(Redazione) - Voci dall'Umanesimo-Rinascimento - 11 - Giovanni Pontano e la grandezza d’animo.
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| Di Gianni Antonio Palumbo |
In
attesa di tornare sulla Fabula
di Orfeo di
Agnolo Poliziano e concludere la nostra analisi sulla distanza tra la
– pur bellissima – lettura di De Sanctis e l’effettiva
polisemia dell’opera dello scrittore di Montepulciano, l’occasione
della presentazione per il Centro studi Giovan Battista della Porta
del libro curato dal professor Tateo, il De
magnanimitate di
Giovanni Pontano, ci induce ad affrontare un tema affascinante e di
grande attualità, veicolato dalla trattatistica filosofica
quattrocentesca. Una ghiotta occasione, per noi, di ritornare su uno
degli autori più importanti del secolo XV, per il quale rinviamo
alla prima trattazione che abbiamo fatto per “Le parole di Fedro”,
disponibile al seguente link.
Più
precisamente il volume ha per titolo Giovanni Pontano, De
magnanimitate. La grandezza d’animo per Andrea Matto Acquaviva,
testo, traduzione e commenti a cura di Francesco Tateo. è
stato edito da Congedo nel 2025 in una collana scelta non
causalmente, “Gli Acquaviva tra Puglia e Abruzzi”, diretta da
Caterina Lavarra, Angelantonio Spagnoletti e dallo stesso Tateo. A
tenerla a battesimo, accanto al Ministero della Cultura e al
Dipartimento Dirium di Uniba, è infatti il Centro ricerche di Storia
ed Arte di Conversano, per il quale l’opera riveste particolare
interesse anche in virtù del fatto che il dedicatario della fatica
pontaniana, più volte tra l’altro richiamato durante la
trattazione, è Andrea Matteo III Acquaviva d’Aragona, come precisa
Caterina Lavarra, “il più grande feudatario del regno di Napoli
tra XV e XVI secolo”. Tra gli altri suoi titoli feudali ci fu per
un certo periodo anche quello di conte di Conversano.
Proprio
come suo fratello Belisario, Andrea Matteo era stato alla scuola del
Pontano, che lo salutava, nella dedica del De
magnanimitate,
come significativo esempio del fecondo connubio d’uomo d’armi e
di lettere. Non senza ragione, rivolgendosi al suocero Traiano
Caracciolo, quasi a giustificarsi di aver dedicato tempo alla
traduzione di un opuscolo morale di Plutarco, l’Acquaviva si era
servito dell’immagine di Marte incatenato e liberato con l’aiuto
di Mercurio a significare che “l’uomo” – anche l’uomo
d’armi – “senza l’aiuto dell’ingegno e la cultura
letteraria non è altro che un uomo incatenato” (riportiamo il
passo da F. Tateo, I
nostri umanisti. Il contributo pugliese al Rinascimento,
Fasano, Schena, 2002,
p.
85; la Versione
latina del De
virtute morali di Andrea Matteo Acquaviva, con edizione critica e
traduzione italiana di Claudia Corfiati è stata pubblicata nel
volume Il
De
virtute morali di
Plutarco nella versione latina di Andrea Matteo Acquaviva d’Aragona,
a cura di Caterina Lavarra e Claudia Corfiati; per ciò che concerne
invece Belisario Acquaviva, ci permettiamo almeno di ricordare i
lavori di Domenico Defilippis, tra cui Tradizione
umanistica e cultura nobiliare nell’opera di Belisario Acquaviva).
Insomma, il dedicatario dell’opera sulla grandezza d’animo era
una figura che congiungeva l’impegno politico e militare con lo
studio delle lettere, e con la pratica della traduzione e
dell’interpretazione, e che era addentrato nelle questioni legate
all’aristotelismo.
Il
nuovo lavoro di Francesco Tateo è particolarmente pregevole e
importante; lo studioso ritorna sull’edizione critica già curata
nel 1969, ritoccandone, in alcuni passaggi, testo e punteggiatura.
