(Redazione) - "Bub von Knabensdorf - Nullus" - 04 - a cura di Alessandra Brisotto
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| A cura di Alessandra Brisotto |
Bub von Knabensdorf nasce nel secolo scorso, la data esatta risulta incerta, in una cittadina della Turingia da una nobile famiglia tedesca decaduta.
In seguito al suo atteggiamento scontroso, diretto e non raramente offensivo, perde un posto di lavoro dopo l’altro, cade in disgrazia e si ritrova a vivere sulla strada. Le avventure di Nullus, appellativo che gli viene attribuito fin dalla nascita, le scrive egli stesso in un taccuino alquanto consunto che reca sempre con sé. “Il mio tesoro inestimabile”, lo definisce.
Alcuni capitoli, tradotti dal tedesco all’italiano ne narrano le vicende in ordine sparso, non cronologico.
Il signor von Knabensdorf vive a Francoforte sul Meno, ora qui ora là, a seconda delle stagioni.
Il più delle volte si può incontrare nel quartiere di Sachsenhausen.
(la curatrice - Alessandra Brisotto)
CAPITOLO IV
Francoforte
sul Meno
Fa ancora freddo
Seduto fuori tutto il giorno nel guardare e nell’essere ignorato mi sono trasformato in un gradino, quello davanti alla farmacia che mi accoglie, o, per meglio dire, non mi caccia.
Ho una valigia enorme come un appartamento, una casa, una villa, in cui sono stipati tutti i miei averi, compreso mio padre, che sicuramente mi osserva tra le fessure della cerniera semi aperta, verso l’alto, in modo che gli oggetti riposti all’interno con estrema cura non esplodano irriverenti non appena sposto di qualche centimetro il tiretto. La mia valigia-casa si è ingoiata tutto ciò che mi resta. Alcune foto le custodisco qui, in una vecchia scatola di sigari, pronte ad essere fumate, tutte d’un fiato, ogni qualvolta rivolgo loro una parola, tanto per non venir portato via dal vento e dalla gente, espropriato di me stesso, del nulla. Senza indennizzo.
Questo è mio padre, nella nostra villa a Eisenach.
Ricordo bene il giorno dello scatto di questa fotografia. Mio padre era entrato all’improvviso nella mia camera, senza bussare, come faceva sempre, per indagare sulle mie attività segrete. Stringevo ancora tra le dita la lettera sottratta pochi minuti prima dal cassetto segreto della scrivania di mia madre.
Avrei potuto accartocciarla e gettarla nel cestino come un qualsiasi pezzo di carta, ma per non rovinarla – avevo infatti l’intenzione di rimetterla al suo posto subito dopo averla letta – ero rimasto immobile e incapace di reagire per un paio di minuti. Il mio atteggiamento alquanto losco aveva insospettito mio padre, molto perspicace in materia comportamentale, quando era sobrio, il quale si era appropriato della refurtiva con un agile colpo di mano.
Purtroppo, non avevo avuto il tempo di carpirne il contenuto, soltanto scorgere in basso a destra, accanto a una firma per me illeggibile, lo stesso disegno che spiccava accanto al nome di mia madre sul cruscotto della nostra auto.
Con il bottino in mano si era seduto sul mio letto, aveva cominciato a leggere il contenuto della lettera passando da un’espressione sorridente, divertita a movimenti tellurici della mandibola, frammisti a venti, tempeste, grandine, piogge, uragani, valanghe, inondazioni e mareggiate, carestie, deserti, montagne, cascate e cieli immensi. Tutto ciò doveva trovarsi all’interno di quel pezzettino di carta.
Non era furioso e questo fatto mi aveva intimorito. I movimenti interni, gli scatti delle braccia e delle gambe erano l’espressione di una rabbia incontenibile, esplosiva. Invece l’energia furiosa si era incanalata nelle vene, nei polmoni, nei reni, nel cervello, nei capelli e negli occhiali sottili d’osso che tanto mi piacevano.
Mio padre si era tenuto sotto controllo per avere il dominio su qualcuno, dato che era in balia di tutto e di tutti, una foglia al vento come me, ora, qui su questo gradino a Francoforte.
La posizione quasi improvvisata della mano destra posata sul cavaliere di bronzo (nella foto in alto) in realtà era il tentativo, spesso vano, di aggrapparsi a qualcosa di fisso, stabile, rassicurante. Le sue non rare scappatelle nella cantina ben rifornita di vini provenienti dai migliori produttori italiani, francesi, spagnoli e sudafricani rappresentavano per lui un rifugio, un punto di arrivo, dopo le frequenti discussioni con mia madre, e di partenza, dove la fantasia elaborava idee, progetti, sogni e illusioni fantasmagoriche, prima di evaporare nella perdizione dell’alcool.
Se non avesse annotato i suoi ghirigori mentali nel suo taccuino sgualcito sarebbe andato tutto perduto, anche mio padre, giunto in quella casa, quasi per gioco, come una figurina di carta volata da chissà dove, dopo essere planata su uno dei numerosi tappeti persiani, attraverso una finestra rimasta sbadatamente aperta. Mia madre se n’era accorta subito delle caratteristiche, non tanto frivole, quanto aeree di mio padre, e ci aveva giocato, le aveva usate a suo piacimento e, se ce ne fosse stato il bisogno, le avrebbe bruciate nel caminetto sempre acceso della sua stanza.
In fondo era solo una figurina di carta, niente di più.
Le poche volte in cui mi portava in città per fare acquisti o per affari di vario tipo, estraeva di malo modo l’autista di mia madre dalla nostra auto di famiglia, sfilandolo dal suo guscio naturale e scaraventandolo in aria, in maniera tanto ridicola che non riuscivo a trattenermi dal ridere – pover’uomo. Ora che ci penso me ne pento. Mi faceva sedere davanti, e partiva strombazzando all’impazzata per farsi notare da lei, dal giardiniere, dagli uccelli, gli alberi, i vicini e dal mondo intero.
La nostra Mercedes-Benz 770 era ammirata ed invidiata da tutti in città, a volte odiata, quale superstite del vecchio sistema apparentemente svanito nel nulla, o meglio nel bosco di casa, nei mille boschi differenti della Germania del dopoguerra. Quando attraversavamo la strada che conduceva alla “Karlsplatz” pareva che il tempo si fermasse. Le persone a passeggio interrompevano le loro passeggiate, quelle che lavoravano interrompevano il loro lavoro, quelle che discutevano interrompevano le loro discussioni, quelle che non facevano nulla interrompevano il non fare nulla ed io esplodevo di gioia.
Per un paio di minuti mio padre ed io eravamo i signori della città. Parcheggiavamo in grande stile nel luogo in cui eravamo certi non poter passare inosservati, spalancavamo le portiere molto adagio, scendevamo ancor più lentamente, per concedere il tempo a tutti di assistere alla scena.
La macchina apparteneva a mia madre, perciò la gioia che mi pervadeva durante i giri del mio mondo non era concessa a mio padre. In fondo ai suoi occhi potevo scorgere un’ombra di malinconia, una macchia scura, oleosa, una sorta di pece nera che lo teneva prigioniero nella nostra villa, nella cantina, nel mondo del possibile, in una rosa.

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