(Redazione) - Specchi e labirinti - 38 - A PROPOSITO DI “JACOPO. POESIE 1994-2025” DI UMBERTO PIERSANTI (EDIZIONI INTERNO POESIA)

 
di Paola Deplano


Mi ha sempre affascinato il fatto che Dante immaginasse nello stesso luogo infernale – nel settimo canto dell’Inferno, per l’esattezza – gli avari e i prodighi, due schiere di dannati che di primo acchito sembrerebbero incarnare peccati opposti, ma in realtà sono due facce della stessa medaglia: l’incapacità di avere un rapporto equilibrato col denaro. Del resto, tutta l’opera dell’Alighieri va avanti ad ossimori (“Vergine madre, figlia del tuo figlio”) e a punizioni da reazione uguale e contraria (il famoso “contrappasso”). Non mi spingo oltre a parlare di Dante, non ne ho abbastanza contezza, ma mi viene in mente questa suggestione degli avari e dei prodighi ogni qualvolta, nello stesso inferno quotidiano, vedo convivere un figlio autistico non verbale e un padre poeta, maestro delle parole.
Sappiamo tutti che, prima ancora di venire al mondo nella realtà, i figli nascono nella mente e nei desideri dei genitori e un padre poeta senz’altro immagina di poter trasmettere al nascituro l’amore che guida la sua, di vita: quello per le parole. L’illusione di poterlo fare, nell’autismo, va avanti per i primi due-tre anni, quelli in cui il bimbo o la bimba mostrano un neurosviluppo più o meno sovrapponibile a quello dei coetanei. Poi, però, cominciano prima i dubbi e gli interrogativi, in seguito la fase della ricerca della verità, infine la diagnosi che quando arriva fa crollare il castello fantasmatico in cui i genitori si erano inconsapevolmente rifugiati. Comincia ufficialmente, certificati medici alla mano, il fine pena mai.
Come uscirne, come salvarsi dalla follia, per non trascinarsi dietro anche il figlio fragile in eterno?
Innanzitutto, col difficile amore che ci lega a tutti coloro che abbiamo generato. I figli non saranno mai come li abbiamo desiderati: non ci somiglieranno, faranno le loro scelte, naturalmente si allontaneranno, in qualche caso ci abbandoneranno. Eppure il legame resta, non solo nel DNA, ma anche, nel caso delle madri, nello scambio di cellule che avviene durante la gravidanza e continuano a convivere nel corpo dell’altro. È, questo scambio perpetuo, un fenomeno affascinante, emerso in recenti ricerche e che spiega molto del legame che il luogo comune definisce viscerale tra i mammiferi e la loro prole.
Un altro modo di uscirne, per il padre-poeta, è raddoppiare le proprie parole per costruire un ponte verso il silenzio del figlio. Il potere guaritivo della scrittura assume in questo caso anche la funzione di dare la parola a chi non può averla, a chi vive sigillato nel suo mondo – novello Houdini, sigillato in un baule in fondo al mare o perpetuo principe prigioniero in un castello invisibile. Da questo castello si può partire per leggere alcune pagine di questo diario poetico d’un amore che Piersanti stesso definisce faticoso:

In un castello chiuso e separato
A Jacopo

quando sei corso al pozzo
di novembre vien sera all’improvviso
c’erano stati i cachi dentro l’aria
giocavi con le grandi foglie arancio
e sibilano felici i lunghi fili
fischi d’uccelli e d’altri nell’intrico
dei rami che già perdono le foglie,
non sapevo che presto, alla stessa ora
muta la tua vicenda, cambia la vita,
come sembrava dolce il tuo rullio
scuote Jacopo il capo, lieto annaspa
nella corsa affannata dentro l’erbe
ma è come la barca che beccheggia
per il flutto sott’acqua che non vedi
quello che sembra gioco, è il naufragio

da quando sei rinchiuso nel castello
il più lontano e sperso, senza fate,
sono i ponti rialzati, il fosso colmo,
io ti giro d’intorno, pronto a sfruttare
un valico qualunque che mi porti
nella stanza remota dove attendi

ancora un’altra volta fuggo via,
ricordi tu la fiaba dove l’ombra
cacciava il cavaliere dai cancelli
e la sua spada inutile che affonda
dentro l’aria che torna densa e nera?
ieri ho lottato invano contro l’ombra
sono dovuto andarmene lontano

mi manca il tuo sorriso, la tenerezza
dei bei capelli irti contro la faccia,
il tuo ghigno perfino che m’angoscia
e ti sconvolge il volto delicato,
precoce, troppo, è il male che t’investe
butti le scarpe e passi tra cocci e sassi
fino alla folta rena dove t’immergi

salgono i fanciulli in quel maniero
che ha rosse assi in legno, verniciate
superano scale e corde
veloci riguadagnano la terra
ma tu t’arresti, indugi negli spiazzi
io da sotto ti chiamo, voglio che scendi

Luglio 1991

***
Il disegno di Jacopo

ma quell’uva, Jacopo
così tonda e perfetta
che in altre stanze
con l’aiuto di altri
hai disegnato,
il tuo dono gentile
alla nostra casa,
è come quella alle pareti
appesa delle mie antiche
elementari, quelle dalle
pareti rosse e le finestre
aperte verso il mare
di Pesaro lontano,
e c’erano anche mele
e pere, anche loro
hanno lo stesso odore
bagnato e chiaro,
le puoi subito
cogliere e mangiare
come tra i meli e le viti
di Camorciano

tu, sei rimasto fanciullo
per l’eterno,
il tempo che scorre
non ti riguarda
e inquieta,
quel tempo
che tuo padre tormenta
e addolora,
il tuo eterno presente
solo ti risarcisce

Novembre 2022

***
A Murlo, nella campagna etrusca

Il sole stava tramontando sui colli etruschi, attorno a Murlo. Io, Jacopo e Annie eravamo insieme in un’ampia stanza, dentro un robusto edificio quattrocentesco. Era una delle rare volte in cui ci trovavamo uniti in occasione di un viaggio o di qualcos’altro. Allora vivevamo separati.
Eravamo stati tutto il giorno nei Musei di Siena: ori, paesaggi, volti di Santi e Madonne, Annunciazioni e miracoli: quadri bellissimi e perfetti, ma Jacopo s’era stancato. Sì, ai quadri lui era abituato: quando lo andavo a trovare lo portavo spesso con me nelle chiese a guardare i dipinti, a girare dietro gli altari, a toccare vasi e colonne. Jacopo si era ormai stufato delle chiese: io ce lo portavo per i quadri, gli altri della famiglia per le varie funzioni. Lui preferiva camminare, correre all’aperto senza pause, senza requie. L’uso della parola era divenuto piuttosto raro e difficoltoso, non solo rispetto agli anni in cui stava bene, ma anche rispetto ai primi giorni della sua malattia.
Era lì, appoggiato alla finestra con le persiane spalancate. Il suo sguardo sembrava perdersi in una lontananza indefinita.
“Jacopo, cosa guardi?”
“Il mondo.”
È stato un attimo, un attimo felice.



stampa la pagina

Commenti