Offre inoltre un’elegante e accurata traduzione del testo latino,
che ne consente una più immediata fruizione da parte del lettore.
Quest’ultimo potrà giovarsi anche delle agili note del curatore,
tese a illustrare le fonti di Pontano e a chiarire il significato
degli exempla
riportati.
Un lavoro che corona anni di dedizione dello studioso pugliese alla
pubblicazione dell’opera di Pontano, sempre nella piena attenzione
a garantire una sua più ampia leggibilità accanto all’enucleazione
dei suoi snodi filosofici e politici. Il De
magnanimitate può
e deve, a nostro avviso, essere letto in dialogo con i cosiddetti
Libri
delle virtù sociali,
cioè i cinque trattati De
liberalitate,
De beneficentia,
De magnificentia,
De splendore e
De conviventia,
di cui l’editio
princeps risale
al 1498 e che Tateo ha riedito, pure in questo caso fornendo anche
una traduzione, per Bulzoni nel 1999.
Se
il De
magnificentia è
legato alle grandi spese, quelle da cui per esempio traluce la
grandeur
del signore che magari si impegna nella realizzazione opere pubbliche
(«i porti artificiali, i moli lanciati nel mare e i templi grandiosi
degli dei immortali, così come anche gli altri edifici con i quali
si è provveduto alla utilità degli uomini e in più alla loro
sicurezza»), la magnanimitas
è
la grandezza d’animo. Pontano definiva la “magnanimità” “una
certa via di mezzo che riguarda l’onore, l’onore grande
naturalmente, del quale si ritiene giustamente degno e benemerito chi
veracemente va detto ‘magnanimo’”. Emerge immediatamente – la
definizione è tratta dal sesto capitolo del I libro – il legame
diretto tra “magnanimità” e crisma dell’onore. Il riferimento
a “una certa via di mezzo” è già di per sé un segnale del
retroterra filosofico su cui si muove l’intellettuale umbro
(Pontano era di Cerreto). Infatti, alla base del De
magnanimitate si
pone la trattazione aristotelica di tale virtù nel IV libro
dell’Etica
Nicomachea.
L’impostazione concettuale e buona parte delle argomentazioni sono
desunte dalla fonte aristotelica. Del resto, proprio
nell’introduzione al Libro
delle virtù sociali lo
stesso Tateo aveva rilevato come una porzione significativa della
trattatistica etica e filosofica di Pontano affondasse la sua humus
proprio nel IV libro dell’Etica
aristotelica,
in cui nel secondo capitolo si affrontava il tema della magnificenza,
nei capp. 3 e 4 la magnanimità, nel quinto il contrasto
mansuetudine-ira, in quelli compresi tra il sesto e l’ottavo i temi
della conversazione, della convivenza, dello scherzo e della facezia.
Vi si identifica insomma il “nucleo” di alcuni temi portanti
della trattatistica pontaniana, compresi quelli affrontati nel De
sermone o
nel De
immanitate.
Il
trattato pontaniano non è però una mera riproposizione di
argomentazioni sviluppate da Aristotele e tradisce una forte
problematicità concettuale, oltre a far trasparire qua e là
l’amarezza per gli sviluppi successivi alla discesa di Carlo VIII,
che videro il Nostro ritirarsi dalla vita politica. Non è da
dimenticare che Pontano non pubblicò mai il De
magnanimitate,
finché fu in vita. L’opera vide la luce postuma nel 1508 per i
tipi di Sigismondo Mayr, curata da Summonte, dato che non stupisce
visto che stiamo parlando di colui che ha realizzato “l’Edizione
dell’opera pontaniana edita e inedita dal 1505 al 1512” (citiamo
dall’Appendice filologica a p. 189). L’esame del cod.
