espressione del pensiero
poetico; che ormai, come sempre, ma consapevolmente libero questa
volta, il poeta obbedirà al ritmo personale al quale deve il suo
essere, senza che Théodore de Banville o altro legislator del
Parnaso abbia a intervenire, e che il genio dovrà risplendere
altrove che nelle tradizionali e illusorie 'difficoltà superate'
della poetica dei retori. L'arte non s'impara soltanto, si ricrea
incessantemente; non vive solo di tradizione, ma di evoluzione"2.
Altrettanto
significativi e importanti gli sviluppi che, negli stessi anni,
subiva la poesia statunitense, grazie all’opera rivoluzionaria di
Walt Withman (1819-1892). Il progetto di Withman, per sua stessa
ammissione, era quello di avvicinarsi al modello di scrittura
biblico, che nell’originale ebraico seguiva regole metriche. Da qui
l’idea di voler usare un linguaggio poetico nuovo, che fosse “prosa
in versi”
o “verso
in prosa”.
Ne scaturì una prosa che, per suddivisioni e ritmo, potremmo
senz’altro definire poetica e che contraddistinguerà altre
raccolte dello stesso autore, tra cui Leaves
of Grass
(Foglie
d’erba),
pubblicata per la prima volta nel 1855 ma lavorata dall’autore fino
alla morte. È in questa raccolta che troviamo inserito uno dei suoi
componimenti più celebri, scritto all’indomani della morte di
Abraham Lincoln
la nostra nave ha rotto tutte le tempeste: abbiamo conseguito il premio desiderato.
Il porto è prossimo; odo le campane, il popolo tutto esulta.
Mentre gli occhi seguono la salda carena,
la nave severa ed ardita.
Ma o cuore, cuore, cuore,
o stillanti gocce rosse
dove sul ponte giace il mio Capitano.
Caduto freddo e morto. […]3
Da questo estratto si può evincere con chiarezza la tecnica compositiva di Withman: la lunghezza del verso e il suo ritmo sono di volta in volta calibrati sul senso e sull’effetto emozionale che si vuole ottenere sul lettore. La fortuna, notevole, dei versi liberi del poeta statunitense è attestata, in area italiana, da citazioni e reminiscenze di poeti famosi come Gabriele D’Annunzio, che ne menziona alcuni versi nell’esergo di In memoriam (da Odi navali, 1893):
O how shall I warble myself, for the
dead one there I loved?
And how shall I deck my song for the
large sweet soul that has gone?
And what shall my perfume be for the
grave of him I love?...
Quale sarà il mio canto oggi per questa tomba che amo?
Come alzerò il mio canto io per la grande anima austera
ch’è disparita?
E con quale profumo questa serena tomba che amo
profumerò io dunque, oggi che in terra la primavera
è rifiorita?4
A
conferma della sua citazione, D’Annunzio mostra, nel seguito
dell’opera, di ispirarsi alla poesia libera; esperimento che poi
continuerà nelle Laudi,
soprattutto nella Laus
Vitae,
e
nelle odi d'Alcyone (La
poggia nel pineto, Il
Novilunio,
ecc.), che ricordano pure le melodiose strofe libere di Henri de
Régnier ma che in realtà, al di là dei prestigiosi riferimenti
internazionali, richiamano alcune sperimentazioni metriche di
ascendenza carducciana.
