(Redazione) - Anfratti - 17 - Professor Prok o il vicino di casa

 
A cura di Alessandra Brisotto

Non rimane sveglio a lungo, quando negli occhi è scomparsa la reazione naturale alla luce. 
Se ne accorge perché gli oggetti svaniscono all’interno, non trovando più nessuna corrispondenza con l’esterno. Così comincia la notte, il destino dei sogni si incammina in fila indiana, avanzando ad uno ad uno con il trascorrere del sonno, alternato a qualcosa che si chiama veglia.
È il re dei dormiglioni, dei pigri e dei procrastinatori. Le scuse per non proseguire un lavoro, o addirittura per non cominciarlo, gli sfilano innanzi a due a due, a braccetto con i libri che legge. 
Per ogni testo una scusa sigillatasi addosso. 
A volte a un libro si attaccano due o tre scuse, come polipi curiosi, a interpellare la carta per divorarne il contenuto senza analizzarlo.
È un polipo disilluso, abbracciante (solo la carta), ironicamente stanco di fare qualcosa che in realtà non ha nemmeno cominciato. 
È stanco della stanchezza in generale. Stanco di essere stanco.
Stanco di tutto e di tutti, oppure solo stanco di se stesso. 
Stanco di quello scafandro appesantitosi notevolmente con gli anni e con il pane.
Il pane gli piace molto.
La sua vita è costituita principalmente da pane e libri. Potrebbe pure leggere il pane e cibarsi dei libri. O viceversa.
Il suo nutrimento prevarica gli orizzonti visivi e tattili. L’olfatto gli parla di polveri sconosciute e muffe invisibili, strati di passati accatastatisi sugli involucri e sulle costole dei libri.
Il gusto del pane gli ricorda l’odore di certe copertine dure, ricoperte di una particolare stoffa dolciastra.
Siede alla scrivania e sogna un futuro migliore, un tempo in cui potrà trastullarsi nel nulla con la noncuranza di chi non ha niente da perdere. In quel mondo indifferente potrà leggere senza riguardi, ignorare chi gli parla e ridurre i contatti percettivi con il mondo esterno. Potrà ordinare tutti i libri in Internet, comunicare via e-mail, attraverso brevi messaggi telefonici o addirittura telepaticamente. 
Al supermercato ci andrà tanto per fare due passi, sgranchirsi le gambe ed osservare dall’esterno, in silenzio, quel mondo cangiante e stupido. Se ne starà in disparte, perché non è stupido come quel mondo, lui è diverso. 
- Io sono io.
Dice.
- E non è poco.
Pensa.
Ma il mondo lo sa?
Beve una birra.
Due.
Comunque, il suo supermercato preferito si trova a due passi da casa, a Francoforte. 
Non è molto grande, non gli fa perdere tempo inutilmente. Quando ci si reca, il direttore gli sorride, gli chiede come sta – a lui va sempre bene – sorridendo aggiunge che è pure una bella giornata.
Lo dice sempre, anche in inverno, quando il tempaccio sfalda ogni speranza di sole, oppure quando un cliente lo tratta male, come se non gli importasse nulla di chi non lo rispetta. Deve aver capito tutto degli uomini.
In ogni caso ha ragione, come ha ragione il supermercato a starsene in dimensioni ridotte, a fargli risparmiare tempo e permettergli di uscire con una borsa colma di cibo, pane e nuove scuse da ingoiare.
- Perché io sono io
Pensa.
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