Vindobonensis 3413, “autografo con la revisione dello stesso
autore” (cfr. p. 190), ha rivelato come l’edizione Summonte non
sia del tutto attendibile ai fini di una corretta fruizione del testo
pontaniano. Tra l’altro vi mancano passi particolarmente
significativi, come la critica ad Alessandro VI, il simoniaco papa
Borgia, ancora vivo quando Pontano compose il trattato e morto alla
data della pubblicazione (è presumibile però che Summonte abbia
comunque preferito espungere un passaggio potenzialmente insidioso).
Pontano era durissimo verso un pontefice che considerava “uomo
impudico in ogni parte del corpo, sacerdote impuro e corrotto,
cardinale scelleratissimo, pontefice circondato da una schiera di
figli, tra i quali alcuni uccisero i fratelli crudelmente, e di notte
di nascosto gettarono i cadaveri nel Tevere” (II, 5, 3, cfr. p.
179; il riferimento era all’oscura fine di Juan Borgia, secondo
duca di Gandia). Il trattato non era sempre dolcissimo neppure nei
riguardi degli Aragonesi; si potrebbe assumere come esempio il sesto
capitolo del primo libro, in cui emergeva la “cattiva disposizione
d’animo del figlio” di Ferrante nei confronti di Pontano, che
ergeva a proprio scudo la Povertà. Il fatto di non essersi
arricchito nell’esercizio delle cariche pubbliche era – al
cospetto di qualunque tribunale, reale o ideale – la prova che lo
avrebbe fatto “comparire in giudizio libero e assolto”. Del
resto, se il Nostro non mancava di tributare elogi ai sovrani
aragonesi, non lesinava nemmeno critiche; si veda il diciassettesimo
capitolo del De
liberalitate,
in cui Pontano considerava non conforme a “liberalità” la
condotta tenuta da Alfonso il Magnanimo durante il terremoto del
Sannio del 1456. S’è vero che all’altezza del 1498, quando quei
trattati furono pubblicati, il Magnanimo era morto e Pontano si era
ritirato dalla vita politica, gli Aragonesi con Federico I, molto
amato da Sannazaro, erano tuttavia ancora al potere e il fatto che
l’umbro lasciasse scivolare, tra tanti elogi, anche critiche era
comunque indice di coraggio e onestà intellettuale.
Tornando
al De
magnanimitate,
Tateo mantiene la suddivisione in due libri come nell’edizione
Summonte; il primo è legato alla definizione della magnanimità,
all’esplicazione del suo stretto legame con l’onore e alla
declinazione delle caratteristiche che l’uomo magnanimus
deve
possedere. Emergeva di fatto come questa virtù rappresentasse un
coronamento di tutte le altre; infatti, non può essere considerato
magnanimo un uomo che non sia incline a far del bene nella
prospettiva della gratuità del dono (I, 19), né potrebbero esserlo
un individuo schiavo della libidine (23) o un bugiardo (25), un
essere abituato all’adulazione (27), litigioso e/o lamentoso (28) o
pettegolo (30). Anche la clemenza è parte del corredo di virtù del
magnanimo. Ne vien fuori sostanzialmente l’idea – già
aristotelica – della magnanimità come “virtù perfetta”,
fastigio di tutte le virtù, sempre però nella prospettiva
dell’opportuna misura. Il magnanimo è consapevole del proprio
valore e quindi compie le azioni grandi e nobili che gli sono
confacenti; da ciò gli deriva il riconoscimento sociale dell’onore.
Le
novità di Pontano rispetto alla trattazione aristotelica sono però
significative. Innanzitutto, v’è lo sviluppo di argomentazioni
embrionalmente presenti, per cenni, nell’Etica
Nicomachea.