Anche
in Italia, infatti, le esigenze di rinnovamento della poesia si erano
fatte sentire e ad esse aveva cercato di rispondere, almeno sul piano
formale, Giosuè Carducci (1835-1907) con le sue Odi
barbare
(1877-1889), in cui prendeva corpo l’interessante tentativo di
imitare i versi della poesia classica tramite la metrica accentuativa
italiana. In effetti, il progetto di riprendere la bellezza e il
suono dell’antica poesia veniva da lontano e affondava le radici
addirittura nel Certame Coronario - la prima gara poetica in lingua
volgare di cui si ha notizia - ideato da Leon Battista Alberti e
patrocinato da Piero de’ Medici, nella Firenze del 1441. Dopo c’era
stato il cosiddetto ‘classicismo barocco’ di Gabriello Chiabrera
(1552-1638) coi suoi tentativi di riattualizzare la metrica greca e
latina (Pindaro, Anacreonte, Orazio, Catullo) come risposta
alternativa al nascente concettismo. Chiabrera si era misurato con
tutti i tipi di verso dalla quartina al dodecasillabo, riuscendo a
ottenere effetti di grande freschezza e piacevolezza. Carducci partì
proprio dalle sue sperimentazioni sull’esametro
e tentò di riprodurne l’effetto sonoro utilizzando talora un
senario/settenario legato a un otto/novenario, altre volte un
quinario più un novenario/decasillabo oppure un ottonario più
novenario; inoltre, nel tentativo di riformulare il distico elegiaco,
riprodusse il pentametro
con un quinario più settenario o con un doppio settenario o ancora
con un quinario più senario sdrucciolo o un settenario tronco più
ottonario tronco. Giusto per fornire un’idea, nei seguenti distici
elegiaci
‘barbari’, tratti dalla poesia Nevicata, l’esametro classico
è ottenuto con un settenario più
un novenario e il pentametro con un settenario più un ottonario
tronchi:
Lenta fiocca la
neve pe’l cielo cinerëo: gridi,
suoni
di vita più non salgon da la città,
non
d’erbaiola il grido o corrente rumore di carro,
non
d’amor la canzon ilare e
di gioventú.5
[…]
Tuttavia,
Carducci in quest’opera di presunta restituzione della musicalità
antica si trovò a fronteggiare non pochi problemi, visto che era
molto difficile far corrispondere il sistema sillabico quantitativo
dei classici con quello qualitativo romanzo; tant’è che spesso si
trovò ad agire in maniera del tutto discrezionale, obbedendo più
alla sua memoria poetica e al suo gusto musicale che a regole
precise. A ogni modo la sua proposta, per quanto meditata e
originale, non venne considerata adatta, per via del suo intrinseco
classicismo, a rispondere alle nuove esigenze di cambiamento.
Esigenze
cui cercò di dare risposta, nello stesso torno d’anni, anche Luigi
Capuana (1839-1915) con i suoi semi-ritmi,
componimenti in versi liberi non rimati e caratterizzati da una
struttura polimetrica. I primi apparvero, sotto le mentite spoglie di
traduzioni fittizie di un immaginario poeta danese, sul periodico
“Fanfulla
della Domenica”.
Con essi Capuana si allontanava dalle rigide regole della metrica
tradizionale italiana, attraverso l’assenza di rima, la lunghezza
variabile dei versi, la creazione di un ritmo interno affidato alla
musicalità delle parole. Solo nel 1888 l’esperimento venne
esplicitamente rivendicato dal suo autore, che finalmente si decise a
riunire i testi in una raccolta unitaria sotto il suo vero nome.
Intanto,
nel panorama letterario della nostra penisola si affacciava la figura
di un profondo innovatore, a dispetto dell’apparente aderenza al
sistema rigoroso della tradizione. Giovanni Pascoli (1855-1912) non
restò indifferente allo sperimentalismo ‘barbaro’ carducciano,
di cui si servì più volte in alcune traduzioni dai classici latini
e greci (come il famoso Odi
et amo
catulliano). Tuttavia, nella maggior parte della sua produzione,
preferì mantenere fede alle forme metriche consuete. Così, ad
esempio, nel poemetto Italy
ricorre all’uso costante e misurato dell’endecasillabo:
Parlava;
e la sua nonna, tremebonda,
stava
a sentire, e poi dicea: "Non pare
un
luì quando canta tra la fronda?"
Parlava
la sua lingua d’oltremare:
"...a
cicken-house" "un piccolo luì..."
