(Redazione) - Amerinda - 08 - "L’infinito e la città eterea" - un viaggio poetico per L’Avana attuale con la silloge della poeta cubana Giselle Lucía Navarro.

 di Antonio Nazzaro


In questi tempi in cui Cuba viene costantemente difesa o condannata, vogliamo invece raccontarla attraverso i versi e gli occhi di un’artista a tutto tondo: Giselle Lucía Navarro, non solo poeta e scrittrice, ma anche artista visiva conosciuta sia in America Latina sia in Europa.
Il poemetto, già nel titolo, racconta un viaggio: L’infinito e la città eterea. Si viaggia dal sud verso la città eterna che, nell’attraversare l’oceano, si fa eterea.
La poeta cubana ha sbozzato il testo nel marzo del 2023, durante un viaggio in autobus da Cosenza a Roma, e — come spiega in una nota alla fine dell’opera — lo ha terminato «alla luce di una candela, durante i giorni di blackout nazionale che ha vissuto il popolo cubano, il 20 ottobre del 2024, alle 22:15».
L’inizio del testo non lascia dubbi, Giselle è cubana e scrive:
Vengo da un paese attraversato dalla polvere e le verdi risaie dell’oblio. Porto tra le mani un po’ di terra e qualche parola antica per dare equilibrio alla frustrazione dell’aria. (…)
Giselle ha appena compiuto trent’anni e guarda al suo paese con una speranza che va al di là degli schieramenti ideologici; molti della sua generazione hanno abbandonato l’isola durante il periodo definito della "diaspora cubana".
La nuova generazione di quest’isola sa cose che ancora ignora, sembra designata a mettere sul tavolo lo storico dilemma dell’ondeggiare e la pioviggine.
Al crescere i bambini imparano ad amare e odiare la città, asfissiati dal caos e dal vento di utopici paesaggi. e fuggire è divenuto l’esercizio evolutivo. (…)
La fuga come atto evolutivo di un’utopia che, perdendo la sua spinta rivoluzionaria, diviene utopica o, peggio, quasi estranea.
Mentre dormivamo la città è tornata ad essere una selva.
Adesso il giovane sente che invecchia con le forbici in mano, all’intentare di potare il marabu [1] e tutta la gramigna che riesce germogliare, con i paraocchi del cavallo che solo guarda avanti per non farsi distrarre dalle sconvenienze. (…)
L’andare avanti diventa uno stato di pura sopravvivenza, dove l’invecchiare coincide con la mancanza, forse certa, di un futuro altro.
Dicono che dobbiamo saltare o battezzarci come i futuri monoliti, accettare che la pestilenza e questa pozza di sudiciume dove il vicino lava il suo cucchiaio, perché non ha acqua nel tugurio, è il segno che questa città si dissangua come le gambe della donna del viale, circondata da borse, avanzi di cibo, punta dalle zanzare e le ingiurie della gente che le passa accanto e grugnisce forse perché teme di diventare il suo riflesso e sa, sa che la marea continua a crescere. (,,,)
Dalla miseria si fugge, non la si condivide; essa separa il mondo, e la città, specchiandosi nel proprio degrado, scappa da se stessa.
L’avvenire si vede meglio senza tarme, senza la correzione del colore di uno schermo che non è seducente per nessuno, ma all’ondeggiare bisogna arrivare in tempo.
Non c’è ritorno dopo la perdita dello stupore e un uomo senza semi facilmente regala la sua polpa per poco valore. (…)
Ma la caduta non può essere soltanto economica; diventa inevitabilmente umana, e probabilmente fin troppo umana.
La vecchia auto apre le sue porte all’angolo di sempre e vedo scendere questa bambina, un’altra volta, senza salutare, capezzoli al vento con l’innocenza serbata nella borsa, per imparare a mordere la notte, non perché è l’unico modo per guadagnarsi la vita ma è quello che conosce. E la notte la morde senza pietà, la morde.
Come dire ai nonni che la notte è vera dopo le battaglie? “La gratitudine prima di tutto”, diranno con la voce tremante di chi sa che ci sono cose che devono essere ricambiate.
La distanza tra le generazioni si annulla di fronte a una realtà in cui persino chi ha vissuto la Rivoluzione sente che molte cose, ormai, devono cambiare.
Il destino di uomini e donne è nella prova di quanto possono e wollen resistere. (…)
NOTIZIE BIOBIBLIOGRAFICHE
Giselle Lucía Navarro (Cuba, 1995) è una scrittrice, artista visiva multidisciplinare e designer cubana che vive e lavora all’Avana. Laureata in Disegno Industriale all’Università dell’Avana, la sua opera letteraria ha vinto prestigiosi riconoscimenti, tra cui il premio David assegnato dall’UNEAC, il Pinos Nuevos, il Calendario, il José Viera y Clavijo, il Benito Pérez Galdós e La Edad de Oro, quest’ultimo il più importante premio di letteratura per ragazzi di Cuba. Ha ottenuto inoltre menzioni in premi di poesia in Finlandia, Porto Rico, Spagna e Italia.
Ha pubblicato le raccolte di poesia Contrapeso (Colección Sur, 2019), El circo de los asombros (Gente Nueva, 2019), Criogenia (Ensemble Edizioni, bilingue, Roma, 2021 e Ediciones Unión, Cuba, 2023), La Habana me pide una misa (Extramuros, 2022); nonché i romanzi per bambini e ragazzi ¿Qué nombre tiene tu casa? (Gente Nueva, 2019), La Comarca Silvestre (Hermanos Loynaz, 2021) e Un niño perfetto (Abril, 2023, seconda edizione 2024). Le sue opere sono state parzialmente tradotte e pubblicate in antologie e riviste in una ventina di Paesi.
Nel suo lavoro visivo, parole e tessuti convergono per tessere nuove narrazioni. Sculture tessili di grandi dimensioni, opere bidimensionali, installazioni e opere concettuali dialogano con la politica, la dimensione domestica, le identità collettive, l’onirico e l'indagine esistenziale dell’essere contemporaneo. Ha partecipato a numerose mostre personali e collettive, sia a Cuba sia all’estero.

[1] Il marabù (Dichrostachys cinerea) è considerata la pianta più invasiva dell'isola di Cuba.



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