In secondo luogo, la trattazione è costantemente corroborata da
exempla,
mutuati prevalentemente dalla storia romana, fattore che – come
scriveva Tateo nell’introduzione ai Libri
delle virtù sociali –
“rivela (…) il canone che assegna all’antichità una
fondamentale esperienza di vita” (p. 23). Fanno capolino, però,
non di rado, figure del tormentoso presente, dai principi spagnoli a
Carlo VIII, da Lodovico il Moro, accusato di aver avvelenato il
nipote al già citato Alessandro VI. Si delineano qua e là temi cari
alla riflessione quattrocentesca e pontaniana, per esempio le
critiche alla figura di Cesare e l’elogio di Scipione. A un modello
di grandeur
offuscato da limiti caratteriali che inducevano all’ira, Alessandro
Magno, Pontano contrappone – facendone una sorta di esempio di
optimus
princeps –
Alessandro Severo, su cui si sofferma quasi a voler “ricorrere
all’esaltazione degli antichi per illustrare anche certa modestia,
mitezza e pietà al limite della sensibilità cristiana” (citiamo
dall’Introduzione di Tateo a p. 15). Del resto, l’attenzione di
Severo al cristianesimo era da Pontano rievocata in I 10.
Accanto
all’introduzione degli exempla
e
all’ampliamento delle argomentazioni, si registra la volontà di
affrontare ambiti che la trattazione aristotelica non aveva
contemplato. Significativo è che a volte proprio in questi passaggi
nodali Pontano si rivolga in forma diretta al suo interlocutore
Andrea Matteo, quasi a sottolineare la novità del proprio taglio.
Per esempio, Pontano sottolineava come, dando forse per scontato che
il seguire la “retta ragione” avrebbe liberato il magnanimo da
qualunque schiavitù, Aristotele non avesse sviluppato il tema dei
rapporti tra magnanimità e libertà. Un altro aspetto su cui Pontano
rivendica orgogliosamente la propria originalità è il tratto
linguistico; Aristotele, in 4, 5, aveva parlato, a proposito del
“giusto amore per gli onori”, di una virtù priva di
denominazione che rappresentasse il giusto mezzo – e quindi il polo
positivo – tra ambizione e mancanza di ambizione. Pontano, in II 4,
attribuisce un nome a tale virtù e lo fa modellandosi su soluzioni
come temperans-temperantia.
Ne derivano i termini ambiens
e
ambientia,
che designano coloro che aspirano a onori più modesti rispetto ai
magnanimi, e vi anelano secondo misura, diversamente dall’ambitiosus
e
dal suo vizio, l’ambitio.
Pontano non si limitava a questo, perché commentava anche le
soluzioni della traduzione dell’opera aristotelica realizzata da
Leonardo Bruni, suggerendo alternative a scelte che non gli
apparivano soddisfacenti sotto il profilo espressivo o concettuale.
Il secondo libro, nel porre l’accento sul tema degli onori, secondo
grandeur
o
su standard (diremmo oggi) più modesti, vedeva Pontano affrontare un
ulteriore snodo originale, su cui giustamente si sofferma anche Tateo
nell’Introduzione: il rifiuto degli onori nella forma di cariche,
che non sempre è legato al vizio della pusillanimità
(etimologicamente opposta alla magnanimità) o all’indifferenza.
L’esempio di Celestino V, nella tradizione presentato in forme
ancipiti (si pensi alla soluzione dantesca, se a lui è riferito il
famoso passo relativo all’ignavo par
excellence),
è infatti richiamato da Pontano, insieme a quello di Carlomanno, con
accezione tutt’altro che negativa.
Magnanimi sono dunque anche
“coloro che serenamente rinunciano, pur essendo di per sé degni
delle magistrature”; l’intellettuale alludeva probabilmente anche
alla propria parabola autobiografica. In lui era infatti forte, e
traspare anche in questo trattato, la consapevolezza del ruolo di
quei beni esterni dono della Fortuna che, come consente al magnanimo
di rifulgere quando l’adorna di oro e onori, così può indurlo, in
congiunture infauste, a farsi da parte.
L’uomo, tuttavia, deve
affrontare anche tali prove con fiducia, consapevole di voler
soprattutto mirare – parole di Pontano stesso – a “quel bene
che è stato fissato come premio dopo la morte per gli uomini onesti
e retti, nella città di Dio e nella repubblica celeste” (p. 188).

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