"...for
mice and rats" "che goda a cinguettare,
zi
zi" "Bad country, Ioe, your Italy!"6[…]
Eppure,
già da questa breve citazione, è facile capire quanto Pascoli
spinga il verso più usato della tradizione a effetti del tutto
innovativi: il linguaggio è semplice e comune, aderente alla sua
poetica di scoperta delle ‘piccole cose’; l’uso del parlato e
del dialogo si affida spesso al discorso diretto e privilegia la
paratassi; il plurilinguismo spazia oltre i termini stranieri e
accoglie anche termini gergali per riprodurre il pastiche
linguistico proprio degli emigranti rimpatriati; e ancora l’uso
degli incisi, delle parentesi, dei puntini; lo stile allusivo e
volutamente nominale. Insomma, se esternamente Pascoli rimane fedele
agli schemi metrici più oliati della tradizione, dall’interno ne
mette in atto una costante opera di corrosione, con l’uso
spiazzante del lessico, della sintassi e dell’effetto fonico; coi
suoi versi ipermetri, spezzati, allusivi; con la tessitura fonica
sottile, attraverso cui recupera la compattezza e l’armonia
d’insieme.
Non
a caso Luciano Anceschi7
coniò per riferirsi alla sua opera la definizione di “poetica
delle cose”, opponendola polemicamente alla “poetica della
parola” tipicamente dannunziana. Si individuavano, in questa
prospettiva, due percorsi di rinnovamento del panorama poetico
differenti eppure compresenti: da un lato, una poesia che privilegia
la concreta determinazione dei fatti e degli oggetti (si pensi a
Gozzano o a Montale); dall’altro, una poesia che tende all’uso
della parola come suono puro (si pensi agli Ermetici o a Ungaretti).
A differenza di Pascoli, che persegue un rinnovamento del sistema
poetico che provenga dall’interno, D’Annunzio subordina
l’impianto logico del testo alla musicalità e suggestione da esso
esercitata, conferisce alla parola un valore autonomo assoluto,
staccato dall’esperienza concreta e condivisa. Anche questo modo di
procedere determina uno sfilacciamento delle regole metriche, ma
vantaggio della sovranità della parola stessa e non dell’insieme.
Sulla
falsariga di Pascoli si colloca anche l’esperienza di Gozzano
(1883-1916) che, con fare del tutto simile, si mantiene all’interno
del computo metrico del verso ma di fatto lo scardina per sintassi e
linguaggio. Ad esempio, i seguenti versi tratti dall’Amica
di nonna Speranza:
«Ma
bene… ma bene… ma bene…» - diceva gesuitico e tardo
lo
Zio di molto riguardo «Ma bene… ma bene… ma bene…
Capenna?
Conobbi un Arturo Capenna… Capenna… Capenna…
Sicuro!
Alla Corte di Vienna! Sicuro… sicuro… sicuro…»
«Gradiscono
un po’ di moscato?» «Signora sorella magari…»
E
con un sorriso pacato sedevano in bei conversari.8
[…]
sono
distici di doppi novenari, eppure il ricorso al discorso diretto,
alle ripetizioni, ai puntini di sospensione, al linguaggio di uso
quotidiano li avvicinano alla prosa o comunque danno al discorso
poetico un andamento completamente diverso.
Intanto,
nel 1903, viene pubblicata la prima silloge italiana interamente in
versi liberi: Fra
terra e astri
di Domenico Gnoli (1838-1915), un poeta romano già avanti negli anni
ma desideroso di rinnovare profondamente la sua produzione; anche se
la raccolta apparve sotto lo pseudonimo di Giulio Orsini, l’ipotetico
giovane poeta per cui amava spacciarsi Gnoli. A una manciata di anni
più tardi risale, invece, il primo tentativo italiano di
sistemazione teorica, ad opera dello scrittore scapigliato Gian
Pietro Lucini, che nel 1908 pubblicò la Ragion
poetica e programma del verso libero.
Successivamente,
le esperienze verso-liberiste attecchirono nei circoli
dell’avanguardia futurista, declinandosi attraverso il principio
della “parola
in libertà”,
decantata nel Manifesto
tecnico
dell’undici maggio 1912,
e arrivando fino alla realizzazione delle “tavole
parolibere”,
esperimenti di poesia visiva che risentivano degli sviluppi più
recenti della poesia francese, portati avanti da Guillaume
Apollinaire.
La
teoria paroliberista giunse in Italia grazie alle esperienze
artistiche di Corrado Govoni (Rarefazioni
e parole in libertà,
1915) e, soprattutto, di Filippo Tommaso Marinetti, la cui silloge
più famosa, Zang
Tum Tuuuum
(1912), puntava ‘visivamente’ sulla disgregazione non solo della
versificazione, ma anche della sintassi e dei precipui legami di
senso che sostanziano la lingua.
La
poesia ridiventava ‘libera’ perché “senza
fili”,
senza cioè sovrastrutture sonore che non fossero naturalmente
allitterative o immediatamente visualizzabili.
Lungo
questa strada, ma con caratteristiche e intenzioni completamente
diverse, toccò a Ungaretti (1888-1970) giungere alla rarefazione
estrema della misura del verso, non di rado ridotto a una parola
sola, disposta nello spazio della pagina come in una bolla di vuoto e
silenzio che ne esaltano la sostanza. Basti pensare a poesie come
Sogno,
inserita nella raccolta Allegria,
la più fortemente sperimentale e innovativa del poeta:
Ho
sognato
stanotte
una
piana
striata
d’una
freschezza
In
veli
varianti
d’azzurr’oro
alga.9
Il
messaggio poetico viene qui disarticolato, separando anche elementi
che di norma sono sintatticamente uniti (come accade nei vv. 2 e 3) e
mantenendo isolate nello spazio del verso anche parole non
significanti (v.3). Ungaretti, quindi, conduce il verso libero alla
sua formulazione più tipica, svincolandolo del tutto dalle misure e
dai ritmi della metrica tradizionale e adeguandolo solo alla misura
del respiro lirico. Bisogna tuttavia chiarire che questo percorso
ungarettiano, realizzatosi nella sua espressione più eclatante
nell’Allegria,
subisce nelle raccolte più mature una significativa inversione di
rotta, orientandosi verso la riconquista della lunghezza del verso e
riapprodando alla misura tradizionale dell’endecasillabo. Ma non si
trattava tanto di un ritorno all’indietro quanto della necessità
di avviare una reazione polemica necessaria contro le spinte
disgregatrici eccessive e non più autentiche portate avanti dalle
avanguardie.
Fu
anche per questo, forse, che Eugenio Montale (1896-1981) mantenne,
già a partire dagli Ossi
di seppia,
una spiccata sensibilità metrica, rivalutando le strutture del verso
e della strofa più tradizionali (endecasillabi, ottonari, quartine,
etc.). Ma si può far valere per Montale quanto detto per Pascoli e
Gozzano: i suoi versi, pur essendo endecasillabi o ottonari, si
arricchiscono di rime imperfette, di assonanze e consonanze, di
disarmonie funzionali al senso stesso della sua poesia. Col passare
del tempo, poi, e con Satura (1971),
in particolare, il suo stile diventa sempre più prosastico e
discorsivo; le parole scarne, essenziali; il ritmo si adagia sul
flusso dei pensieri. E come non ricordarne, la più celebre? che pure
nel tono dimesso e immediato del ricordo non perde ma acquista tanto
in termini di intensità ed espressione?
Ho
sceso, dandoti il braccio, almeno un milione di scale
e ora che
non ci sei è il vuoto ad ogni gradino.
Anche così è stato
breve il nostro lungo viaggio.
Il mio dura tuttora, né più mi
occorrono
le coincidenze, le prenotazioni,
le trappole, gli
scorni di chi crede
che la realtà sia quella che si vede.10[…]
Ed
è questa stessa tensione narrativa, propria d’una poesia che
rifiuta d’essere pura espressione dell’io e che si orienta verso
il racconto in versi, a diventare la cifra caratteristica di Cesare
Pavese, soprattutto con Lavorare
stanca
(1936), in cui il poeta si apre a una realtà più comune e concreta,
instaurando un rapporto più immediato col lettore. Ne deriva un
verso lungo, in genere superiore in misura all’endecasillabo, come
accade in Mari
del Sud:
Camminiamo
una sera sul fianco di un colle,
in silenzio. Nell’ombra del
tardo crepuscolo
mio cugino è un gigante vestito di bianco,
che
si muove pacato, abbronzato nel volto,
taciturno. Tacere è la
nostra virtú.11
[…]
Si
tratta di un verso che richiama le esperienze otto-novecentesche di
Whitman, Pascoli, Gozzano e che forse, ancora più addietro, si
ricongiunge all’originario spirito narrativo della
chanson de geste.
Da
questo momento in poi, si può dire che la storia del verso libero
novecentesco oscillerà di continuo tra questi due estremi: il
verso-parola
di Ungaretti e il verso
lungo
di Pavese. Due soluzioni cui corrispondono anche due concezioni
differenti di poesia: da un lato, una poesia che è intesa come
esperienza di illuminazione interiore e che si affida a un linguaggio
enigmatico ed evocativo; dall’altro, una poesia che ridiventa
racconto disteso di fatti ed eventi, narrati con un linguaggio
concreto e corporale. Sarebbe però sbagliato pensare a questi due
atteggiamenti come a due percorsi paralleli e intangibili, perché
entrambe le soluzioni vanno intrecciandosi di continuo non solo
nell’esperienza del secolo ma anche nell’esperienza del singolo;
così Pavese nella sua celebre Verrà
la morte e avrà i tuoi occhi
ricorrerà a
un
versificare breve e musicale, mentre Ungaretti ne Il
dolore
affiderà a endecasillabi, novenari e settenari la tragedia d’una
morte che ha gli occhi di un padre.
Bibliografia
essenziale
Luciano
Anceschi, Saggi di
poetica e poesia,
Massimiliano Boni Editore, Bologna, 1972.
G.
Baldi – S. Giusso – M. Razetti – G. Zaccaria, La letteratura.
Il primo Novecento e il periodo tra le due guerre, Paravia, Torino,
2007.
Pier
Vincenzo Mengaldo, Questioni
metriche novecentesche,
in La tradizione del
Novecento. Terza serie,
Einaudi, Torino, 1991
Foto
1: da Reconnaît-toi
poema calligrafico di Guillaume Apollinaire, 1915
Foto
2 e 3: da Che cos'è il
futurismo. Nozioni elementari.
Di Direzione del Movimento Futurista, 1920.
Note
1
Pier Vincenzo Mengaldo, Questioni metriche novecentesche, in
La tradizione del Novecento. Terza serie, Einaudi, Torino,
1991
2
Francis
Vielé-Griffin, Joies, Tresse &
Stock, Paris, 1899 – consultabile su https://archive.org/
3
La traduzione riportata è di Antonio Agresti.
4
Gabriele D'Annunzio. Poema paradisiaco - Odi navali.
Milano, Fratelli Treves Editori, 1896. Consultabile in Internet
Archive
5
Giosuè Carducci, in Odi barbare, Mursia, Milano, 2018.
6
Giovanni Pascoli, in Nuovi poemetti, Oscar Mondadori, Milano,
1968.
7
Luciano Anceschi, Saggi di poetica e poesia, Massimiliano
Boni Editore, Bologna, 1972.
8
Guido Gozzano, L’amica di nonna Speranza In Tutte le
poesie, a cura di A. Rocca e M. Guglielminetti, Mondadori,
Milano, 1983
9
Giuseppe Ungaretti, in Allegria, in Ungaretti: vita,
poetica, opere scelte, Mondadori, Milano, 2007
10
Eugenio Montale, in Satura, Xenia II, in Le opere,
Edizione speciale CDE, Milano, 1977
11
Cesare Pavese, in Lavorare stanca, Einaudi, 2001

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